La gara più dura della mia vita. Monterosa Sky Marathon

Il Mago Malesia si sente male
Si sente male sul cellulare
(Flavio Giurato, Il caso Nesta)
ph. Ian Corless

Vomitare due volte dalla fatica è un buon indizio per definire una gara durissima, la più dura di tutte.

Ormai parecchi mesi fa, parlando della Punta Gnifetti, scrivevo:

salire in velocità sul Rosa non è più cosa riservata a fenomeni atletici come Valerio Bertoglio, che sul ghiacciaio usava scarpe da lancio del giavellotto, e Bruno Brunod, ma, ovviamente a ritmi inferiori, anche a chi ha un’adeguata preparazione atletica e alpinistica […] Spero di poter scrivere molto presto che la Punta Gnifetti continua ad essere il mio ultimo Quattromila, ma aggiornando la data. Incrociamo le dita e alleniamoci!

Era abbastanza chiaro, anche per coloro con cui non ne avevo parlato, che avevo in testa qualcosa di preciso. Ormai sono passati più di sette mesi dalla Monterosa Sky Marathon, ma è rimasto il desiderio di raccontare qualcosa della gara, sia di come è nata l’idea di partecipare, sia di come l’ho corsa e con quale attrezzatura.

Un’idea balzana. Nell’autunno del 2017 decido che è il momento di proporre a qualcuno la cavalcata dei 4000, vale a dire la salita in rapida successione dei 4000 facili del Monte Rosa, cioè Punta Zumstein, Punta Gnifetti, Punta Parrot, Ludwigshöhe, Corno Nero, Balmenhorn, Piramide Vincent e Punta Giordani. Conosco un bel po’ di persone che sarebbero più che adatte come compagni, ma il primo a cui ne parlo è colui che è più lontano da me per età e qualità atletiche. Così un pomeriggio passo da B.M. Sport in via Prè e ne parlo con Gabriele Pace, che oltre ad avere poco più della metà dei miei anni, ha dei crono che sono poco più della metà dei miei. Ci entusiasmiamo e cominciamo a programmare la salita e a ragionare sull’attrezzatura adeguata.

La rinascita della gara. Non passano troppe settimana e mi imbatto in un notizia inaspettata: a giugno ritornerà una delle gare che hanno segnato la storia dello skyrunnig, la Alagna – Capanna Margherita (e ritorno). Divulgo subito l’idea nella chat della Sisport e con Luca Zuccheri decidiamo di iscriverci. La doppia preparazione della gara e della cavalcata dei 4000 diventa il grande obiettivo sportivo per me che ormai non gareggio quasi mai. Durante l’inverno e la primavera gli allenamenti vanno piuttosto bene e riesco ad allenarmi con una certa costanza. Ogni tanto passo in negozio da Gabriele e faccio il punto dell’attrezzatura. Prendo un imbrago leggero come una piuma, prendo le scarpe da corsa con la ghetta. Insomma, c’è da essere ottimisti e all’inizio di maggio sono abbastanza pronto ad affrontare alcune settimane di grandi salite e discese.

Maledetto infortunio. Martedì 8 maggio 2018, finite le lezioni a scuola, salgo di corsa da scuola al Cancello dell’Avvocato, il colle tra Forte Begato e Forte Sperone ben noto ai trailer genovesi. È uno dei miei tipici percorsi brevi, ma con una bella salita ripida, che corro tra la fine delle lezioni mattutine e i corsi di recupero del pomeriggio. Già da alcuni giorni sento un certo fastidio sotto la pianta del piede, ma cerco di non dargli troppo peso. Scendo a manetta il sentiero sotto le mura di Granarolo e a un certo punto appoggio il piede su un sasso: nessun problema alla caviglia che resta fermissima, ma una fitta sotto la pianta. Dopo poche centinaia di metri devo rallentare e rientro a scuola quasi di passo. Nel pomeriggio e nei giorni seguenti addirittura zoppicherò.

Nonostante il riposo forzato e la pomata generosamente spalmata, è chiaro che devo rinunciare alla gara, così Luca deve trovarmi un sostituto, Nico, molto più forte di me.

Anche la cavalcata dei 4000 finisce per essere rimandata a data da destinarsi: la mia ripresa è lenta, forse fin troppo prudente, ma efficace, visto che a settembre ormai posso dire che il piede è a posto (il giro del Monte Bianco con la famiglia e diverse corse e soprattutto discese a rotta di collo mi danno sicurezza). Pure la vita di Gabriele subisce alcuni bellissimi mutamenti non previsti l’anno prima, e così aspetto che riaprano le iscrizioni per la gara dell’anno successivo.

