Kipchoge e l’ombra (si parla persino di Joyce, non solo di maratona)

... l'uomo che se ne va
e non si volta: che sa
d'aver più conoscenze
ormai di là che di qua
(Giorgio Caproni)

Un giorno il migliore conoscitore della poesia di Giorgio Caproni mi disse “io leggo il Secolo XIX per vedere i necrologi”. Non pensate a una persona lugubre e triste, si tratta, oltre che di un ottimo studioso, di una persona socievole, allegra e molto gentile. E la frase non mi suonò neppure strana, a Genova anzi ogni tanto la si sente. Tanto che a un certo punto pure io mi sono messo a leggere abitudinariamente i necrologi. Evidentemente è un segno dell’età, aumenta il numero dei conoscenti che sono andati nel numero dei più, fino a quando – per fortuna non è ancora il momento – saranno di più le conoscenze di là.

Da qualche anno non solo leggo i necrologi, ma mi succede di guardare le persone e pensare a quali assenze le accompagnano. Non sto parlando del normale sentimento di condoglianza e compassione che ci coglie quando incontriamo la recente vedova o il recente orfano, piuttosto è qualcosa di deliberato, è una sorta di macabra contabilità che mi fa pensare “quali assenze si porta dietro lui? E lei?” In casi estremi questo può portare a riflessioni dolorose simili a quelle messe in maniera mirabile su carta da Joyce in conclusione a The Dead, il racconto conclusivo di Dubliners. A chi non lo avesse mai letto, consiglio di vedere per lo meno la bellissima versione cinematografica di John Huston, o anche solo gli ultimissimi minuti con il monologo sulle ombre. (Naturalmente non è un caso che questo film del 1987 sia stato l’opera estrema del regista).

Ecco, per me da 8 anni c’è un’ombra che accompagna la maratona e proprio nel fine settimana del 12 e 13 ottobre dagli straordinari risultati sia maschili sia femminili, ho pensato a questa assenza. Pochi mesi fa scrivevo queste parole:

Vedevo in lui un maratoneta che sarebbe diventato grande come Abebe Bikila, ma i suoi demoni lo portarono ad una morte assurda nel 2011. Nella fantasia adesso immagino lui e Kipchoge, l’uomo che è diventato grande come Bikila, che sprintano per diventare il primo uomo a correre la maratona in meno di 2 ore.

Il momento in cui l’uomo è sceso sotto le due ore per correre 42195 metri è arrivato e ovviamente quell’uomo è stato il maratoneta migliore, l’attuale primatista mondiale, il campione olimpico in carica, quello che ha vinto per quattro volte la maratona più importante di tutte – Londra -, per tre la più veloce – Berlino -, che ha vinto pure sugli unici altri due percorsi sui quali negli ultimi 35 anni il record è stato migliorato – Chicago e Rotterdam -, quello che è sempre arrivato primo tranne nel 2013 alla sua seconda maratona, quando giunse secondo dietro a Wilson Kipsang che stabilì il nuovo primato. Eliud Kipchoge ce l’ha fatta ed è stato bellissimo e sconcertante vedere un uomo che per 42 volte di seguito ha corso tra i 2’48” e i 2’52” a km mantenendo la perfezione della sua corsa, senza dare mai segni di tentennamento. Kipchoge è sembrato talmente all’altezza del suo obiettivo da far pensare che sarebbe potuto andare persino più veloce. Non lo so, personalmente credo che questo 1h59’40” sia stato possibile proprio grazie alla perfezione di tutto: organizzazione, lepri e, soprattutto, la sua corsa. Se avesse faticato di più, se si fosse spremuto di più forse avrebbe ceduto.

Però, appunto, io ho percepito un’ombra. Non parlo della modalità in cui il tempo è stato ottenuto perché è stato chiaro da subito che il tempo stabilito a Vienna non sarebbe stato omologato. Non parlo di ombra del doping, perché, per quanto ne so, Kipchoge non ha mai dato adito a sospetti e i suoi risultati sono frutto di talento e allenamento, tantissimo e durissimo allenamento. Non parlo neppure di ombre di altro genere, sulle quali ha scritto limpidamente l’amico Alberto Canessa (leggete il suo bellissimo post). Parlo appunto dell’ombra di un’assenza. Ci sono alcune cose che accomunano Eliud Kipchoge e Samuel Wanjiru e non parlo solamente della nazionalità e del talento smisurato. Kipchoge è salito alla ribalta molto giovane: già campione mondiale juniores di cross, nel 2003 prima di compiere 19 anni vinse i mondiali sui 5000 metri. Non si trattava di un’annata grama per la specialità (come accadde invece nei 100 metri, vinti da Collins con un modesto 10″07), no! Kipchoge in una gara veloce e non tattica si lasciò dietro il regale Hicham El Guerrouj, ancora oggi primatista dei 1500 con un tempo stabilito al Golden Gala di Roma del 1998, e Kenenisa Bekele, mezzofondista per il quale gli unici paragoni sensati sono quelli con la locomotiva umana Emil Zatopek e con il connazionale Haile Gebrselassie. Quanto alla precocità di Wanjiru, essendo morto a 24 anni, non si può neppure parlare di un atleta giunto alla piena maturità sportiva, a maggior ragione nella maratona, specialità in cui Kipchoge ha esordito a 28 anni. Come Kipchoge, Wanjiru si è confrontato con i grandissimi sia direttamente, sia a distanza a suon di record e, a questo proposito, mi autocito nuovamente, riprendendo una cosa che scrissi un anno fa su Facebook:

