Dieci Monti (6). Punta Gnifetti 4554 mt.

Congelamenti, notti in stazione, sbruffonate, record di velocità, jettatori, whiteout, tentati omicidi: qui si legge davvero di tutto!

Congelamenti. La mia lunga storia con la Punta Gnifetti, meglio nota come “Capanna Margherita il rifugio più alto d’Europa”, per i germanofoni invece Signalkuppe, comincia in un modo adatto a una storia d’amore, cioè con un tentativo andato a vuoto. Nel 1984, forte dell’esperienza dell’anno prima sul Breithorn e, se non sbaglio anche di una recente salita al Gran Paradiso, era il momento di salire ulteriormente di quota con un altro dei Quattromila facili. Ad Alagna, siccome i miei pantaloni erano diventati troppo piccoli, comprammo un paio di pantaloni, direi marroni. Si usavano ancora i pantaloni alla zuava e pure di velluto!

La salita da Punta Indren alla Capanna Gnifetti andò bene, non ricordo particolari difficoltà, e così nel pomeriggio ci riposammo al rifugio. Di notte, lo stanzone da 48 persone, unito ai 3647 mt. di quota, dava il giusto stimolo per alzarsi velocemente e fuggire dal rifugio al mattino. La mia salita però fu breve e si fermò prima del Colle del Lys. Se, infatti, i pantaloni erano nuovi, non altrettanto si poteva dire degli scarponi, così cominciai ad avere molto freddo ai piedi, fino al punto di voler tornare al rifugio. Mio padre mi accompagnò, poi risalì e io aspettai qualche ora. Salita rimandata.

Notte in stazione e sbruffonate. Nel 1988 mi si presentò una grande occasione. Durante il campo estivo in Val d’Ayas, mi proposero di tornare qualche giorno dopo la fine del campo per unirmi al gruppo dei più grandi che sarebbe salito alla Punta Gnifetti. In pratica, serviva un capocordata, visto che mio fratello era fuori combattimento a causa di un polso ingessato. Gasatissimo accettai. Non solo, proposi a un compagno di gruppo di venire anche lui.

L’ultimo giorno del campo prendemmo la corriera fino a Verrès e mentre gli altri salirono sul treno per rientrare a Genova, io sarei dovuto andare a Dolonne insieme a un altro amico i cui familiari erano venuti a prenderlo. Non c’era però posto in auto anche per Marco, l’amico che avevo invitato, così decidemmo di spedire i nostri zaini da campo su a Dolonne, mentre noi saremmo andati ad Aosta e poi a Courmayeur con i mezzi pubblici. Rimasti soli io e Marco, mentre aspettavamo il treno mi accorsi di aver dimenticato la mia felpa sulla corriera nel frattempo ripartita per Champoluc. La nostra saggia decisione fu quella di attendere per qualche ora che la corriera tornasse a Verrès, sperando di trovare ancora la felpa. In effetti ritrovai la mia felpa. Arrivati ad Aosta, era già piuttosto tardi e non c’erano più né corriere né treni per Courmayeur. La situazione era dunque così riassumibile: io sedicenne, il mio amico di un paio d’anni più grande; contatti telefonici con Dolonne consistenti nel telefono della vicina di casa (nota per i più giovani: nel 1988 non esistevano i cellulari e non era neppure una cosa inconsueta non avere il telefono fisso nella casa di vacanza); a Dolonne mia madre che non ha mai avuto la patente e non poteva venirci a prendere; materiale per la notte consistente nella mia felpa, mentre Marco era direttamente in calzoncini e maglietta. Facemmo un tentativo neppure troppo breve di autostop, ma nessuno ci caricò, così rientrammo nel centro di Aosta prima di essere arrotati al buio sulla Statale. Provammo a bussare a qualche chiesa, poi alla fine ci infilammo nel vagone di un treno e Marco prese un rotolo di carta igienica per avvolgersi. Al mattino, arrivati a Dolonne, mia madre ci accolse quasi in lacrime.

Rinfrancati e rifocillati, due giorni dopo eravamo già al Rifugio Gnifetti. Questa volta avevo ai piedi degli scarponi come Dio comanda, i mitici Koflach Ultra (purtroppo quelli grigi, non ho mai avuto quelli viola bellissimi, gli Ultra Extreme)

I Koflach Ultra e gli Ultra Extreme. Migliaia e migliaia di metri dislivello sui ghiacciai e non solo con gli Ultra.

In forma e con un tempo splendido, non c’era da far altro che godere di essere al Colle del Lys, da dove finalmente potei vedere la Nord del Lyskamm. In cima, invece, entrati nella Capanna Margherita, potei esibirmi in un numero di alta classe. Visto che quell’estate mi ero imposto di far sempre cinquanta trazioni al giorno, mi attaccai a una trave di legno e cominciai a trazionare: beata gioventù!

Durante la discesa con mio fratello, che a causa del polso ingessato era salito solamente fino alla Capanna Gnifetti, pensammo bene di scendere veloci, fino a quando – colpevoli anche delle pedule un po’ molle – si prese una bella storta che lo fece quindi arrivare a valle azzoppato oltre che monco.

Record di velocità, jettatori, whiteout. Nella prima metà degli anni Novanta, mio fratello ed io decidemmo che era giunto il momento di tentare la cavalcata sui Quattromila. In altre parole, visto che l’allenamento c’era, volevamo infilare in sequenza Punta Zumstein, Punta Gnifetti, Punta Parrot, Ludwigshöhe, Corno Nero, Balmenhorn e Piramide Vincent. Proponemmo l’idea a Gabriele, valente mezzofondista dal quadricipite possente, che si legò a noi.