Nel frattempo la gara si svolge ed è un successo. Collè e Boffelli vincono in un tempo non di troppo superiore allo storico record di Fabio Meraldi, al terzo posto assoluto si classifica la prima coppia mista, nientemeno che Kilian ed Emelie, che stabilisce un record femminile strepitoso pochi giorni dopo aver stabilito un fastest known time sull’andata e ritorno da Chamonix al Monte Bianco, mentre Luca e Nico purtroppo si devono fermare al Colle del Lys per lo stesso dolore che un paio di mesi dopo impedirà a Luca di portare a termine un’ottima CCC (per i non addetti ai lavori: la Courmayeur-Champex-Chamonix, sorella minore, ma di oltre 100 km, dell’UTMB, l’Ultra Trail du Mont Blanc). Spaventa un po’, invece, che per un pelo riescano a rimanere entro i cancelli orari un altro compagno di squadra, Michal, che nei vertikal è più veloce di me, e Fabio, ben noto tra i trailer liguri per la sua statura fisica e atletica.

Qualche giorno dopo la gara, la Capanna Margherita è teatro della prestazione di Marco De Gasperi, che migliora di qualche minuto il vecchio primato di Meraldi. Quando capisci che De Gasperi è sceso in mezzora dalla Punta Gnifetti a Punta Indren e poi in altri 40 minuti ad Alagna, puoi solo pensare “forse con gli sci ce la farei”.

Una nuova équipe. Passano i mesi, torna l’inverno e si riaprono le iscrizioni. Questa volta è Luca che va incontro a un bel cambiamento di vita e fino a pochi giorni dalla scadenza delle iscrizioni non mi preoccupo troppo di cercare un compagno di squadra. A un certo punto, a fare un pensierino sulla gara è Francesco “Oldry” Oldrati, sicuramente sarebbero risate assicurate. Nel giro di poche ore Oldry rinsavisce, dopo aver riflettuto sul fatto che una settimana dopo avrà gli oltre 100 km della LUT.

Ecco allora che, all’ultimo giorno valido per iscriversi, mi arriva un messaggio di Andrea Molinari. Rapido scambio di messaggi, invio di dati, curriculum agonistico e curriculum alpinistico (mica da ridere le ascensioni alpinistiche di Andrea) e la giornata sembra prendere una piega molto felice. Passa un’ora, forse meno, e la giornata, anzi la vita, prende un’altra direzione, decisamente più complicata. Il 31 gennaio, mentre sono sul 18 per andare da Monica, scrivo contemporaneamente messaggi alla moglie, al compagno di team e compilo i moduli per la preiscrizione. Pochi giorni dopo una delle mie consuete botte di mal di schiena mi blocca e mi costringe a sospendere gli allenamenti. Nel frattempo la nostra iscrizione non è accettata e siamo relegati tra i rimandati in attesa di eventuale ripescaggio.

Breve cronistoria sulla maniera errata di allenarsi e di maltrattare il fisico. I podisti, così come i trailer, sono dei dissimulatori, si lamentano sempre di non essere allenati e poi tirano fuori prestazioni stellari. Anch’io, nel mio piccolo, l’ho fatto, ma in questo caso posso dire che davvero mi sono allenato pochissimo e questo va a mio pieno demerito, per di più a scapito del compagno di avventura. Il mal di schiena e, soprattutto, una situazione che minava le motivazioni e la capacità di allenarsi con sufficiente serenità mi facevano rimandare in continuazione la ripresa degli allenamenti. Ecco che però Strava mi permette di ricostruire con precisione quel che ho fatto dopo il 12 febbraio, ultimo giorno di corsa (da lavoro alla Sisport per l’ora di ginnastica con Sonia) prima del mal di schiena.

