Come concludere l’UTMB (parte 2)

La prima parte dell’articolo si legge qui.

Manca circa una settimana all’arrivo e magari sei già a Chamonix. Per quanto riguarda l’allenamento, quel che è fatto è fatto e se non hai fatto tutto quel che avevi previsto, non preoccuparti: è normale. Allora che fare?

Si parte per vivere un’esperienza bella

Motivazioni

Fai un ripasso delle motivazioni, pensa a che cosa ti ha spinto ad essere lì a Chamonix e prova già a pensare a come gestire i momenti di crisi che ci saranno sicuramente: sonno, diarrea, stanchezza, crampi, muscoli che urlano dal dolore – ho provato personalmente tutte queste cose. Qui si va molto sul personale – è chiaro -, ma vedremo che alcuni approcci ci possono aiutare.

Perché mi sono iscritto? Per incoscienza è una prima ottima risposta, ma non basta.

Personalmente sono avvantaggiato perché avevo molte forti motivazioni.

  • Fin da piccolo il Monte Bianco era lì davanti a me e a otto anni sono partito per la prima volta per il tour insieme ai miei genitori, mia sorella, mio fratello e un cugino. Al terzo giorno a mio cugino venne la febbre e ci ritirammo a Les Houches. Il col du Bonhomme del secondo giorno rimase un mito fondativo della mia famiglia. Seguirono negli anni altri mezzi giri: con mia madre e mio fratello, con un gruppo di alcune famiglie, con mio fratello e un’amica di Roma. Venne poi il momento di salirci, in cima al Monte Bianco, la prima volta nel 1989 con mio padre e mio fratello dopo aver dormito in tenda al Col du Midi e beccando una nevicata notturna che mi costrinse a battere la traccia perché ero già l’uomo di fatica della cordata e gli inglesi dietro di noi si tenevano a debita distanza. Insomma, il Monte Bianco è una presenza di lunga data nella mia vita.
  • È un’idea bellissima. Percorrere il Tour in una sola tappa è, come ho già scritto nella prima parte, un’idea affascinante che, ancora 20 anni fa, avrei considerato temeraria. Ricordo quando lo si correva a staffetta. Un anno andai ad assistere al cambio tra i frazionisti davanti alla chiesa di Courmayeur e vidi arrivare il campione olimpico Marco Albarello nello splendore delle sue braccia da specialista della tecnica classica. Ecco, se Albarello faceva, velocemente, una tappa, come sarebbe stato possibile per me correre il Giro tutto di seguito? E infatti non mi sembrava possibile.
  • Si vedono dei posti bellissimi. È vero, potrebbe piovere. Si potrebbe andarci con calma, d’accordo. Ma sono un trailer, l’incertezza fa parte del gioco e la fatica non mi spaventa (troppo). Nel corso degli anni ho visto la luce del tramonto salendo sopra Les Houches, l’alba sui monti innevati dal Col de la Croix du Bonhomme (nel 2011 si era partiti a mezzanotte), l’alba mentre si sale al Bertone (bisogna andare un po’ veloci), le ultime luci sul Massiccio dalla Tête aux Vents (di nuovo bisogna essere veloci) e, sempre sulla Tête aux Vents, ho camminato su dei lastroni di granito bellissimi.
  • È divertente. Si può partire con degli amici, li si possono raggiungere, si possono stringere nuove amicizie. In tante ore insieme puoi raccontare e ascoltare un sacco di storie, magari puoi incontrare nuovi amici. Oppure puoi essere un orso come me e correre sempre da solo, cercando magari di staccare un paio di persone, salvo poi abbracciarti con un giapponese e una svizzera al traguardo.
  • È commovente. Cercate una persona a cui non sia venuta la pelle d’oca alla partenza. Non la troverete. Pensate alla moglie, ai figli, ai genitori, agli amici, che di notte aspettano il tuo passaggio, che di giorno ti aspettano in Svizzera, che a Chamonix sono pronti a coccolarti all’arrivo. Sono tutte cose che mi sono accadute.
  • È l’ultratrail più importante del mondo. Gli schizzinosi dicono che Chamonix è un baraccone, altri sognano la Western States e la Hardrock (quest’ultima mi piacerebbe, ma so benissimo che non la correrò mai), ma alla fine quelli che contano sono tutti lì. Qui nel 2003 vinse la prima edizione l’atleta che allora vinceva tutti i trail, Dawa Sherpa; qui nel 2006 e nel 2007 Marco Olmo diventò una leggenda; qui nel 2008 Kilian mostrò che lui era il nuovo re; qui nel 2013 Rory Bosio ha dimostrato che una donna può arrivare dietro a soli 6 uomini non perché i maschietti si siano ritirati in massa, ma perché sono molto pochi quelli in grado di metterci meno di 22 ore e mezza; qui D’Haene ha mostrato l’impensabile, cioè ha battuto Kilian nel 2017, e, ancora, Thévenard, con la sua corsa leggera come una piuma, ha inanellato una strepitosa serie di vittorie in tutte le gare. E gli americani, da Roes a Dakota Jones a Walmsley, hanno preso batoste su batoste, talvolta onorando la presenza e concludendo la gara a qualche ora dai vincitori come hanno fatto Scott Jurek e Anton Krupicka. Tu sei lì, insieme a loro, sarebbe come giocare a Wimbledon o correre sulla pista del Letzigrund.
  • È una sfida con se stessi. Lo sappiamo tutti, sul tema si spende tanta retorica, talvolta pericolosa, ma è inutile negare che, nell’impossibilità di salire sul podio, sfidiamo noi stessi, vogliamo vedere se siamo capaci di fare una cosa del genere.
  • Mi piace la competizione. Se mi iscrivo a una gara vuol dire che, almeno un po’, competitivo lo sono ed è bello portare a termine le gare. Magari ho anche un obiettivo di classifica: entrare nei primi 100, nei primi 1000, non arrivare ultimo. Non è indispensabile avere un obiettivo di classifica, ma aiuta.
  • Ho un obiettivo cronometrico. Personalmente, più che un obiettivo di classifica, all’UTMB ho sempre avuto un obiettivo cronometrico. La prima volta l’ho mancato di parecchie ore, nonostante fossi ben allenato, la seconda volta l’ho mancato di pochissimi minuti, la terza di una quarantina di minuti e, finalmente, nel 2014 sono rimasto ampiamente sotto il mio obiettivo. A quel punto ho detto che avrei rifatto il Tour tranquillamente con la mia famiglia e, in effetti, l’anno scorso lo abbiamo finalmente fatto, anche se non interamente. La voglia di rifare la gara non mi è ancora passata, chissà.

