Contro il classismo dei licei d’élite

Se le righe che seguono fossero scritte per una rivista statunitense o fossero lette di fronte a un consesso di accademici inglesi comincerebbero più o meno in questo modo.

In questo articolo affronterò il problema della correzione dei testi scritti nella scuola secondaria italiana. In particolare, il mio intervento affronterà due interrogativi. Il primo riguarda il rapporto tra la sensibilità relazionale del docente e l’efficacia didattica; il secondo la relazione tra selettività dell’istituzione scolastica ed efficacia del sistema educativo. Porterò il caso concreto della correzione di un testo scritto per esemplificare quanto sostenuto.

Non è che in Italia andrebbe molto meglio, perché se scrivessi per il ministero il problema diventerebbe una problematica e via peggiorando.

Visto che la vita accademica appartiene al mio passato lontano e visto che le mie amiche accademiche che insegnano in Inghilterra non scrivono in questo modo, posso provare una nuova partenza.

Un insegnante che umilia gli alunni può essere un bravo insegnante? Una scuola che fa scappare gli studenti è una buona scuola? Lo scopriremo partendo da come un insegnante di una scuola genovese corregge un testo scritto da un’alunna di 14 anni.

Non è piacevole criticare il lavoro di un collega, ma in fondo un insegnante d’italiano è forse la persona più competente per esprimere un parere sul lavoro di un altro insegnante della stessa materia. Ad ogni modo, preciso subito alcune cose.

  1. Nelle foto che pubblico non si vede quel che ha scritto l’alunna, che in questa discussione rappresenta l’anello debole e quindi deve essere protetta (al di là della minore età e delle questioni legali di privacy).
  2. Direi anche che le foto non rendono riconoscibile l’insegnante, che è una donna (faccio la precisazione, di per sé inutile, per non dover gestire da questo momento in poi le desinenze del genere).
  3. Non conosco il nome dell’insegnante.
  4. L’alunna non è mia figlia e neppure una mia ex-alunna.
  5. L’alunna non ha frequentato né frequenta le scuole dei miei figli.
  6. Non do ripetizioni all’alunna.

Qui di seguito pubblico le foto delle correzioni dell’insegnante.

immagine 1
immagine 2
immagine 3
immagine 4

Non sono sicuro di aver disposto le foto nell’ordine giusto, ma la cosa è del tutto irrilevante per il mio discorso. Prima di cominciare ad analizzare le correzioni della professoressa, ricordo che l’alunna ha scritto sicuramente non bene. Il giudizio della professoressa è stato “gravemente insufficiente” (credo che si tratti di un lavoro assegnato a casa e privo di un valore numerico) e a me pare esageratamente punitivo, ma non è questo il punto, perché può darsi che io non sia in grado di valutare pienamente il livello che deve essere raggiunto dalla scrittura di un alunno all’inizio del secondo quadrimestre in prima liceo, visto che io arrivo a correggere testi dell’esame di terza media. (Non è vero, sono perfettamente in grado di valutare un tema di prima liceo!)

Passiamo dunque alle correzioni. Che cosa non va? Praticamente tutto.