  • Sabato 2 marzo alla mattina presto prendo un Flixbus per andare a Courmayeur. Mi vengono a prendere moglie e figlie che erano andate su un paio di giorni prima e andiamo a sciare di fondo in Val Ferret. Ho un gran mal di schiena, ma non posso rinunciare a quelli che saranno gli unici due giorni dell’anno dedicati a ciò che forse so fare meglio di tutto (sono profondamente convinto che lo sport per il quale sono più portato sia lo sci di fondo e, non avendo mai partecipato neppure a una gara, non posso neppure essere smentito dalla dura realtà). 26 Km, alcuni tranquilli, ma facendo avanti e indietro come i cagnolini, qualcuno da solo tirando al massimo. La schiena fa un gran male e lo stile ne risente. Alla sera una notizia per nulla piacevole complica ulteriormente la situazione che si era creata il 31 gennaio. Al mattino, faccio una cosa che non avevo mai fatto, tranne dopo che il dentista mi aveva estratto un dente e inserito due impianti in una sola seduta: una puntura di Bentelan. Secondo me il dolore resta uguale, ma cerco di non farci caso e con la sola Sara ritorno in Val Ferret. Un’altra quindicina di km, un po’ con lei, un po’ da solo, ma un paio di ore in anticipo rispetto al giorno prima e quindi con una neve migliore.
  • Due giorni a lavorare di braccia sugli sci mi sistemano un fastidio a una spalla, ma ciononostante non ricomincio a correre. A fine mese marzo veniamo fortunosamente ripescati, grazie a un intervento del buon Michal, che mi consiglia di contattare Matteo Zanoni e Fabio Bidone, che devono rinunciare alla gara. Con un paio di mail risolutive siamo dentro! Dovrei essere bello carico per riprendere ad allenarmi, invece resto al palo. Perdo pure l’opportunità di sfruttare un paio di giorni trascorsi in montagna a Pasqua e aspetto il 26 aprile per una decina di km sulle strade della Circonvallazione a Monte. 3 giorni dopo, stesso itinerario e stesso ritmo blando. A questo punto c’è da mettersi sotto. Invece, incoscientemente, continuo a rimanere fermo: non corro e continuo a non andare neppure in palestra.
  • Il 3 giugno mi rendo conto che manca davvero pochissimo al 22 giugno. Prendo l’unica decisione sensata oltre a quella di mettermi a correre, cioè quella di non preoccuparmi tanto di correre veloce, ma di riuscire a mettere su il necessario per andare forte in salita. Prendo un vecchio paio di bastoncini da fondo e salgo allo Sperone cercando di usarli. Non è una cosa scontata per me, perché non ho mai corso usando i bastoncini e, per di più sono un po’ troppo lunghi.
  • Il 7 giugno allungo un po’ e vado fino al Forte Fratello Maggiore (stiamo parlando comunque di allenamenti sotto l’ora di tempo, una cosa ridicola rispetto a ciò che mi aspetta due settimane dopo), questa volta senza bastoncini.
  • 8 giugno. Scendo di corsa fino a Deferrari, prendo l’autobus per Nervi e parto con intenti bellicosi per il Fasce, figuriamoci che fantastico di salire e scendere 2 volte (per chi non è genovese, è un monte che supera di poco gli 800 metri). Invece, sbaglio ritmo, mi spompo, arrivo in cima piuttosto scoppiato e pure in discesa me la prendo piuttosto comoda. Di ripartire dal mare per risalire in vetta non se ne parla neppure e mi consolo con un’abbondante dose di focaccia.
  • 9 giugno. Giornata al di là del Faiallo per le famiglie del reparto scout delle figlie: al ritorno mi faccio mollare appunto al Passo del Faiallo e dico che ci vedremo a casa. Un po’ più in quota e in un ambiente dal sapore più alpino, nonostante il mare sia lì sotto, mi sento decisamente più a mio agio. Arrivo a Prariondo, salgo sullo Sciguelo, il monte su cui ero salito il primo giorno dell’anno, torno indietro fino al Rama e scendo. In discesa mi sento bene, riesco ad andare come so fare, poi prendo una deviazione sbagliata e allungo il giro, rispetto a quanto previsto. Alla fine sono 22 km piuttosto muscolari che mi lasciano buone sensazioni e, soprattutto, corsi come sono abituato a fare, cioè senza fermarmi mai (giusto un minuto in vetta allo Sciguelo e un altro minuto sul Rama, direi).
  • Con un colpo di genio, sto fermo altri 5 giorni, poi venerdì 14, a una settimana dalla gara, dopo cena, parto con Andrea per Alagna.