A 18 anni, nella gara del primato del mondo di Bekele sui 10000 m. arrivò terzo con 26’41″75 (da allora solo per 3 volte qualcuno è riuscito a correre i 10000 più velocemente). Tra i 18 e i 20 anni migliorò 3 volte il record della mezza maratona e, passato alla maratona, a 21 anni rivoluzionò definitivamente la maratona con l’oro di Pechino: 2h06’32” nel clima estivo di Pechino. Una gara pazzesca, mi alzai di notte per guardarla tutta e non credevo ai miei occhi. Ero sicuro che il grande favorito fosse lui, ma andava oltre il pensabile: ad uno ad uno gli avversari cedevano, mentre lui manteneva un ritmo infernale. Credo che quel giorno si sia davvero cominciato a pensare che in maratona si potessero fare le cose incredibili che sono avvenute negli ultimi anni.

L’arrivo di Wanjiru a Pechino 2008

Per dare qualche punto di riferimento, ricordo che nell’agosto del 2008 il primato del mondo della maratona era il 2h04’26” stabilito 11 mesi prima da Gebrselassie a Berlino (altro percorso e altre temperature quindi). Il tempo di Wanjiru è ancora primato olimpico.

Torniamo all’ottobre del 2019. Il giorno dopo la prestazione di Kipchoge a Vienna, a Chicago Brigid Kosgei ha abbassato di oltre un minuto lo storico primato di Paula Radcliffe portandolo a 2h14’04”. Impresa ancor più memorabile perché il record dell’atleta inglese era uno di quei tempi talmente all’avanguardia che quasi si desiderava che nessuno potesse batterlo (un po’ come l’8 metri e 90 di Bob Beamon nel salto in lungo che durò dal 1968 al 1991). Personalmente speravo che a batterlo fosse prima o poi Mary Keitany, che in una gara solo femminile, quindi senza uomini a far da lepre, due anni fa riuscì ad andare più veloce di Paula Radcliffe, ma onore a Kosgei, che invece è arrivata al traguardo mostrando tutta la sua fatica e muovendo esageratamente le spalle (meno di quanto però Radcliffe muovesse la testa, e invece quanto è più elegante Mary Keitany!). Se si guarda il video dell’arrivo di Kosgei, colpisce e soprattutto dispiace vedere quante poche persone ci siano, avrebbe sicuramente meritato applausi pari a quelli tributati a Kipchoge il giorno prima.

Ma guardando i rettilinei di Chicago, il pensiero è corso anche al finale più emozionante di una maratona, proprio l’ultima maratona corsa da Wanjiru, la sua sesta, tutte vinte, tranne quando arrivò secondo a Londra (mica alla sagra della polenta con salsiccia) nel 2008. Naturalmente l’anno dopo vinse anche a Londra, con tanto di primato della gara.

Chicago 2010: per me il finale di Maratona più incredibile di tutti

La storia però non si può riscrivere e alcuni mesi dopo Wanjiru cadde dal balcone di casa. Una caduta nell’alpinismo o uno schianto nell’automobilismo rientrano crudelmente tra le regole del gioco, perciò non ha molto senso domandarsi che cosa avrebbe ancora scalato Hermann Buhl se una cornice nevosa non fosse crollata con lui sul Chogolisa, oppure quanti gran premi avrebbe vinto Ayrton Senna se non si fosse schiantato a Imola. La morte di Wanjiru, invece, mi fa pensare, ad ogni maratona importante, che alla partenza manca colui che sarebbe diventato il più grande maratoneta di tutti i tempi.

2 pensieri riguardo “Kipchoge e l’ombra (si parla persino di Joyce, non solo di maratona)

  1. E’ strano come aumenta, con il passare dell’età, l’interesse per i necrologi. Ha qualcosa di morboso, lo constato in me. Quando eravamo piccole prendevamo un po’ in giro mia nonna che ci mandava dall’altra parte della strada a leggere “gli annunci da morto”. Adesso mio figlio prende in giro me perché quando ci passo davanti in macchina rallento e butto l’occhio. Temo però che, dovessi scriverne, non ne uscirebbe qualcosa di così nobile come il monologo di The Dead (bellissimo!). C’è senz’altro, quando lo conoscevi un po’ da vicino, il dispiacere per chi è morto; ma in fondo prevale il sollievo (e la soddisfazione, quasi fosse un merito) perché ancora non è toccato a te.

    (Sulle maratone e i maratoneti, come sai, non ti seguo 🙂 )

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    1. A Genova i necrologi affissi ai muri si trovano solo in alcune parti della città. In centro non ricordo di averli mai visti, invece da Sampierdarena in poi e per tutta la Valpolcevera si trovano regolarmente, quindi quando esco dalla metropolitana per andare al lavoro mi ci imbatto quasi subito. Li leggo sempre (fino ad oggi senza sostare, però!) per controllare se qualche alunno ha avuto dei lutti in famiglia. Si trovano anche nella viuzza dove si trova la succursale in cui insegno e qualche anno fa per un po’ di giorni mi fece una certa impressione leggere il mio cognome su un manifesto (si trattava in effetti di una cara cugina di secondo grado).

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