  1. La grafia dell’insegnante è scarsamente leggibile. Non dico brutta, dico poco leggibile. Se io che sono pagato anche per capire le grafie incerte di alunni magari disgrafici devo faticare a comprendere alcune correzioni, quanta fatica dovrà fare l’alunna?
  2. L’insegnante abusa della punteggiatura emotiva. Noi professori insegniamo che il punto interrogativo e il punto esclamativo non vanno raddoppiati e invece questa insegnante raddoppia e triplica sistematicamente. Nell’immagine 2 arriva a infilare 5 punti interrogativi di seguito. Che cosa sono tutti questi punti interrogativi? Una regressione adolescenziale? Una regressione linguistica che conduce all’uso maldestro della punteggiatura? No. Semplicemente l’insegnante dimostra rabbia, non si controlla emotivamente.
  3. Un insegnante che mostra rabbia a caldo per la presunta durezza di comprendonio dell’alunno si comporta in maniera discutibile, ma comprensibile. Può succedere di spazientirsi in classe di fronte all’alunno che chiede per la decima volta la stessa cosa, specialmente se l’alunno non capisce perché è disattento. Quando si corregge uno scritto, però, si lavora a mente fredda e le correzioni non possono mostrare rabbia in modo così palese.
  4. La rabbia dell’insegnante si manifesta anche in frasi di questo genere: “Devi renderti conto di quanto sia male rielaborato questo periodo” (immagine 1), “vedi come colleghi in modo disorganico ed errato i contenuti?” (immagine 2), “ma cosa vuol dire” (2 volte nell’immagine 1 e una volta nell’immagine 2, sempre con abbondanza di punti interrogativi). Ogni volta che la professoressa esordisce con “ma” mostra un atteggiamento aggressivo verso l’alunna. Questa professoressa è piena di risentimento.
  5. Le correzioni sono troppe. L’abbondanza di segni rossi ha un effetto spaesante e la studentessa non riesce più a orientarsi. Sì, ma gli errori sono troppi, si dovrebbe soprassedere? A parte il fatto che a volte – forse – è meglio soprassedere, piuttosto che trasformare il tema in un lago di sangue, l’insegnante potrebbe ridurre di molto i segni rossi eliminando tutti quegli elementi che non servono ad altro che a esprimere il suo disprezzo. Dunque: via tutti i raddoppi e moltiplicazioni di punti interrogativi, via tutti i “ma”, via tutti i “gravissimo” (conto 3 gravissimo/i e un gravemente), via tutte le allocuzioni alla studentessa.

Credo che dovrebbe lasciare tutti sconcertati il lavoro di questa insegnante. L’alunna oggetto delle sue correzioni è uscita dalla secondaria di primo grado con la votazione di 10/10 e adesso scrive peggio rispetto a otto mesi fa ed è in difficoltà nelle interrogazioni. Un normale insegnante di fronte a un fatto del genere cercherebbe di applicare qualche strategia per risollevare la studentessa, questa invece sembra seriamente intenzionata ad affossarla, usando un tono che personalmente non mi sono mai permesso di utilizzare neppure con alunni che commettono mediamente un errore ogni due parole. Eppure anche l’insegnante di liceo è alla scuola dell’obbligo, perché l’obbligo scolastico in Italia dura fino ai 16 anni. Non sto dicendo che alla scuola dell’obbligo non si debba bocciare, ma la scuola dell’obbligo non deve “fare la selezione”.

Questa insegnante lavora in una di quelle scuole che amano autodefinirsi come “scuola della classe dirigente genovese”. Fin troppo facile commentare “e ve ne vantate ancora!”. Questa scuole – il liceo classico D’Oria, il liceo scientifico Cassini e il liceo linguistico Deledda – sono ben felici di vantare i propri meriti quando vengono pubblicati i ranking del progetto Eduscopio della Fondazione Agnelli. Si tratta di ricerche molto ben fatte e che forniscono molte informazioni, ma che hanno qualche limite difficilmente superabile, se non a costo di incrociare tra loro molte tabelle. Quello che accomuna le tre scuole è il mito della selettività (o del merito, come oggi si preferisce dire). Il linguistico Deledda per lo meno gioca a carte scoperte: per essere ammessi occorrono un voto elevato all’esame di terza media e una media elevata nella pagella del primo quadrimestre di seconda media. Di conseguenza, gli alunni che vanno al Deledda sono già molto motivati, spesso sono i primi della classe. Si può avere qualche dubbio su questo sistema, che per certi aspetti può ricordare quello usato per le scuole d’élite in Francia, ma almeno è chiaro. Al Cassini e al D’Oria imperversa invece la politica del terrore e dell’umiliazione: gli alunni devono essere scremati, agli alunni viene detto che non sono “da classico”, che dovrebbero andarsene all’istituto agrario e altre amenità. Al classismo degli insegnanti, che se è così diffuso è evidentemente avallato dai dirigenti scolastici, si aggiunge quello delle famiglie di alcuni quartieri genovesi e degli insegnanti delle relative scuole: non c’è scuola come il liceo, il latino ti apre la mente, solo il liceo ti dà una formazione degna di queso nome e via snocciolando vetusti pregiudizi.