Ritorno su un ghiacciaio dopo 18 anni. Sia io, sia Andrea siamo tipi piuttosto silenziosi, direi quasi con una tendenza all’orsaggine, ma quando si hanno in totale una decina di figli di cui parlare, molti ricordi di montagna da raccontarsi e storie su Martino Lang, grande freak del Finalese negli anni Ottanta, si finisce per passare poco tempo in silenzio. Andando verso nord, vediamo i lampi sempre più vicini e, usciti dall’autostrada, piove decisamente forte, ma le previsioni sono buone, quindi proseguiamo ottimisti. Superiamo Alagna e Andrea parcheggia il pulmino Fiat Scudo in un piazzale vicino al fiume. Ci accomodiamo io nella seconda fila di sedili e Andrea nella terza. Non è che si dorma proprio a meraviglia, ma ci si adatta. Ci alziamo, mangiamo qualcosa, mettiamo negli zaini un po’ di roba per coprirci – nel dubbio abbondiamo – e scendiamo in paese, dove non è che ci siano in giro milioni di persone. Una barista atletica sta comunque aprendo il locale e prendiamo un caffè. Poi si comincia a salire. Questa volta ho con me dei normalissimi bastoncini da escursionismo, i classici Leki Makalu. Già prima dei 2400 metri della Bocchetta delle Pisse è evidente che Andrea sta mettendo a frutto una saggia stagione di gare corse a buon ritmo, mentre io arranco. A questo punto inizia già la neve, tanta e molla. Mettiamo i ramponcini e avanziamo.

Traccia poco battuta e che riempiremo di buchi affondando mille volte.

L’imbrago è indosso dalla partenza, la corda invece resta nello zaino (di Andrea, naturalmente).

Gesto alla Coppi e Bartali

Faticando tanto, davvero tanto, arriviamo a Punta Indren, da dove cominciamo a incontrare un po’ di persone che hanno preso la funivia e continuano a piedi o con le pelli. Alcuni scendono dalla Punta Giordani con gli sci e suscitano non poca invidia in me che sto sputando l’anima.

Arrancando verso Punta Indren

Alla fine ce la facciamo e arriviamo al Rifugio Mantova, obiettivo della giornata. Trovarsi in un ambiente di alta quota dopo tanti anni è entusiasmante. Festeggerei con una bella birra, ma penso che la discesa sarà lunga, così mi concedo solamente una coca.

In discesa non ce la caviamo male, anzi Andrea nella neve è molto veloce, ma sprofondiamo parecchio, soprattutto nel falsopiano prima della Bocchetta delle Pisse.

Scioglimento primaverile sotto Punta Indren

I 1200 metri finali di discesa sul sentiero mi ridanno un po’ di carica, sto io davanti e manteniamo un ottimo ritmo, senza però tirarci il collo e senza correre pericoli inutili dovuti alla fatica. Un po’ più di 9 ore dopo essere partiti, siamo di nuovo ad Alagna. Ecco come, il giorno dopo, riassumevo la giornata.

Dopo 18 anni, ieri ho rimesso piede su un ghiacciaio. Siccome invecchiando si diventa saggi, per evitare ai nostri cuori il brusco sbalzo di altitudine dai 1200 metri di Alagna ai 3200 di Punta Indren, siamo partiti da Alagna invece di scendere comodamente dalla funivia e posarci sul ghiacciaio; per non appesantire le nostre stanche gambe con degli scarponi da ghiacciaio siamo andati in scarpe da ginnastica; per non rischiare di ferirci con le lame, non abbiamo portato piccozza e ramponi da alpinismo, ma solamente i ramponcini con le punte da pochi millimetri; per non bagnare la corda non ci siamo legati e, infine, per non sostenere le aziende di cosmetici, non ci siamo dati la crema solare. Siamo proprio degli ometti!

Gara rinviata. Durante la settimana mi concedo una sola corsa da una quarantina di minuti. Sono giustamente preoccupato, perché mi sembra assai difficile restare dentro il cancello orario di 3 ore a Punta Indren, con tutta quella neve e in quelle condizioni è davvero proibitivo. L’unica cosa che mi consola è che il giorno dopo la salita al Rifugio Mantova sto bene, non ho praticamente male alle gambe.

