Dieci monti (4-5). Becca della Traversière mt. 3337 e Aiguille d’Argentière mt. 3901.

Se nella puntata precedente ho parlato del mio primo Quattromila, adesso tocca al primo Tremila e a un altro monte che resta nello stesso migliaio.

Becca della Traversière. Nella prima puntata di questa serie ho confessato l’invidia che provai verso mio fratello che era salito sulla testa Licony.

Una gelosia ancora più forte fu quella che provai nel 1980 nei confronti di mio fratello e mia sorella che erano saliti sul Fallère e sul Rutor, i loro primi Tremila. L’evento, per me di fondamentale importanza, era avvenuto durante il campo parrocchiale, erano infatti anni in cui non solo esistevano dei sacerdoti giovani, ma anche dei preti che andavano in montagna “da preti”. Quindi: megacordata di otto persone, ramponi per il capocordata e per l’ultimo di cordata e via, confidando nello Spirito Santo. Agli occhi del mio fanciullesco senso di giustizia era però inaccettabile non tanto che Antonella e Andrea fossero saliti sul Rutor, quanto che ci fossero saliti alcuni loro compagni di gruppo che io non ritenevo degni di essere arrivati ai 3000 prima di me, nonostante fossero di almeno 5 anni più vecchi di me.

L’anno dopo arrivò il momento del riscatto, questa volta durante un campo parrocchiale per famiglie. Tra i partecipanti c’erano alcuni molto pratici di montagna, così un giorno si partì per andare a dormire al Rifugio Bezzi in Valgrisenche. La mattina seguente alcuni restarono in rifugio, mentre io e un bel po’ di altre persone partimmo per la Becca della Traversière. Il ricordo è per forza di cose molto lontano nel tempo, perciò ricordo solo alcuni particolari: mi legai sul ghiacciaio – probabilmente fu la prima volta che lo feci -, ma non avevo i ramponi; al ritorno arrivai a valle tra i primi, così evitai la pioggia che invece si beccarono quasi tutti gli altri. Ma, più di tutto, ricordo la sorpresa del panorama in vetta, perché vidi dei monti – quelli della Val d’Isère – che non avevo mai visto. Arrivare in cima a un monte e scoprire dei nuovi monti: che bello!

Sono tornato sulla Becca della Traversière un altro paio di volte, non più dal Rifugio Bezzi, ma dal Benevolo in Val di Rhêmes. Ricordo volentieri l’ultima, perché fu decisamente improvvisata. Eravamo al rifugio Benevolo per una tranquilla gitarella familiare. Ero già sposato, ma ancora senza figli e con un numero limitato di nipoti. Dopo pranzo, con mio fratello decidemmo di salire fino al Lago di Goletta, dove non ero mai stato.

Al Lago di Goletta con mio fratello, sullo sfondo la Grinta Parei

Salito in fretta il ripido sentiero, ci venne voglia di salire fino ai 3000 e passa metri del colle Bassac Derè, tanto per affacciarci sulla Valgrisenche. Siccome l’appetito vien mangiando, mentre mio fratello decise di ridiscendere al rifugio perché doveva portare in spalla la figlia, io mi dissi che tanto valeva proseguire lungo il crinale fino alla vetta della Becca. Così, di pomeriggio, da solo, mi ritrovai sul mio antico primo Tremila. Come ho già scritto nella puntata precedente, trovarsi in cima a un monte da soli di pomeriggio è sempre un’esperienza speciale, ancor di più se si è dove già non cresce più l’erba.

Il mio zaino in cima alla Becca della Traversière

Aiguille d’Argentière. Nel mirabile 1989, come ho già scritto nella prima puntata, reduce da 20 giorni di seguito sopra i 2000 metri, ero in gran forma. Trascorsi alcuni giorni da solo in montagna e realizzato il mio enchainement, arrivarono i miei genitori, così con mio padre e un paio di amici decidemmo di salire l’Aiguille d’Argentière. Se mi chiedessero qual è il posto che mi piace più di tutti, direi molto probabilmente che è proprio il ghiacciaio dell’Argentiere. Sopra la lingua glaciale, ormai sempre più ritirata rispetto a quando, un secolo fa, arrivava alle spalle del paesino a fondovalle, un falsopiano di alcuni chilometri è circondato da montagne e pareti mozzafiato, compresa la mitica nord delle Droites e il mio grande sogno alpinistico irrealizzabile, il Couloir Couturier delle Aiguille Verte. Di fronte alle inaccessibili pareti nord ci sono per fortuna vette più fattibili per i semialpinisti.

Le pareti nord di Courtes, Droites e il Couloir Couturier: queste pareti non le ho salite!

Al rifugio incontrammo un ragazzo che nei giorni precedenti aveva salito un po’ di cime da solo e che alla mattina si legò con noi. Non ricordo il suo nome, ma era un tipo simpatico e da lui imparammo una cosa molto utile: cucire alle moffole di lana cotta grigia (il vero guanto da montagna, lo aveva persino Messner sulla copertina del suo libro sul Nanga Parbat!) un anello di elastico, in modo da poter lasciare i guanti penzolanti ai polsi quando era necessario toglierli per scattare una foto, legarsi, mangiare.

Aiguille d’Argentière

La crepacciata terminale non era troppo aperta e lo scivolo finale sui 40°-45° di pendenza era in condizioni perfette: neve dura sulla quale si poteva andare su spediti con una sola piccozza senza che fosse mai necessario fare sicura. Una salita di puro piacere durante la quale dovevi solamente godere dell’ambiente incredibile.

L’amore che provo per questo monte sul quale non sono più tornato mi ha fatto sembrare incredibile che proprio lì nei pressi della vetta potesse consumarsi anni dopo la tragedia di uno dei più grandi scialpinisti, Stéphane Brosse, che a causa del crollo di una cornice di neve precipitò per centinaia di metri davanti agli occhi di Kilian Jornet che stava effettuando la traversata del massiccio con gli sci.

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