Il risultato è quello di istituti doppiamente classisti: classisti i docenti, classiste le famiglie degli alunni e alla fine classisti gli alunni.

E chi va male? E chi è scremato? Se è figlio della classe dirigente magari avrà la possibilità di fare un po’ di ripetizioni e si risolleverà più facilmente dalle proprie défaillance. Ma se ha i genitori di un altro continente e magari parla con loro in arabo, se per lei non è un’ovvietà avere già in casa la Commedia, I promessi sposi, il Canzoniere e i Canti, se non viene da Carignano e Castelletto, ma dalla Valpolcevera?

Beh, che se ne vada in un altro Liceo. In effetti alla fine è possibile che ci guadagnerà, ma intanto i già difficili 14 e 15 anni saranno stati ancora più brutti e non le saranno restituiti.

10 pensieri riguardo “Contro il classismo dei licei d’élite

  1. Alessandro
    con questo articolo, seppur breve, hai aperto un autentico vaso di pandora. Controllo delle emozioni ed intelligenza emotiva (in Italia in questo si e’ abbastanza carenti in parecchi ambiti, su varie classe sociali, da Nord a Sud, trasversalmente tra fasce di eta’), istruzione, scuola dell’obbligo, selettivita’ e merito nelle scuole snobismo.
    Hai stimolato dei pensieri che avrei voluto scrivere in un post sul mio blog, mi scuserai se uso il tuo blog per parlarne.

    Che l’italia la stragrande maggioranza della popolazione non sia in grado di gestire a livello di singoli (ma anche di popolo) le proprie emozioni, e’ una cosa alquanto chiara per chiunque abbia trascorso almeno un mese all’estero, oppure abbia un minimo di senso critico. E’ una carenza secolare, tipico di un paese che ha viaggiato per secoli nella miseria, e che non ha saputo adeguare il proprio benessere economico alla propria crescita culturale e psichica (il discorso va di pari passo tra singoli e masse). Ora si puo’ discutere fino alla noia se questo fenomeno sia diffuso piu’ al nord o piu’ al sud.. ma e’ puro onanismo. Da un punto di vista razionale e possibilmente oggettivo (dopo aver trascorso 3 anni in Canada, ora quasi uno in Belgio), mi rendo conto di quanto questo problema sia grave e faccia danni. L’esempio che tu riporti e’ a dir poco emblematico se non aberrante. Una cosa simile in Canada porterebbe all’allontanamento piu’ o meno immediato dell’insegnate, e ad una sua “rieducazione emotiva”. In Belgio non andrebbe molto diversamente, si allungherebbero solo i tempi (efficienza europea vs efficienza nordamericana).. il succo non cambierebbe.
    Snobismo. Ora, che lo snobismo sia abbastanza diffuso anche in altre terre, non c’e’ dubbio. Che sia molto diffuso in Italia non v’e’ dubbio alcuno. Che venga da lontano, e’ un altro storico problema , che non lo vogliamo risolvere, (anzi di cui un po’ tutti ci faciamo scudo per salvare ognuno un po’ di proprio e miserabile orticello) anche questo e’ vero. Ma torniamo alla scuola.

