Come concludere l’UTMB (parte 6)

Le puntate precedenti 1, 2, 3, 4, 5

Puoi essere il primo, puoi essere l’ultimo, ma a Les Chapieux è notte per tutti. Se volete, prendete questa condizione oraria come una condizione spirituale, ma ricordatevi che, se avete dei concretissimi e non metaforici sassolini nelle scarpe, prima di ripartire sarà meglio toglierli. Anzi, già che ci siete, magari togliete un attimo le calze, scrollatele e ripartite.

Les Chapieux-Combal

Per alcuni chilometri camminerai in leggera salita sull’asfalto fino a Ville des Glaciers, dove riprenderai il sentiero. Dopo la lunga salita e la ripida discesa non sarà tanto spiacevole un po’ di asfalto. In realtà so che l’anno scorso c’è stato un cambiamento, perciò dopo un primo tratto di asfalto gli utmbisti sono stati deviati su un sentiero che, stando a quel che ho visto dalle tracce gps, passa al di là del fiume. Comunque la valle è quella, quindi credo che la pendenza non sia troppo diversa da quella della strada asfaltata.

Anche se sei sull’asfalto, sarà forte la sensazione di isolamento, non solo per l’ora notturna, ma perché questa valle è la più isolata di tutto il tour, tanto che non prendono neppure i telefonini. Lo so bene, non perché lo abbia mai controllato in gara, quanto perché l’anno scorso, quando ho fatto il giro con la famiglia – andavamo in senso orario -, ho dormito al Refuge des Mottets nella notte tra il 14 e il 15 agosto. Poco prima di svalicare il Col de la Seigne, scoprimmo che cosa era accaduto a Genova e le ultime voci che sentimmo parlavano di alcune centinaia di morti. Poi, per oltre 24 ore, nessun segnale e nessuna notizia, con la paura e quasi la certezza che qualche persona cara potesse essersi trovata sopra o sotto il ponte.

Ma torniamo a cose più allegre.

Come andare sull’asfalto in leggera pendenza? Io ho la fortuna di essere alto e di riuscire a sfruttare una lunga falcata anche quando cammino. In altre parole, riesco a camminare molto velocemente sulle pendenze lievi. In questo modo posso risparmiare un bel po’ di energie senza perdere troppa velocità. Se non riuscite a camminare a lungo molto velocemente avete due alternative: correre, andando quindi veloci, ma spendendo più energia; camminare e perdere un po’ di tempo. Nell’economia globale della gara forse vale la pena non stancarsi troppo, anche perché secondo me su al Colle è preferibile essere nel pieno delle forze.

Passerete a qualche centinaio di metri dal Refuge des Mottets, ma sarà notte e forse non ve ne accorgerete. Purtroppo non godrete di questa visione dal basso dell’Aiguille des Glaciers.

Arrivati a Ville des Glaciers, comincerete a salire. Il sentiero sale per un bel po’ a zigzag con una buona pendenza, ma molto regolarmente, quindi, se avrete impostato il ritmo giusto, salirete bene. Finiti i tornanti, dopo un breve traverso, comincerete a puntare direttamente al colle. Secondo me questo può essere uno dei momenti più importanti della gara. I più veloci passeranno a notte fonda, mentre chi va un po’ più lento starà già vedendo la luce, ma per tutti sarà freddo. Mentre vi avvicinerete al Colle, direi da quando avrete finito i tornanti, appena sentirete un po’ di vento, tirate su la cerniera della giacca, perché il vento potrà solo aumentare. Prendere freddo qui potrebbe provocarvi un forte senso di nausea che vi accompagnerà per ore. Svalicato il colle, si cambia assetto e si mettono in funzione i muscoli per la discesa. Per fortuna il percorso è sempre bandellato alla perfezione, perché qui sarebbe facile finire fuori sentiero.

Dopo poche centinaia di metri di discesa, ricomincerete a risalire per una variante che non ho mai affrontato in gara, il Col des Pyramides. È un sentiero che a me piace molto, ma non è sicuramente tra i più agevoli, specialmente al buio. Tenete duro e fate attenzione in discesa, specialmente se piove o ha smesso da poco.

Benedirete il ristoro del Combal, che arriva a 17 km da quello precedente, ma difficilmente ci passerete molto tempo, visto che è in un punto ventoso che non invita a riposare. Come ho scritto in una puntata precedente, questo non è assolutamente un buon punto in cui ritirarsi. L’argomento dovrebbe esulare dall’obiettivo di questa guida, che è quello di suggerirvi le tattiche per arrivare in fondo divertendovi, allora vediamo piuttosto in che modo potreste resistere alla possibile tentazione di ritirarvi dopo 67 km di gara e oltre 4000 metri di dislivello positivo.