L’approccio mentale

Solo un malanno mi può fermare. Non sono un sostenitore dell’ideologia “finisher ad ogni costo”. Anzi, può essere molto pericolosa. Ma se ritengo di essere arrivato alla partenza seriamente preparato, devo decidere da prima del via quali sono le cose che mi possono indurre all’abbandono. Io ho sempre deciso che in fondo sarei arrivato, magari in 46 ore, e che l’unica cosa che mi avrebbe potuto fermare sarebbe stato un grosso rischio fisico, come un forte male a un ginocchio, una caduta davvero rovinosa, o una distorsione davvero dolorosa con la quale non si poteva venire a patti (a volte si può concludere una gara anche dopo una storta, l’ultima vota che ho partecipato al Cro-Magnon, ho corso più di metà gara dopo una distorsione non proprio leggerissima). Per onestà e completezza devo però dire che, non avendo mai avuto problemi alle articolazioni, il dolore alle ginocchia è sempre stato per me un’ipotesi molto teorica e, soprattutto mi potevo permettere di dire “piuttosto arrivo in 46 ore” perché ero in grado di mettercene un bel po’ di meno, e quindi correre al limite dei cancelli orari sarebbe stato relativamente facile anche in condizioni di forte affaticamento.

Sicuramente non ho mai preso in considerazione l’idea di usare dei farmaci antidolorifici e mai li ho portati con me. Gli unici prodotti di farmacia che ho portato con me sono stati la benda prevista dal regolamento, un po’ di vaselina per gli sfregamenti e l’Imodium per la dissenteria. Su quest’ultimo ritornerò, perché il problema cacca non è secondario, per il resto non ho nulla da aggiungere, perché escludo totalmente l’uso dei farmaci in gara e al mio kit da gara potrei al massimo aggiungere qualche cerotto e un paio di Compeed. Ci tengo a precisare questa cosa, non solo per una questione di etica sportiva, ma anche di salvaguardia del proprio corpo. Correre l’UTMB non fa sicuramente bene alla salute, è uno stress enorme per il corpo, e mascherare con antidolorifici i segnali inviati sarebbe pericoloso. Quanto ai danni agli organi che potrebbero provocare, vi invito a documentarvi.

Ricapitolando: solo un malanno mi può fermare, perché sto andando a fare una cosa bellissima che vale la pena di portare a termine perché le ho dedicato tanta preparazione.

Tuttavia, lo spirito è pronto, ma la carne è debole.

L’impasse psicologico

Potrebbe arrivare, è probabile che arrivi, addirittura è quasi sicuro che arrivi il momento della gara in cui dici basta, in cui vuoi andare a dormire e riposare.

La buona notizia è che praticamente tutti i finisher hanno superato quel momento. Se tanti lo hanno fatto, vuol dire che non è roba per pochi eletti.

Quali strategie adottare, allora? Intanto è fondamentale il lavoro preventivo, cioè la riflessione sulle motivazioni che ho provato a elencare. In gara, invece, aiutano alcuni classici trucchi, il primo dei quali è quello di suddividere la gara in tanti pezzi. Se ti senti stanco a Les Chapieux e pensi che hai ancora davanti a te 120 km, come minimo ti demoralizzi. Se invece pensi che devi arrivare al Col de la Seigne, oppure arrivare alla fine della notte, ti poni un obiettivo a breve termine molto più gestibile. Se sai che al ristoro successivo ci sarà un amico ad attenderti, di nuovo puoi trovare uno stimolo ad andare avanti. Puoi anche sfruttare i sensi di colpa: mi sono tanto allenato, ho lasciato tante volte la moglie, i figli, la fidanzata e adesso dovrei raccontare che non ce la faccio ad arrivare in fondo? Quanti non sono stati sorteggiati e vorrebbero essere al mio posto? Ho speso un bel po’ di soldi per l’iscrizione e non arrivo in fondo? Da buon genovese, a volte ho pensato che dovevo arrivare al traguardo per avere almeno il gilet della North Face. Ancora: fare leva sull’orgoglio e pensare che si avrà qualcosa da raccontare; solleticare l’orgoglio più meschino e pensare al momento di gloria a casa, in ufficio, tra gli amici. Guarda poi i giapponesi: li vedrai fare cose buffissime e li vedrai tirare avanti con facce sofferenti – sono stupendi i giapponesi!

Ma la cosa migliore è pensare sempre che si sta facendo una cosa bella. L’ho già scritto molte volte, ma sono convinto che sia proprio vero.

continua

8 pensieri riguardo “Come concludere l’UTMB (parte 2)

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