    Sono abbastanza convinto che innalzare l’eta’ per la scuola dell’obbligo, non porti molti vantaggi. Credo che 14 anni fosse un’eta’ piu’ che ragionevole per terminare il ciclo di obbligatorieta’. Mandare in massa a scuola tutti per altri due anni, non ha migliorato per nulla la qualita’ del sapere dei 16 enni. il discorso viene per me da lontano, e cioe da certo “egualitarismo”: credere che tutti debbano fare le medesime cose, studiare le stesse materie, avere lo stesso approcio allo studio. Una bella stupidaggine. Gia’ a 14 anni, ci sono ragazzi e ragazze che non hanno assolutamente piu’ voglia di studiare, cosi come ci sono quelli che ne hanno voglia. Ci sono quelli portati per le lettere, per le materie tecniche, per aspetti creativi. Metterli tutti insieme nello stesso calderone e’ una bella idiozia (in realta’ lo e’ anche prima in termini di eta’, di qui il malfunzionamento della scuola media inferiore italiana.. che tra l’altro esiste solamente in Italia. In Belgio, Germania, Francia, Olanda non ve n’e’ traccia, credo che persino la borbonica Spagna ne faccia a meno). Ora, la consueta “Italia bene” che vuole vedere i propri figli crescere nei “licei d’elite” sena mischiarsi alla plebe, si rinchiude nel proprio snobismo, nei professori che fanno selezione senza intelligenza emotiva (vedi tuo esempio), nel chiudersi sempre in se stessa, senza ascensori sociali di alcun tipo, senza guizzi, senza slanci, sepre pronta a difendere il proprio sempre piu piccolo orticello. Da un lato lo snobismo delle elite, dall’altro l’appiattimento delle masse. Nell’appiatimento delle masse, il figlio bravo del povero diavolo, che merita e che ha voglia di studiare, deve sobbarcarsi almeno 5 (se non piu’) anni di scuola tra asini che comunque al diploma ci arrivano lo stesso, programmi ridimensionati per permettere anche a gente che non ha alcuna voglia di andare a scuola di essere un minimo al passo, professori sempre piu’ svogliati perche’ fiaccati da masse di asini che non hanno voglia di studiare.. e cosi’ via. In tutto cio’ chi ci perde? Ovviamente per primo il ragazzo o la ragazza portata per gli studi ma non facente parte delle elite borghesi, la scuola italiana nel suo complesso, la scuola come istituzione, le motivazioni dei professori nelle scuole non di elite, il perpetuarsi dello snobismo e della mancanza di intelligenza emotiva delle classi dominanti di questo malandato paese, il paese nel giro di non piu’ di 10 anni che ne perde in tutto: cultura, accrescimento generale, “competitivita’” in campo economico, sociale, creativo. E’ un vortice dal quale non se ne esce piu’. scusa per la lunghezza.

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    1. Grazie per l’attenzione e per il commento che tocca parecchi argomenti. Posso precisare che in Italia dopo la terza media (o secondaria di primo grado, come da parecchi anni ormai ufficialmente si dice) non si è messi nello stesso calderone. C’è chi va al tecnico informatico, chi all’alberghiero, chi al classico, chi al linguistico…
      Piuttosto molto spesso quello che è carente è l’aiuto nella scelta della scuola, sia per colpa degli insegnanti, sia per colpa delle famiglie, sia degli alunni stessi. Semplificando un po’ e prendendo spunto dalla mia esperienza personale: nella zona in cui io vivo e i miei figli vanno a scuola (zona “bene” di Genova) imperversa ancora l’idea per cui “meglio del classico non c’è niente”, “il latino ti apre la mente” e via dicendo; dove insegno (scuola al di là del Ponte Morandi) la mentalità è invece molto più concreta, anche troppo (soprattutto da parte delle famiglie immigrate) e si privilegiano gli indirizzi tecnici e professionali, mentre ai licei linguistico e scientifico in linea di massima vanno ragazzi e ragazze più motivate per uno studio più teorico. Il classico è invece una scelta residuale.
      Senza falsa umiltà, posso dire che nella mia scuola, per lo meno nella succursale da due sole sezioni in cui lavoro da 10 anni, i miei colleghi ed io dedichiamo molta attenzione all’indirizzo degli alunni e ragioniamo bene prima di scrivere il famoso “consiglio orientativo”. Certo, in alcuni casi non è per niente facile, perché ci sono alunni che difficilmente manifestano interesse per la scuola. Questi sono casi molto delicati, perché il rischio che corrono in molti casi non è solo quello della dispersione scolastica e del tirare a campare fino ai 16 anni per non poter andare finalmente più a scuola, ma è quello di diventare precocemente dei dropout, specialmente se l’ambiente familiare è debole, sfasciato, poco istruito.
      Ma ho ampliato ulteriormente il discorso. Tornando all’argomento del mio post, posso dire che mi fa piacere (e naturalmente un po’ di rabbia) che almeno in altri paesi un insegnante non potrebbe permettersi a lungo un comportamento del genere. Tanto per soffiare sul fuoco, posso aggiungere un episodio. La madre di un’alunna di terza media della mia scuola è andata a parlare con un’insegnante di una di queste prestigiose scuole genovesi. Che cosa ha pensato bene di dirle la professoressa?
      “Se la tenga, non mandi qui sua figlia, che a 15 anni sarà già incinta”. Naturalmente la prestigiosa docente non sa nulla della ragazza, che però ha la colpa terribile di provenire dalla Valpolcevera e di avere i genitori ecuadoriani.