Naturalmente non vi sto dicendo di tenere duro se avete un ginocchio gonfio, se avete preso una storta che vi fa zoppicare oppure se state pisciando sangue. In questi casi continuare sarebbe da incoscienti. Poniamo però il caso che abbiate nausea e vi sentiate anche un po’ svuotati e deboli. Se è ancora buio, vuol dire che siete in anticipo di alcune ore rispetto ai cancelli orari. Perché fermarsi in un posto freddo e ventoso e rischiare di dover aspettare un bel po’ prima che un fuoristrada arrivi a prendervi? Mangiate e bevete qualcosa se ci riuscite, copritevi e continuate a un ritmo tranquillo rimandando le decisioni definitive a Courmayeur, dove un eventuale ritiro sarà molto più semplice. Se invece siete al limite del cancello orario, provate ugualmente a continuare, sempre tenendo conto che un ritiro a Courmayeur è più semplice e considerando che vi attende un tratto panoramicamente niente male. Ci saranno sicuramente molte persone con voi, ammirate i giapponesi e la loro capacità di sofferenza e tenete duro!

Combal – Courmayeur

Lasciato il ristoro, avete un pezzo in piano lungo il semi-estinto Lac Combal. Se riuscite, non dico a correre, ma almeno a corricchiare, significa che siete in ottima forma. Smetterete però di correre quando dovrete tirare su a destra per dirigervi verso l’Arête du Mont Favre. Non è una salita lunga, sono circa 400 metri di dislivello, ma, come praticamente tutte le salite del Tour, è ripida. La salita non termina né su una vetta, né su un colle, semplicemente nel momento in cui si arriva sul filo della cresta del Mont Favre, si comincia a scendere. È un punto spettacolare, se è già giorno alzate lo sguardo e dedicate qualche secondo al panorama, ma quando camminate guardate bene il sentiero! La discesa prosegue, ogni tanto interrotta da pezzi in falsopiano e poi più continua fino al Col Checrouit, dove il ristoro è allestito presso il Refuge Maison Vieille. Qui di solito l’atmosfera è allegra anche di notte, ma non ne ho mai approfittato perché, conoscendo questo tratto come le mie tasche e confidando nelle mie qualità di discesista, non mi sono mai fermato, preferendo scendere nel minor tempo possibile i successivi 750 metri di dislivello in discesa.

In arrivo al ristoro del Col Checrouit nel 2011 (gli altri anni ero al buio), sono nel mio: in discesa e vicino casa (ph. Flash-Sport)

Il percorso evita il più possibile le piste da sci e sopra il Plan Checrouit entra nel bosco. Purtroppo negli ultimi anni il sentiero è diventato estremamente polveroso, cosa sicuramente fastidiosa, prima di tutto se avete le gambe scoperte e secondariamente anche per il naso, perché rischierete di mangiare un po’ di polvere. Inoltre, per quelli che percorrono il sentiero di notte e hanno davanti a sé qualcun altro, l’effetto della luce frontale che colpisce la polvere renderà la visibilità un po’ problematica. I ricordi su questo tratto sono tutti belli, perché ho sempre corso sapendo che entro pochi minuti avrei visto i miei che mi aspettavano a Dolonne e che avvertivo regolarmente al telefono quando arrivavo al Col Checrouit. In più, capitano sorprese gradite: nel 2011 l’amico Pietro, che pochi giorni dopo avrebbe compiuto 13 anni, mi venne ad aspettare lungo il sentiero e in discesa tenne il mio passo non proprio tranquillo per un bel pezzo. Quando avevo la sua età, suo padre era un mio modello perché camminava fortissimo, nel 2011 forse ero io ad essere per Pietro quel che suo padre Carlo era per me. Adesso Pietro è un compagno di squadra della Sisport (e la vita vuole che sia sul primo Quattromila che ho salito, sia sull’ultimo sul quale son per ora arrivato, io fossi proprio in compagnia di suo papà Carlo, che è diventato mio tifoso.)

Una curva a 90° e si tocca nuovamente l’asfalto a Dolonne (ph. Flash-Sport)

Mi è difficile evitare i ricordi troppo personali e non essere sentimentalista, ma quando arrivi nel tuo posto, nel paese che ami più di tutti e in cui hai trascorso tanto tempo, l’emozione è grande. C’è anche un effetto straniante che vivi nei giorni prima e dopo la gara: “anche tu fai la gara?” “In effetti hai sempre camminato come un treno!”

