Recensione: David Graeber, Bullshit Jobs, Garzanti, 2019

Mandateli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura

Mi è capitato recentemente di passare qualche ora davanti a un ambulatorio di una struttura sanitaria. Appena fuori dalla porta d’ingresso dei medici stavano chiacchierando e fumando. Successivamente anche uno dei più alti dirigenti della struttura – questa volta non si trattava di un medico -, è uscito e, dopo aver fumato tenendo la porta accostata e facendo quindi entrare il fumo anche dentro l’ingresso dell’ambulatorio, ha buttato il mozzicone in terra. Dall’episodio si possono trarre alcune lezioni anche limitandoci a quel che ho appena scritto: nel 2019 ci sono ancora medici che fumano davanti agli ambulatori; la pausa sigaretta è ancora un diritto sacro e inviolabile; c’è gente che nel 2019 getta ancora i mozziconi per terra; puoi essere laureato e dirigente, ma rimanere un gran maleducato. Fin qui potremmo derubricare l’episodio ad una manifestazione sia di maleducazione, sia di arretratezza culturale.

Posso aggiungere qualcosa. So che nel corso degli anni la struttura sanitaria ha organizzato corsi di management, giornate dei dipendenti e attività simili per le quali, come è consuetudine in tanti luoghi di lavoro, si è avvalsa di consulenti esterni. Sorge allora un dubbio: se si dedicano tempo e soldi a organizzare attività che dovrebbero rendere più professionali e cortesi i dipendenti e poi i livelli più alti dell’azienda non sono in grado di mantenere quel livello minimo di decenza che spingerebbe a non buttare i mozziconi per terra e a non fumare in presenza di pazienti, non è che il lavoro svolto dai consulenti è stato del tutto inutile?

Non è che il lavoro dei consulenti aziendali è inutile?

Mi sposto di neppure un km, risalendo però a quasi 15 anni fa. Insegnavo in un istituto scolastico parificato a mio avviso molto buono, in cui però i dirigenti avevano avuto l’idea di organizzare degli incontri con degli esperti di comunicazione aziendale. Ricordo benissimo un collega di informatica che, seduto vicino a me commentava “mi stan sul cazzo” e, soprattutto, “ma noi siamo insegnanti”. A onor del vero, c’era chi si mostrava entusiasta delle cose di cui si parlava, ma era il responsabile della comunicazione dell’Istituto. Una persona simpatica, credo anche che fosse brava a ottenere sponsorizzazioni, ma usava anche un gergo simil inglese difficile da digerire e ricordo benissimo quando disse “io sono un accanito lettore dei quotidiani gratuiti tipo Metro”. “E si vede”, pensai ma non dissi.

Nel frattempo i giornali gratuiti sono spariti, tanto hanno tutti lo smartphone e in metropolitana c’è campo.

Non è che gli addetti alla comunicazione sono inutili?

Torniamo al dirigente che lanciava il mozzicone davanti all’ambulatorio.

Fonti interne mi dicono che dopo aver svolto un compito vessatorio intorno all’ora di pranzo, abbia passato il resto del pomeriggio in ingresso a non fare assolutamente nulla. (A dare informazioni ai pazienti in arrivo c’era una persona che faceva invece seriamente il proprio lavoro). Ma se un dirigente di una struttura sanitaria può trascorrere la giornata lavorativa non facendo nulla sorge un altro dubbio.

Non è che il lavoro del dirigente è inutile?

Il libro di David Graeber prima ancora di rispondere a queste domande ha il coraggio di sfidare un tabù. Sembra una frase fatta, di quelle che si spendono per pubblicizzare qualsiasi libro, ovviamente scomodo, provocatorio e chi più ne ha più ne metta. Invece Graeber fa davvero qualcosa di coraggioso, perché mette in questione il sistema economico in cui viviamo non limitandosi a dire che è ingiusto che il consulente legale che opera nel mercato finanziario guadagni un’enormità rispetto all’insegnante, ma dicendo proprio che il lavoro del consulente legale è inutile, al contrario di quello dell’insegnante, dell’autista di tram, del violinista orchestrale. Addirittura, mentre l’insegnante di sostegno crea un valore sociale ed economico, l’addetto al marketing sarebbe un distruttore di valore tanto sociale quanto economico.

Va bene, Graeber è un estremista (per questo lo hanno cacciato da Yale, ma è caduto in piedi alla London School of Economics), è dichiaratamente un anarchico, ma è onesto, perché non trucca il tavolo da gioco. Non è un giornalista e quindi non scrive con l’approssimazione che per forza di cose spesso i giornalisti sfoggiano, ma è un accademico serissimo che specifica sempre da dove provengono le statistiche che usa e che non nasconde quali limiti possano avere i dati di cui si serve. In più, è spiritoso e lo legge con piacere, non dico qualsiasi lettore, ma un lettore un po’ preparato sì.

Non tedio i lettori ulteriormente e vi invito a leggere il libro di Graeber non prima di un ultimo aneddoto. Alcuni mesi fa durante un collegio docenti io e miei colleghi abbiamo scoperto l’esistenza di una figura che più o meno si chiama “responsabile dei dati sensibili”. I due legali, un uomo e una donna dal fare gentile, ci hanno parlato per un paio d’ore, ma credo che alla fine tutti, oratori e ascoltatori, fossimo ben consapevoli che stessimo assistendo a una cerimonia assolutamente priva di senso e saremmo diventati migliori insegnanti andando a leggere un libro, a parlare dei Deep Purple, a scambiarci ricette.

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