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      1. Alessandro
        Credo che sulla maggior parte dei punti toccati dal tuo post siamo abbastanza allineati. La mancanza di controllo emotivo ed intelligenza emotiva di molti insegnanti in generale e degli insegnati delle scuole “d’elite” in particolare ci vede praticamente sulla medesima posizione. Il fatto di usare male le emozioni, e di provocarne di pessime nei propri studenti o nei genitori dei potenziali studenti (come nell’ultimo caso da te citato) non puo’ che suscitarmi un vero senso di pena e di depressione, misto a rabbia e sollievo (avendo deciso di lasciare l’Italia). quella che dipingi e’ una vera e propria situazione da terzo mondo.. spiace dirlo, ma e’ cosi’ che va nei paesi poveri.

        Sul discorso “Liceo Classico” scuola d’elite, scelta residuale, posso dirti che era cosi’ anche 20 o 30 anni fa, anche in altre zone d’Italia molto lontane da Genova. Credo sia un “pregiudizio” che venga da molto lontano. Il classico come scelta snob, rinchiudendosi in vecchi cliche’, sperando di non far mescolare i proprii figli a: gente che viene dalle periferie, gente che viene dai paeselli, figli di meridionali, figli di operai o contadini, ora figli di immigrati. L’Italia e’ sempre stato un paese classista e fondamentalmente razzista, solo che ce ne stiamo accorgendo negli ultimi due o tre anni.

        Dall’altro lato si collocano le scuole non di elite. E qui vengo al tuo commento. Tra le scuole non di elite si collocano in primis gli istituti tecnici e professionali, a volte alcuni licei (scientifici e linguistici) ubicati in quartieri fuori dalle zone ZTL. Qui ci finiscono indifferentemente tutti, tranne i figli della Milano/Torino/Roma/Genova/Palermo etc.. bene. Ci finiscono coloro che vogliono imparare qualcosa, coloro che vogliono studiare (spesso anche ragazzi che avrebbero voluto andare ad un liceo, ma costretti dai genitori a scelte piu’ pragmatiche, come tu stesso riporti), coloro che sono degli smanettoni (di solito coloro che trovano subito lavoro da diplomati), ragazzi che non ne vogliono sapere di niente, ragazzi che hanno alle spalle famiglie disagiate, ragazzi provenienti da situazioni limite potenzialmente sull’orlo di finire chissa’ dove.