Passaggio a Dolonne nel 2009: 3 generazioni di Montani attraversano il paese di notte in ordine di età

È bello anche essere a Dolonne da tifoso, non solo da concorrente, ho visto passare i primi di notte e gli ultimi all’ora di pranzo e provi sempre un senso di ammirazione e partecipazione speciale.

Ed ecco il grande ristoro, la metà gara (che poi non è metà, ma simbolicamente lo è). Bisogna pensare come gestirlo. La prima cosa da fare è non perdere tempo, che non significa starci poco, magari avrete bisogno di starci 2 o 3 ore, ma significa sfruttare al meglio la sosta per ricaricarsi.

Se non piove, non sei infangato e sei Kilian, in 2 minuti farai tutto. E se sei proprio Kilian, fammi sapere che hai letto queste mie pagine, così potrò vantarmene con gli amici.

Se sei una persona normale – lenta o veloce non ha importanza – può valer la pena di rinfrescarsi, magari sciacquarsi la faccia e pulire le gambe dal fango o dalla polvere che ti si è incollata addosso scendendo dal Checrouit. Altra cosa che almeno una volta ho fatto è stata cambiare i calzini. Visto che hai a disposizione una sacca portata qui dall’organizzazione, valuta se cambiare maglietta, perché sentirsi addosso qualcosa di pulito, sia pure per pochi minuti, può far piacere. Prendi le barrette, i gel, l’uvetta e tutto quel di cui avrai bisogno nel seguito della corsa e poi mangia qualcosa al ristoro. Quanto? Che cosa? Se stai andando veloce non riuscirai a mangiare molto, se stai andando più lento potrebbe venirti voglia anche di un piatto di pasta. Ricordati di andare in bagno e di pulirti – sull’argomento mi sono ampiamente soffermato – e, se non sei al limite del cancello orario e hai sonno, dormi.

Si potrebbe ripartire da Courmayeur con un aspetto migliore, basterebbe farsi la barba il giorno della partenza (ph. Monica Pagliai)

Stavi mica male al Combal? Vedi che dopo un bel riposo a Courmayeur stai meglio? E allora non privarti della bellezza del resto della gara.

Courmayeur – Arnouva

Ti eri dimenticato di come fosse la salita? Adesso devi ricordarlo in fretta, perché la salita al Bertone non scherza. Nel 2009 per me fu una sorta di via crucis, ogni tanto mi sedevo stravolto a bordo sentiero e, arrivato al rifugio, mi misi a dormire. Se invece state bene, ve la godrete, Courmayeur si farà sempre più piccola là sotto e il Monte Bianco sempre più maestoso. Ho avuto la fortuna di far la salita alle prime luci del giorno, e vedere il Monte Bianco illuminato quando arrivi su è una di quelle cose che dà pienamente senso alla gara. Attenzione che, se è mattino presto, qui potresti sentire freddo, quindi infila subito la giacca se ne senti il bisogno. Se invece arrivi in tarda mattinata o al primo pomeriggio, avrai probabilmente il problema opposto, potresti sentire molto caldo. È dura, berrai molto.

Dopo il Bertone comincia la grandiosa balconata della Val Ferret. Il sole e il caldo magari si faranno sentire, ma vedrai un panorama indimenticabile. Non è però un traverso pianeggiante, i saliscendi sono numerosi, ma quasi mai ripidi. Qui in allenamento corro senza difficoltà, ma dopo quasi 90 chilometri e oltre 5000 metri di salita la storia cambia. Altri corridori che girano sui miei tempi riescono a correre più agevolmente, io invece qui vado in difesa e cerco di sfruttare la mia falcata. Un po’ rallento, ma so che potrò rifarmi risalendo al Col Ferret.

Hai le gambe lunghe? Approfittane e allunga la falcata! Ma ogni tanto girati, dietro di te c’è la Est delle Grandes Jorasses e laggiù la vetta del Bianco. (ph. Flash-Sport)

AL Rifugio Bonatti altro ristoro in cui mi è capitato di dover dormire. Il posto è talmente bello che vale la pena di rilassarsi e scambiare due parole con i volontari se non c’è troppo affollamento. Si riparte con un breve tratto di salita, poi si scende all’Arnouva. Allargate i polmoni mentre scendete (ma anche prima, lungo tutta la balconata), cercate di sentire l’odore dei rododendri e dei mirtilli. Anche senza fiori e senza frutti vi riempiranno lo spirito.

