L’ambientalismo non è roba da fighetti, ma il mito della coerenza è uno sporco ricatto (Global Strike for Future/4)

Concludo la mia serie di articoli sulla questione ambientale. Avrei molte altre cose da dire, ma non vorrei che il discorso risultasse confuso. Meglio poche cose, ma – spero – precise. Le altre puntate sono qui, qui e qui.

Le manifestazioni ci sono state e, stando a quel che mi hanno raccontato i miei figli, quella a Genova è stata molto partecipata. Sono rimasti impressionati da Piazza Deferrari traboccante di persone. Ho letto su un paio di siti che a Genova c’erano 10mila persone, ma non ho idea se sia una cifra da questura o da organizzatori. Comunque, dopo aver scritto soprattutto dei giovani per 3 volte di seguito, passiamo ad altro.

Adesso il discorso si fa più duro perché parlerò degli adulti. Ho scritto “duro”, non “serio”, perché serio lo era già e spero di non essere stato paternalista nei confronti dei giovani. Ma, rivolgendomi agli adulti, mi rivolgo a chi vota, fa le leggi e regge i cordoni della borsa. Il potere è in mano agli adulti e davvero sono prima di tutto gli adulti che devono riparare i danni che hanno fatto.

L’osservazione critica a mio avviso più importante che è stata fatta più volte in questi giorni nei confronti del Global Strike e dell’intervento di Greta Thunberg è quella di chi sostiene che si stia cercando di trasformare tutto in una colossale operazione di greenwashing. È vero, quindi è necessario stare molto attenti e rispondere con molta determinazione.

La mia attitudine, non innata ma acquisita con la professione, a spiegare le cose potenzialmente poco chiare mi costringe però a precisare anche che cosa sia il greenwashing. Per farlo, racconterò come lo imparai io stesso, così sarò sicuro che, avendolo capito io stesso, dovrebbe capirlo chiunque.

Il greenwashing. Parecchi anni fa un amico che lavorava in una multinazionale del settore chimico mi raccontò che la sua impresa stava compiendo un’operazione, appunto, di greenwashing, cioè di “lavaggio verde”. In poche parole, siccome era emerso che certe sue attività erano estremamente inquinanti, la multinazionale aveva deciso di finanziare qualche progetto d’impronta ecologista. Appresi che questo era un comportamento consueto tra le multinazionali, che ogni tanto, per ripulire la propria immagina non immacolata, si davano una mano di verde. E continuano a darsi ampie mani di verde. Il greenwashing è quindi quello che intuitivamente io, come tanti altri, definivo come ipocrisia di chi ha la coscienza sporca per i propri crimini ambientali. Ebbene, mi sembra che la questione del greenwashing sia centrale e che evitarlo, sia a livello personale, sia a livello di politiche, sia urgente per non rischiare che in nome della difesa dell’ambiente i nostri comportamenti non siano inutili o addirittura dannosi.

Il nostro piccolo (ma è sufficiente?) Spesso si parla di ciò che si può fare individualmente, del fatto che tutti possiamo fare qualcosa per rendere migliore l’ambiente.

Dal punto di vista educativo è sicuramente importantissimo che genitori, insegnanti e chiunque abbia un ruolo educativo (dal capo scout all’allenatore di calcio) insegni a seguire uno stile di vita il più possibile ecologicamente sostenibile. Altrettanto importante è che lo stile di vita sostenibile sia adottato da genitori, insegnanti, educatori e, in breve, ogni adulto. Non è detto però che ciò sia sufficiente. Nella foto con cui accompagno queste mie riflessioni ci sono una borraccia e un paio di scarpe. La borraccia, abbastanza ammaccata, la vedono quotidianamente i miei alunni da un bel po’ di anni. D’estate la riempio di acqua e sta nello zaino da montagna, durante la stagione scolastica al mattino la riempio del tè verde che a colazione preparo in abbondanza, proprio perché me ne avanzi un po’ da bere tra una lezione e l’altra. Forse la mia abitudine ha un significato educativo dal punto di vista ambientale, ma non ne sono sicuro perché solo poche volte mi è capitato di dire che portare la borraccia mi fa consumare meno plastica e risparmiare un po’ di soldi. Però almeno, dal punto di vista alimentare, spiego che il tè è tè vero, fatto con le foglie e neppure zuccherato, non quella porcheria dell’Estathé che loro consumano in quantità spropositate.

Quanto alle scarpe, per un bel po’ di tempo le ho usate per correre sull’asfalto, poi dopo 1001 km le ho dismesse come scarpe da corsa per usarle come calzature per camminare. A passo normale hanno al loro attivo sicuramente parecchie centinaia di chilometri, anzi non escludo che ne abbiano percorso un altro migliaio. La cosa più importante però è che quelle scarpe sono il mio principale mezzo di locomozione, infatti non ho la patente, quindi per spostarmi, per lo meno in città, mi servo prima di tutto delle scarpe e dei mezzi pubblici.

