Sull’uso maldestro degli insulti

Non è una novità che i commenti su internet – si tratti di Facebook, si tratti di blog, si tratti di pagine dei giornali – siano una miniera di strafalcioni e sgrammaticature, oltre che di meschinità e nefandezze morali.

Oggi mi è capitato di riflettere su un paio di casi accomunati dalla comprensione errata della parola che si sta usando per insultare qualcuno. 

Il primo caso è quello del termine buonista, usato regolarmente contro coloro che ostentano sentimenti e modi semplicemente civili: dici che gli zingari non sono da bruciare nelle loro roulotte? sei un buonista. Osservi che dire “sporco negro” è un modo rozzo di esprimersi? Sei un buonista. Ci sono però quelli che pensano di rafforzare l’offesa dicendoti che sei un “falso buonista”.

Procediamo con ordine e prendiamo spunto da un dizionario affidabile come quello della Treccani – la versione online che se si parla di un dizionario di carta, e quindi di un libro, si rischia di passare per un “intellettuale da strapazzo”, altrimenti detto intellettualoide, magari sbagliando le doppie – e controlliamo ad vocem.

buonista. s. m. e f. e agg. [tratto da buonismo] (pl. m. -i). – Chi, o che, ostenta buonismo.

Passiamo allora a 

buonismo. s. m. [der. di buono]. – Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversarî, o nei riguardi di un avversario, spec. da parte di un uomo politico; è termine di recente introduzione ma di larga diffusione nel linguaggio giornalistico, per lo più con riferimento a determinati personaggi della vita politica. 

Il falso buonista chi è allora?Alla lettera sarebbe un individuo machiavellico che dice, per esempio, di non dar fuoco ai mendicanti, ma “per finta”. Forse per far montare la rabbia ai leali cattivisti e incoraggiarli nelle loro attività incendiarie.

Secondo esempio: il falso moralista. Riporto una frase da una discussione su un gruppo Facebook di quartiere, uno di quelli dentro i quali ci troviamo quasi tutti, o per curiosità, o perché aggiunti da amici, o per tenersi informati su lavori in corso e fughe di gas, o perché ci si dimentica di cancellarsi all’ennesimo post di chi proclama la superiorità etica e antropologica degli abitanti da almeno cinque generazioni del proprio borgo. Si parla di cacche di cane, argomento ricorrente e molto sentito anche dal mio naso.

E comunque se anziché chiudere tutte le aiuole, ne avessero lasciato una o due libere ecco che magari il cane non si trova costretto a defecare x strada… ribadisco che concordo pienamente sul fatto che le cacche vadano insacchettate e gettate ma finiamola di fare i finti moralisti.

Riprendiamo il vocabolario:

moralista. s. m. e f. [der. di morale1] (pl. m. –i). – 1. Scrittore che tratta particolarmente problemi morali; autore di riflessioni sui costumi, il carattere, le azioni degli uomini. 2. Più com., chi per carattere, per educazione o per cultura è portato a esaminare e valutare l’aspetto morale di qualsiasi questione o situazione: pensare, giudicare da m.; spesso con una connotazione negativa, soprattutto nella locuz. fare il (o la) m., ergersi a difensore intransigente della moralità comune oppure moraleggiare in base a principî morali astratti, o per ipocrita perbenismo: sentendosi in vena di far la m., disse che secondo lei non stava bene che una ragazza fumasse (Cassola). Anche con funzione attributiva: filosofo, scrittore moralista.

Tralasciamo il primo significato, che si addice a Montaigne e Pascal, e notiamo che ci ritroviamo nella stessa situazione del falso buonismo. Nel caso specifico, il falso moralista dovrebbe avere come fine segreto quello di portare una muta di cani scagazzanti a spasso per i marciapiedi.

Non ci sarebbe nulla di terribile in questi slittamenti linguistici, in fondo l’errore è un motore fondamentale dell’evoluzione linguistica, se non ci fossero errori, parleremmo ancora come Cicerone e non come Boccaccio.

Però.

Però, se il cattivista usa le locuzioni falso buonista e falso moralista nel significato di “buonista” e “moralista”, ne consegue che il buono e il moralmente retto siano “buonisti” e “moralisti”. Al di là dei possibili fraintendimenti, normali quando una parola sta mutando di significato, resta il timore che la persona civile sia sempre più percepita come un tipo che persegue qualche losco e riprovevole secondo fine, un ipocrita ambiguo che persegue chissà quali secondi fini.

Un pensiero riguardo “Sull’uso maldestro degli insulti

  1. Guarda, tu fai un’opera meritoria di scomposizione delle espressioni e un tentativo di trovare una logica nel loro uso scorretto. Mi solleva sapere che altri han notato questa sorta di errore parecchio diffusa e ne han persino scritto.
    Ma temo che la questione sia più semplice di così, e se pure noi notiamo che – a rigor di lingua – gli scriventi fissati con l’aggettivo “falso” incorrono in una contraddizione, in realtà quegli stessi scriventi non fanno altro che inserire una ridondanza che i loro lettori, acculturati o meno, capiscono perfettamente per ciò che è, per ciò che intendono.
    Più semplice ma non meno grave, certo.
    O forse, ancora, succede che certi “insulti” di ieri oggi non risultino più abbastanza… insultanti, e li si voglia in qualche modo caricare ed appesantire – ma senza trovare un modo migliore. Come a dire: sei un moralista, e pure un falso; come fossero due insulti raggrumati in uno solo… ipotesi.

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