        Manca in Italia la capacita’ di indirizzare questi ragazzi nella maniera piu’ opportuna, verso una scuola piuttosto che verso un’altra. Concordo. Infatti piu’ che di selezione, a monte parlerei di orientamento. Ma da altre cose che mi scrivi, risulta altrettanto difficile riuscire in questo, sia come genitori (spessissimo assenti), sia come insegnanti (data la mancanza di riscontri di ragazzi e delle loro famiglie), data la mancanza di volonta’ di studiare di molti studenti. Allora tutti si finisce inevitabilmente nel calderone.. indifferentemente dal fatto che si frequenti un tecnico industriale piuttosto che un tecnico commerciale, o un alberghiero. Certo ci si e’ “sparpagliati” tra vari indirizzi, ma alla fine, specie nei primi due anni di superiori, non vi e’ questa netta differenza. Si sta inevitabilmente tutti insieme. La scuola non d’elite deve sopperire a varie altre funzioni (come gia’ per lo piu’ avviene nelle scuole medie…o secondaria di primo grado come ora pomposamente si chiama): famiglia, assistenza sociale, funzione educativa, guy-sitting etc. etc.., riducendo la sua vera funzione: insegnare, trasmettere sapere e conoscenze, passione per lo studio, istruire al mondo del lavoro (specie se si frequenta un tecnico o un professionale), preparare eventualmente i ragazzi piu’ meritevoli agli studi universitari, valutare il merito e il demerito in maniera corretta. Io sono dell’idea che piu’ le scuole non d’elite assolvono alla prime funzioni, piu’ le scuole di elite si rinchiudono nel loro piu’ bieco orticello.

        Non ho una soluzione a tutto cio’, analizzo solo la situazione, o cerco di farlo, sforzandomi di interpretare i dati che ho a disposizione o che avevo. Quando nel periodo 2002-2010 lavoravo ancora nell’universita’, vedevo il livello di preparazione degli studenti che si iscrivevano ad ingegneria, ogni anno calare (parlo di ben 9 anni fa, quando ancora la diffusione deleteria degli i-phone e delle loro devastanti conseguenze sulle soglie di attenzione non era arrivata), soprattutto quella di coloro che provenivano da istituti tecnici e licei scientifici. Coloro che arrivavano dal classico, avevano difficolta’ abbastanza palesi in matematica (ma cio’ era dovuto al loro percorso precedente, abbastanza scarno in questa materia), ma alla fine, il tutto si riduceva ad un abbasamento del livello e della qualita’ di istruzione universitaria. Vi era una soluzione. Era quella di tenere i livelli di istruzione e qualita’ ancorati agli standard di 20 o 30 anni prima. Il che significava bocciare almeno il 90% degli iscritti in quasi tutti i corsi del primo anno. in pratica significava chiudere l’universita’ italiana.

        Ripeto: non ho la soluzione in tasca, ma bisogna capire cosa fare a breve, e metterlo in pratica. In altre parti del mondo, non aspettano mica che il sistema di istruzione italiano si adegui ad un mondo sempre piu’ complesso, complicato e competitivo.