Ad ogni modo, arriva venerdì e partiamo, questa volta dopo pranzo perché il briefing pre-gara è al pomeriggio. Arrivati ad Alagna ci mettiamo in coda per registrarci e prendere il pacco gara. Sono tutti superatletici e con i gilet delle gare più prestigiose, a partire dal Trofeo Mezzalama; io sono praticamente il più grasso (in altre parole, a differenza di altre gare, qui siamo tutti magri) e non ho neppure portato uno dei miei gilet da finisher dell’UTMB per mettere un po’ di pressione psicologica negli avversari. Si vede qualche faccia amica, in particolare il carissimo Paolo Rubaldo, finisher (a volte pure vincitore) di tutte le gare più dure e prestigiose ed esperto di travestimenti.

Monsignor Paolo Rubaldo lascia dietro di sé un guerriero medievale all’Arrancabirra del 2018

C’è anche il campione in carica Franco Collè, che non gareggerà perché in condizioni non ottimali, ma che nella mise dello sponsor è, come al solito, superfichissimo; c’è Lizzy Hawker, cinque volte vincitrice dell’UTMB; c’è l’inventore dello skyrunning, Marino Giacometti e, soprattutto, c’è il recordman della gara, Fabio Meraldi, anche lui in qualità di testimonial dello sponsor la cui felpa con il logo della gara indosserò orgogliosamente d’estate in montagna. Mentre viene illustrato e spiegato il percorso, provo una certa emozione a sentire l’albo d’oro della gara, che nelle tre edizioni prima della ripresa del 2018 fu vinta da Brunod, Champretavy e Meraldi, praticamente l’Olimpo dello skyrunning della prima ora.

Usciti dal palazzetto, torniamo al nostro parcheggio e ceniamo mentre vediamo una mandria che attraversa il fiume per tornare nella stalla. Osserviamo con qualche preoccupazione una mucca che sembra lì lì per partorire e che si regge in piedi a malapena, ma anche lei esce indenne dall’acqua e raggiunge le compagne. Ci accomodiamo nello Scudo per un’altra comoda notte e mentre piove pensiamo preoccupati alla neve che starà cadendo sul percorso. Verso le 5 ci alziamo, mangiamo, ci vestiamo, mettiamo l’imbrago e scendiamo in paese, dove ci dicono che la gara è rinviata al giorno dopo. Torniamo a dormire e alle 9, visto che ha smesso di piovere, decidiamo di sgranchirci le gambe e di provare i bastoncini che ho comprato due giorni prima. Saliamo al Rifugio Pastore, posto splendido con una grande vista sul versante orientale del massiccio.

Continuiamo per l’Alpe Bors e da qui, dopo aver perso per un tratto il sentiero, saliamo un tratto bello ripido fino ad arrivare a una conca ancora piena di neve. Per non bagnare le scarpe e l’attrezzatura, cerchiamo di calpestare meno neve possibile e camminiamo per pietraia e roccette, fino ad incrociare il percorso della gara alla Bocchetta delle Pisse. I partecipanti al doppio kilometro verticale da Alagna a Punta Indren, che non è stato rinviato, sono già tutti passati e noi ridiscendiamo in paese lungo il sentiero percorso una settimana prima. Corricchiamo tranquillamente per non aver le gambe indolenzite il giorno dopo e pranziamo in paese. Seguendo i dettami della più moderna alimentazione sportiva, vado in un alimentari e mi faccio preparare un panino con il lardo. Intanto scopriamo che il Vertikal è stato stravinto da Nadir “Mago” Maguet in 1h38′. La notizia ha due conseguenze: la prima è che mi convinco sempre di più che sarà quasi impossibile passare in meno di 3 ore a Punta Indren, visto che uno dei massimi specialisti al mondo dei Vertikal per la gara di sola salita, e non dovendo continuare dopo, ha impiegato 1h38′, la seconda è che comincio a cantarmi in testa i versi di una canzone di Flavio Giurato:

Mago, mago, tu dammi il terno
Mago, mago, mago, tu di' la ruota
Mago, mago, mago, tu dimmi il terno
Mago, mago, mago, su che ruota Mago

Gara. Nuova comodissima notte nello Scudo e al mattino si ripetono i gesti e i riti del giorno prima. Prendiamo un caffè in paese e presso la partenza vediamo la barista della settimana prima anche lei pronta a scattare. Noi in realtà non scattiamo molto e, durante il giro del paese che serve per sgranare almeno un po’ il gruppo prima dell’imbocco del sentiero, scivoliamo verso le posizioni di fondo. Appena cominciano il sentiero e la salita, comunque, cerco di impostare un buon ritmo e di non perdere di vista Andrea, che rimane un po’ più avanti. Intanto, per farmi coraggio, mi canto “Mago, mago, tu dammi il terno” e mi do il ritmo con i bastoncini. Non sarò abituato a usarli quando corro, ma tanto sto camminando e l’esperienza dello sci di fondo a qualcosa serve pure.