Ed eccovi all’Arnouva, in fondo alla Val Ferret. La tentazione del ritiro potrebbe assalirvi, ma voi dovete essere più saldi di Sant’Antonio nel deserto: sarebbe troppo comodo ritirarsi qui in Italia e rientrare agevolmente a Courmayeur. Pensate invece che se vi ritirerete a La Fouly creerete più difficoltà all’organizzazione che vi dovrà scarrozzare per due stati fino a Chamonix. Dovreste ritirarvi dopo tutto quel che avete pagato per l’iscrizione e vorreste facilitare il compito agli organizzatori? Giammai!

Arnouva – La Fouly

“Quanto è dura la salita del Col Ferret!” Io da bambino non la capivo mica tanto questa frase. Andavo su bene e non faticavo mica tanto. Poi, con l’UTMB ho detto anch’io “quanto è dura la salita del Col Ferret!”.

In 4 chilometri e mezzo si salgono quasi 800 metri di dislivello e si arriva a oltre 2500 metri di altitudine. Considerando che c’è un tratto pianeggiante non brevissimo dopo la prima rampa, anche chi non ci è mai stato capirà che il sentiero è bello ripido. I primissimi saliranno con le primissime luci del giorno, gli ultimissimi, una volta in cima, dovranno accendere la frontale, quindi le condizioni possono essere molto diverse sia per la temperatura, sia per l’insolazione, sia perché al mattino potrebbe esserci il sole e alla sera piovere, o viceversa. La tattica migliore è sempre quella di impostare un ritmo regolare e, se tira vento, di non prendere freddo. Se avete i bastoncini, il loro rumore ritmico vi terrà compagnia, io invece, come si è già visto in una foto, metto le mani à la Olmo o à la Obelix e salgo.

Adattare il materiale alle condizioni ambientali. Il buff non è in versione fascetta assorbisudore, ma è più largo per riparare meglio dal freddo. Anche i manicotti sono alzati. (ph. Flash-Sport)

A proposito, quali vantaggi ha questa posizione? Per me che ho delle braccia simili a un gorilla, è intanto un modo per metterle da qualche parte. Ho letto anche che in questo modo si mantiene la cassa toracica aperta e si respira meglio, ma non so se sia vero. La cosa più importante, almeno per me, è però che questa posizione mi costringe a restare molto composto, infatti il busto non si muove in maniera scomposta, le braccia non vanno di qua e di là e di conseguenza spreco meno energie. In effetti, forse la caratteristica più interessante del mio modo di correre in montagna è che assumo una postura poco dispendiosa in salita e anche in discesa, dove vado veloce quasi sempre senza scompormi, senza aver necessità di bilanciarmi tanto allargando le braccia.

Nella lunga discesa dal Col Ferret si può correre veloci, ma se si rimane composti si risparmia energia. Il piede che va un po’ per conto suo è però indice di fatica: più si è stanchi, più la tecnica di corsa peggiora. (ph. Flash-Sport)

La discesa dal Col Ferret è molto lunga. Nella prima parte è poco ripida, ma purtroppo non me la sono quasi mai goduta pienamente perché i problemi intestinali mi rallentavano. Più in basso ci sono dei punti molto ripidi e, a un certo punto, c’è anche un traverso leggermente esposto attrezzato con un corrimano. Quando si arriva finalmente in prossimità di La Fouly, si tocca nuovamente l’asfalto, che era stato abbandonato al Villair, all’inizio del sentiero per il Bertone. Un volto amico potrebbe essere di grande aiuto, in caso di crisi. E se state bene, sarà ugualmente d’aiuto. Quasi sicuramente passerete un po’ di tempo in questo ristoro, sia che stiate andando benissimo e non siate neppure all’ora di pranzo, sia che siate vicini al cancello orario. Anzi, se siete al limite, state lì finché non vi cacciano, ho amici che hanno fatto così e poi hanno concluso alcune ore entro il limite. Massimo Ghisalberti e Francesco Prossen nel 2011 tra la Fouly e Chamonix hanno recuperato oltre 500 posizioni.

E fate un ripasso delle motivazioni, La Fouly è forse il punto in cui avvengono più ritiri: Chamonix dista ancora tanti km e tante salite e la prospettiva di un’altra notte sui sentieri potrebbero essere scoraggianti. Ma non siete venuti proprio per vivere questa esperienza?

Di nuovo, courage!

continua

6 pensieri riguardo “Come concludere l’UTMB (parte 6)

  1. Oltre a permettere di controllare meglio braccia e tronco, confermo che tenere dietro le braccia espande la cassa toracica – lo dico non da runner, ma da semplice camminatrice che attraversando (stavolta sì di corsa) l’università ha raccolto due nozioni utili per poi fare tutt’altro… e ora proseguo verso le ultime due tappe.

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