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  2. Sono anch’io un insegnante d’Italiano, e sono rimasto stupefatto quando ho letto che alcuni colleghi, per far capire ad un alunno quanto è capra, gli dicono che dovrebbe ripiegare sull’istituto tecnico agrario. Ebbene, forse costoro non hanno mai insegnato in quel tipo d’istituto: l’unica differenza con un liceo scientifico è l’assenza del latino, quindi chi non ha delle basi scientifiche di ferro e una gran voglia di studiare all’agrario non arriva neanche in seconda.
    Riguardo al tema, so bene che con i dipendenti pubblici ci vuole ben altro per usare il pugno di ferro, ma ritengo che la docente in questione dovrebbe subire un severo provvedimento disciplinare. Si può criticare anche fortissimamente una performance orale o scritta, ma la critica al lavoro non deve mai degenerare in un attacco alla persona: qua invece la volontà di ferire, umiliare e far sentire una nullità l’alunna è semplicemente innegabile. Lo si vede non solo dall’uso della punteggiatura emotiva e dei termini più drastici che la lingua italiana possa offrire, ma anche dal fatto che la docente abbia sottolineato più volte la parola gravissimo, che già di per sé sottintende un giudizio fortemente negativo, senza che ci sia bisogno di calcare ulteriormente la mano.
    Comunque ho avuto anch’io una professoressa così: mi odiava così tanto che quando correggeva un mio compito voleva per forza trovare un errore ad ogni rigo, quindi anche in quelli dove non c’era nulla di sbagliato pur di segnarmi qualcosa si metteva a correggere con i sinonimi (memorabile quando mi cancellò “equitazione” correggendo in “attività equestre”). Quando poi trovava un errore vero e proprio, faceva esattamente come colei che ha corretto questo tema: lo sottolineava mille volte fino a forare il foglio, e accanto ci scriveva un NO a caratteri cubitali.
    Anche quando mi parlava tentava sistematicamente di farmi perdere fiducia nei miei mezzi e di convincermi che non ero un bravo studente. Per fortuna non ci è mai riuscita, un po’ perché la mia autostima non è mai dipesa dai giudizi degli altri, un po’ perché non aveva un grande talento nel fare il lavaggio del cervello.
    La docente in questione insegna ancora, quindi quando sono diventato un suo collega sono stato seriamente tentato di andare a dirglielo, ma alla fine ho rinunciato: se le avessi sbattuto in faccia il fatto di essere diventato un professore nonostante il suo tentativo di affossarmi, lei avrebbe pensato che sotto sotto le sue umiliazioni mi rodevano ancora, e quindi ci avrebbe soltanto goduto.
    Cosa ne pensa di tutto ciò che Le ho raccontato?

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    1. Prima di tutto grazie per aver letto e commentato questo mio pezzo, che è uno tra quelli a cui tengo di più tra quelli che ho scritto. Che dire? Evidentemente non ho descritto un caso limite, visto che racconti di un’esperienza simile e che altre persone che hanno letto il mio pezzo mi hanno raccontato di altri simili insegnanti. Questo significa che comportamenti del genere sono spesso tollerati nella scuola italiana, anzi, temo che alcuni dirigenti si facciano pure un vanto di annoverare tra i propri docenti elementi del genere. Nel tuo caso, tra l’altro, la professoressa oltre a mancare di talento nel fare il lavaggio del cervello, mancava non dico di talento linguistico, ma pure di senso del ridicolo, visto che correggere “equitazione” con “attività equestre” è roba da verbale dei carabinieri.
      Quanto all’agrario, non avrei nulla in contrario se una delle mie figlie vi si iscrivesse (il figlio ormai è in terza liceo scientifico, troppo tardi), ho pure un ex collega simpaticissimo che vi insegna! Mi dispiacerebbe solamente che passerebbe molto tempo sugli autobus, dato che è un po’ lontano da casa, ma in fondo sono un po’ viziato, visto che sono sempre potuto andare a piedi sia a scuola sia all’università.

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      1. Tra l’altro tra i diplomati all’agrario c’è un bassissimo tasso di disoccupazione, quindi tua figlia farebbe bene ad iscriversi lì non soltanto per la formazione che offre, ma anche per le possibilità lavorative che garantisce.
        Riguardo alla tolleranza nei confronti degli insegnanti troppo severi, la mia opinione è che si tratti in molti casi di un’indulgenza forzata: come Le ho scritto nel mio commento precedente, per sbalzare di sella un dipendente pubblico ci vuole molto, molto più di questo. E infatti se ci sono professori che si comportano così è proprio perché sanno di essere intoccabili: la vera casta siamo noi dipendenti pubblici, e lo dico con amarezza. Ma per fortuna tra di noi ci sono anche molte persone che lavorano con impegno pur potendo stare senza far nulla, e con umanità pur potendo commettere impunemente le peggiori ingiustizie. Grazie mille per la ricchissima risposta! 🙂

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  3. Al di là dell’atteggiamento dell’insegnante che non condivido, noto che anche questa docente scrive l’accento grave come fosse un accento circonflesso. Un tratto che accomuna molti insegnanti vecchia scuola e che fa sì che poi i ragazzi scrivano già e finché esattamente con lo stesso “accento”. Argh…

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