Scesi dalla seggiovia del Gabiet, salimmo velocemente al Rifugio Gnifetti e, visto che il fiato non mancava e il tempo era buono, continuammo subito per la Piramide Vincent, tanto per portarci avanti con il lavoro.

All’alba del giorno dopo, Gabriele, che aveva riposato male, diede forfait, così ripartimmo in due. Belli carichi, salimmo prima sulla Zumstein e subito dopo andammo alla Capanna Margherita. In 2h51′ avevamo messo in saccoccia le due cime più alte e più distanti dal rifugio. Decisamente si prospettava una giornata grandiosa!

Dentro la Capanna Margherita ce la prendemmo comoda e riposammo un po’. Ma…

Ma c’erano i soldati della Scuola militare alpina di Aosta, potentissimi portasfiga. L’anno prima li avevamo beccati al Rifugio Gonella che progettavano di pronunciare il giuramento in cima al Bianco e il nostro tentativo alla via italiana del Bianco naufragò per il maltempo e i crepacci paurosi. Così, dopo una mezzoretta dentro la Capanna Margherita, uscimmo e ci trovammo nella nebbia totale, bianco il terreno, bianca l’aria e traccia non troppo evidente. Soprattutto temevamo di imboccare qualche scorciatoia o traccia sbagliata senza renderci conto di dove stessimo andando. Ci accodammo quindi a una cordata con una guida e restammo dietro finché non uscimmo dalla nebbia. Ormai il tempo si era guastato, perciò di risalire in quota non se ne parlava, era decisamente più prudente scendere.

La cavalcata dei Quattromila facili è rimasta nei miei sogni, anzi nei miei progetti, e so che prima o poi la farò. Le esperienze e gli allenamenti degli anni successivi e l’evoluzione delle attrezzature mi hanno fatto capire che se il meteo fosse dalla mia parte, la si potrebbe fare in tempi che in gioventù non avrei mai pensato. Insomma, salire in velocità sul Rosa non è più cosa riservata a fenomeni atletici come Valerio Bertoglio, che sul ghiacciaio usava scarpe da lancio del giavellotto, e Bruno Brunod, ma, ovviamente a ritmi inferiori, anche a chi ha un’adeguata preparazione atletica e alpinistica.

Tentativo di uxoricidio. Un importante antefatto alla mia terza ed ultima salita della Punta Gnifetti avvenne poche settimane prima.

Fresco sposino, decisi di portare l’inconsapevole moglie a compiere una salita facile ma dal gusto alpinistico e in un ambiente grandioso: l’Aiguille de Toula. Dal Rifugio Torino o da Punta Helbronner si raggiunge l’attacco in una mezzora e poi in un’altra mezzoretta di arrampicata facile si arriva in cima. La vista, come, si vede dalla foto qua sotto, è di quelle che non si dimentica: il Mont Blanc du Tacul con i satelliti, il Mont Maudit e, fuori dall’inquadratura, il Monte Bianco. Più tutto lo spettacolo che conosce chiunque sia stato a Punta Helbronner in funivia, ma nel silenzio e senza romanacci in scarpe da ginnastica che fanno il trenino sul ghiacciaio e si stupiscono se dici loro che stanno cercando di ammazzarsi (non me ne vogliano i romani se li prendo a simbolo di un cattivo comportamento: la loro distanza geografica e di accento dalle alte vette valdostane rende bene l’idea della distanza culturale di molti turisti dalle montagne sulle quali vengono catapultati in funivia).

Monica sorride in vetta all’Aiguille de Toula: non sa che pochi minuti dopo avrei tentato di disfarmi di lei!

In discesa avvenne il fattaccio: con la corda smossi una pietra che colpì in testa Monica. Nessun dolore tremendo, ma visto che non ci eravamo portati il casco (oggi lo porterei: è una salita facile, ma su rocce rotte, quindi è molto facile smuovere qualcosa), le uscì un po’ di sangue.

Fallito il tentativo di uxoricidio, pensai di cambiare strategia: se non ero riuscito a far fuori la moglie con un sasso, potevo provare a farla sparire in un crepaccio. Forse Monica subodorò qualcosa, infatti fu molto titubante prima di decidersi a venire sulla Punta Gnifetti. La presenza di molti possibili testimoni e la bellezza dell’ambiente che scatenò i miei istinti romantici, salvarono però Monica, così godemmo una bella salita e rinunciai definitivamente ai propositi omicidi.

Al Colle del Lys con la splendida Nord del Lyskamm dietro di noi. L’ho sempre guardata con ammirazione e timore, chissà come ha fato Tone Valeruz a scenderla con gli sci in meno di tre minuti.

Un dettaglio importante: nella seconda puntata di questa serie ho parlato di Carlo che era presenta sul mio primo Quattromila; ebbene, la Punta Gnifetti nel 2001 è stato per il momento il mio ultimo Quattromila e, di nuovo, c’era anche Carlo, che potrebbe anche essere l’autore delle due foto al Colle del Lys.

Al Colle del Lys. Sullo sfondo la Punta Parrot e la Punta Gnifetti. Dietro di noi un pervertito ha deciso di andare nudo sul ghiacciaio.

Spero di poter scrivere molto presto che la Punta Gnifetti continua ad essere il mio ultimo Quattromila, ma aggiornando la data. Incrociamo le dita e alleniamoci!

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