Ebbene, a questo punto mi si potrebbero muovere un bel po’ di obiezioni. Intanto la famosa azienda tedesca con tre strisce fa produrre quelle scarpe in qualche fabbrica asiatica dove gli operai probabilmente non se la passano bene. È vero. Poi io posso permettermi di non avere la patente perché c’è chi mi scarrozza in giro, in primo luogo mia moglie. Anche questo è vero. Non escludo neppure che un giornalista di “Libero” potrebbe cercare di dimostrare che il consumo totale di gomma delle suole delle mie scarpe è superiore al consumo della gomma dei durissimi battistrada degli pneumatici delle automobili. In più, camminando così tanto, io consumo più calorie e di conseguenza più cibo e produco più anidride carbonica di un SUV. No, queste cose non sono vere, ma so benissimo che ci sono persone pronte a scriverle, basta vedere gli scritti negazionisti dei quali ho già discusso nelle puntate precedenti. Però, insomma, io sono un incoerente. È vero, ma tutti lo siamo. Invece la destra – come la definiamo? diciamo la destra a cui gli ambientalisti stanno sulle scatole – usa la coerenza come un ricatto: se tu non vivi come un uomo di Neanderthal, sei un inquinatore, quindi sei un ipocrita. Non sto esagerando, basta ascoltare un noto programma radiofonico, “La zanzara” su Radio 24, per sentir parlare di coerenza in questo modo.

Togliamoci allora dalla testa l’idea della coerenza assoluta, la cui mancanza in questi giorni viene sbattuta continuamente in faccia a chi manifesta per l’ambiente (a partire ovviamente da Greta Thunberg) e parliamo piuttosto di credibilità.

La credibilità. Non è credibile chi trasforma la difesa per l’ambiente in una moda e, soprattutto, in un pretesto per vendere e comprare nuovi gadget. Usi i mezzi pubblici? Continua a farlo, non diventerai più green comprando una e-bike. Anzi, sappi che la e- significa electric, non eco-. La plastica è cattiva e mediti di comprare contenitori di qualche altro materiale? Ma se il tuo Tupperware non è rotto, la scelta più ecologica non è sostituirlo, bensì continuare a usarlo. Ti piace la borraccia di alluminio magari tutta colorata? Ricordati che l’estrazione dell’alluminio ha un impatto ambientale per niente leggero, perciò manda a quel paese l’hipster che ostenta la ecoborraccetta e i suoi consumi ecosostenibili. La tua vecchia borraccia di acciaio e interno vetrificato probabilmente va benissimo, ma potrebbe persino andar bene la tua borraccia di plastica se non ha preso un gusto cattivo e non rilascia bisfenolo e ftalati. Ricordati che l’hipster consuma purificando la sua coscienza con un po’ di greenwashing, tu invece devi fare una cosa più difficile, consumare di meno.

Sì, prima ancora di riciclare ed usare prodotti ecocompatibili, ecosostenibili, ecotutto, la cosa principale da fare è ridurre i consumi. Se ciò non è compatibile con lo sviluppo economico, non è un mio problema, non è il mondo che deve andare dietro l’economia, ma l’economia che deve andar dietro agli uomini. Per fare questo c’è però bisogno di politica, anzi di più politica. Non di una politica che vada a rimorchio dell’economia, ma di una politica che sia in grado di compiere scelte coraggiose e non solo di indirizzare, ma di porre dei paletti all’economia.

Più politica. So bene che questo discorso suona sgradevole nel mondo liberista in cui l’agenda dei governi è spesso dettata dalle grandi aziende, ma, tanto per essere chiari, non possiamo certo sperare che il mondo sia salvato dall’ENI e dalla Fiat (lo so, si chiama FCA, ma non conta. Se volete sostituite ENI e Fiat con BP, Exxon, GM o quel che volete). E neppure Google, Apple, Facebook, Amazon salveranno il mondo. Persino Elon Musk con le sue Tesla non salverà il mondo. Anzi, colgo l’occasione per dire qualcosa su quella che, nel migliore dei casi, definirei “illusione elettrica”. Ora come ora, le auto elettriche spostano il problema, ma non lo eliminano. Se l’elettricità è prodotta con combustibili fossili, l’inquinamento è spostato da centomila motori a scoppio a una grande centrale termoelettrica, ma la dipendenza dal petrolio rimane. Si deve lavorare affinché le fonti pulite e rinnovabili siano sempre più efficienti e diffuse, ma, da quanto sono riuscito a capire, ora come ora l’auto elettrica ha un impatto maggiore dell’auto a metano e talvolta capita di leggere che, considerando costruzione dell’auto e ciclo vitale delle batterie, non sia neppure più pulita dell’auto a benzina. Che cosa deve allora fare una politica coraggiosa? Per esempio quello che fece il ministro Enrico Ferri 30 anni fa quando impose il limite dei 110 all’ora in autostrada. Fu sbeffeggiato, deriso, ovviamente mai più riconfermato, ma intanto il consumo di benzina in quella famosa estate dei 110 all’ora diminuì drasticamente. Ebbene sì, abbiamo bisogno di limiti di velocità bassi che siano davvero rispettati, perché l’aumento di velocità aumenta drammaticamente i consumi – si tratti di benzina, metano, batterie. Una politica coraggiosa non deve favorire indiscriminatamente l’elettrico quando si tratta di auto troppo potenti. Una Tesla che va a 250 km/h è un crimine contro l’ambiente e io non voglio che un solo soldo delle mie tasse finisca per sovvenzionare chi compra una Porsche o una Maserati elettrica (pochi giorni fa ho letto un articolo in cui se ne annunciava trionfalmente la prossima produzione).