Alla Bocchetta delle Pisse non siamo messi malissimo, beviamo qualcosa, calziamo i ramponcini e ripartiamo. La traccia è stata battuta, non si dovrebbe sprofondare. Forse possiamo farcela.

E, per una decina di minuti, ce la facciamo, è uscito il terno. Mentre bevo, Andrea, che mi ha preceduto di qualche minuto, mi lega e ripartiamo. Incredibilmente, nel tratto fino al Rifugio Gnifetti guadagniamo tempo e superiamo pure qualche cordata.

Nel frattempo l’aria dei 3600 metri sul ghiacciaio si fa sentire, così infilo la giacca.

Non ci sembra di andare male, ma evidentemente fatica e quota si fanno sentire, così come l’invidia verso quelli che scendono con gli sci dal Colle del Lys. Al colle comunque ci arriviamo, beviamo di nuovo, mangiamo qualcosa e ripartiamo. Qui comincia la via crucis. I primi li avevamo già incontrati appena sopra il couloir attrezzato con le corde fisse che passa a destra dei rifugi Mantova e Gnifetti, adesso è un continuo incrociarsi con cordate sulla via del ritorno, compresa quella femminile con la barista. A un centinaio di metri dalla vetta vomito. Non è mal di montagna, è semplicemente fatica bestiale. Arriviamo in vetta, il tempo di bere un bicchiere di tè, e ripartiamo: dobbiamo affrettarci, siamo al limite. La neve comincia a mollare, rispetto a chi è passato prima, le condizioni sono peggiori e pure noi siamo peggiori rispetto a chi è davanti. Il falsopiano che riconduce al Colle del Lys mi sembra una vera salita e vomito di nuovo. Poco male, svuotarsi è un attimo e si riparte.

Dal Colle la discesa dovrebbe essere più divertente, ma ormai sono ubriaco di stanchezza e non sono così coordinato da non sprofondare, non calpestare la corda, non cadere ogni tanto per terra.

Sulle corde fisse le comiche. Qua sotto potete vedere come scendeva gente più forte di noi.

Io, a un certo punto ero insalamato con i piedi sopra la testa e un bastoncino rimasto dieci metri più in su.

Usciamo dalle corde fisse con un ultimo toboga che ci rinfresca le chiappe e diamo il massimo per arrivare in tempo a Punta Indren. Ci era giunta voce che il cancello orario era stato ritardato di alcuni minuti. Io ho un bastoncino piegato e ho perso un ramponcino (ma di quest’ultima cosa mi accorgo solo a Punta Indren) e procedo barcollante. Alla fine non ce la facciamo, siamo fuori di alcuni minuti, ma chi se ne importa, in cima siamo arrivati, la cosa più bella e importante è questa.

Torniamo indietro con massima calma alla stazione della funivia, abbandonando subito l’idea di scendere a piedi: sarebbero 2000 metri di dislivello, di cui i primi 800 nella neve molla e, considerando che se siamo rimasti fuori dal cancello orario è perché siamo troppo provati, sarebbe un’imprudenza continuare a piedi. In funivia si chiacchiera con un’altra cordata fermata a Punta Indren; loro il giorno prima erano saliti sulla Punta Giordani con gli sci, meno dislivello rispetto alla nostra gita, ma più alta quota. Questo per rendere l’idea del livello di infermità mentale che richiede una gara del genere.

È stato bellissimo e, come si dice nella canzone da cui è tratto il motto del mio blog, durissimo!

E adesso i consigli tecnici. Quando parlo dell’UTMB, posso vantare una certa autorevolezza, invece in questo caso sono semplicemente uno che è rimasto fuori dall’ultimo cancello orario. Tuttavia credo di essere sufficientemente lucido da poter dare qualche consiglio alle non poche persone che sono attratte da questa gara.