Una politica coraggiosa ha poi il dovere di affrontare un problema forse ancora più drammatico, cioè quello del trasporto via mare. Le grandi navi inquinano tanto. Le navi da crociera attraccate nei porti sporcherebbero da sole l’aria di una città in cui tutti usano auto elettriche; i combustibili che alimentano i motori delle navi sono i più inquinanti. È allora da ripensare interamente la logistica a tutti i livelli. A livello nazionale può significare superare un modello che fa crescere un ortaggio ad Albenga, lo spedisce al centro Coop a Bologna e poi lo rimette in vendita a Loano facendo percorrere al pomodoro 700 km invece che 15 (ma vendendo la finzione del km zero quando uno legge “pomodoro di Albenga”); a livello mondiale significa che il merluzzo pescato nel Mar di Norvegia non deve essere spedito in Cina, dove lo sfilettano e lo impanano, e poi rispedito in Europa. Le navi che lo portano avanti e indietro compiono il più assurdo dei crimini ambientali e per evitarlo non ci possiamo affidare al buon cuore e all’iniziativa dei produttori, perché non è vero che “comunque il prodotto buono alla fine vince”: no, vince il prodotto che costa meno e chissenefrega se inquina di più.

Come vedete, sono questioni serissime che non possono essere affidate alla buona volontà dei singoli. Io credo moltissimo nell’indviduo, nel libero arbitrio, nel cambiamento di coscienza, nel buon esempio e nel buon operato dei singoli, ma un problema globale va affrontato globalmente e gli scontri saranno durissimi. Ne varrà la pena.

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12 pensieri riguardo “L’ambientalismo non è roba da fighetti, ma il mito della coerenza è uno sporco ricatto (Global Strike for Future/4)

    1. Io alla domanda “ma perché non guidi?” rispondo sempre “se vuoi una bella risposta, è per ridurre il mio impatto sull’ambiente, se ne vuoi una sincera è perché non mi piace, non ne ho voglia e c’è già mia moglie che ha la patente”

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  1. Condivido quasi tutto, anche il fatto di non guidare, però ho sempre avuto grossi problemi con l’ambientalismo. Preferisco in ogni caso parlare di ecologia, che per me si riassume in quelle due o tre nozioncine di termodinamica (“non esiste in natura l’equivalente di un pasto gratis”) che cerco di tradurre in scelte. Adesso però toglimi una curiosità: davvero le scarpe della foto ti sono durate quasi duemila km? Mi sa che le scarpe da running hanno davvero altri standard rispetto alle altre Adidas che compro io 🙂

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    1. Anch’io in effetti preferisco parlare di ecologia rispetto ad ambientalismo, perché so bene che la desinenza -ismo rischia sempre di rendere un po’ più ciechi. Però nel contesto di queste settimane mi sentivo di prendere una posizione molto schierata.
      Quanto alle scarpe, devo dire che ho un appoggio del piede molto regolare, soprattutto qiando corro consumo le suole in maniera perfettamente simmetrica. In più queste scarpe, che ho ai piedi anche in questo momento, hanno una mescola molto resistente (è della Continental, hanno buona esperienza con gli pneumatici)

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  2. Rieccomi! A mio giudizio la protesta di Greta ha raccolto un numero di adesioni così ampio perché era da molto tempo che i giovani aspettavano una causa per cui lottare. Cerco di spiegarmi meglio.
    La generazione di Greta (e se vogliamo anche quella dei suoi genitori) ha avuto la fortuna di vivere in un’epoca in cui i diritti fondamentali erano già stati tutti acquisiti. Rimanevano giusto le istanze di qualche minoranza (come i gay che volevano il matrimonio), ma proprio perché erano delle minoranze ad avanzarle quelle richieste non potevano scaldare i cuori di un vasto pubblico giovanile. Di conseguenza, la naturale tendenza dei giovani a ribellarsi è rimasta a lungo tempo priva di sbocco, impossibilitata ad incanalarsi in una causa che potesse farli sentire parte di qualcosa di giusto e importante.
    Poi è arrivata Greta. Giovane, come loro. Arrabbiata, come loro. Vogliosa di attaccare a testa bassa i potenti, come loro. In più, la ciliegina sulla torta: lo fa per una giusta causa. Ha sfacciatamente ragione lei. I giovani non potevano chiedere di meglio. Greta Thunberg è stata la classica persona giusta al momento giusto, e io sono totalmente dalla sua parte.

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