  • La scelta del compagno. Ci sono alpinisti che hanno compiuto scalate pazzesche con persone conosciute pochi minuti prima di legarsi insieme, tuttavia è meglio conoscere il proprio compagno di gara e, soprattutto, aver fatto almeno un’uscita in montagna insieme. Per quanto la salita alla Punta Gnifetti dal punto di vista alpinistico sia banale, è fondamentale avere piena fiducia nel proprio compagno. Andrea ha un curriculum alpinistico chilometrico rispetto al mio e credo che pure lui, avendo visto come mi muovo sul terreno di montagna, abbia fiducia in me.
  • La preparazione. La cosa fondamentale è ovviamente non fare come me. Gli scialpinisti sono avvantaggiati perché riescono a fare da aprile in poi delle uscite in quota; un genovese come me che non andava su un ghiacciaio da 18 anni, non sapeva se a 47 anni il suo fisico avrebbe reagito come a 29 all’alta quota. I risultati sportivi conseguiti in questi anni però inducevano all’ottimismo. Ad ogni modo, mi sembra molto più importante concentrarsi su dislivelli e salite ripide, piuttosto che sulla corsa a 4’/km. Nelle 3 settimane precedenti la gara le uniche cose a cui ho badato sono state infatti la salita e la discesa. Se poi vogliamo fare un discorso a monte sulle caratteristiche che è meglio possedere per una gara del genere, dico con sicurezza che la cosa fondamentale è essere delle bestie da montagna. Andrea non ha i miei risultati nei trail, ma le gare in cui si piazza meglio sono proprio quelle difficili, quelle in un ambiente severo, di vera montagna; io sono una specie di capra che sopra i 2500 metri di quota comincia a illuminarsi di gioia, sono persino convinto di diventare più bello in alta montagna.
  • L’alimentazione. Credo che si sia intuito il mio approccio profondamente naïf a questo aspetto della competizione. La colazione pre-gara è consistita in acqua e un pacchetto di Oro Saiwa. In fondo non è una cosa così diversa dal tè e fette biscottate con marmellata che avrei sicuramente mangiato se fossi stato in un albergo invece che in pulmino. In gara avevo le soft flask da mezzo litro riempite di acqua e, se non ricordo male, mai rabboccate durante la competizione, e qualcosa da mangiare nello zaino. Visto che non ho toccato il cibo nello zaino, non ricordo neppure se avessi delle barrette dell’In’s o qualcosa di più specifico. Ho bevuto 2 bicchieri di integratore salino alla Bocchetta delle Pisse, due bicchieri di coca a Punta Indren, due bicchieri di tè al Colle del Lys, dove sono riuscito a mandare giù anche una barretta, un bicchiere di tè in cima. Ogni tanto bevevo un sorso dalle borracecette. Non credo che sia un esempio da seguire, ma, vista la fatica continua che ho fatto, mi riesce difficile pensare che sarebbe stato possibile mangiare qualcosa di più. Ah, è chiaro che è necessario essere magri: se devi salire 3500 metri di dislivello in 17 km, ogni chilo di troppo è una zavorra. Non è un invito all’anoressia, ma semplicemente alla forma fisica, qui più necessaria che mai.

L’attrezzatura. Si possono vedere due approcci alla gara a seconda dell’attrezzatura: con attrezzatura di derivazione trail, o con la tutina da sci alpinismo. Vista la temperatura non rigida (alle 6 del mattino ad Alagna non era freddo e in vetta si scendeva di pochi gradi sotto lo zero), io con la tuta da sci alpinismo o da sci di fondo sarei morto di caldo. Comunque procedo con ordine e spiego tutto il mio materiale, che poi era sostanzialmente quello obbligatorio previsto dal regolamento.

  • Zaino. Il dubbio era tra il vecchio Salomon da 20 litri, che è comunque leggerissimo e che avevo usato nella ricognizione della settimana precedente, e il vecchio Raidlight Olmo 5 compagno di quasi tutte le mie gare. Visto che la corda la portava Andrea, alla fine sono riuscito a far entrare tutto nell’Olmo 5. Ho guadagnato un po’ di spazio usando anche una cintura Salomon Pulse Belt, che aveva anche il compito di proteggere la pancia dal freddo.
  • Bastoncini. Ho usato dei Black Diamond ripiegabili in tre sezioni e allungabili. Sono di alluminio aeronautico, quindi non sono delicati come i tradizionali bastoni di alluminio e hanno una rigidezza, un peso e un prezzo paragonabile a quelli in carbonio. In discesa durante una caduta non proprio delicata ne ho piegato uno, ma se il bastone fosse stato di carbonio, è possibile che lo avrei addirittura spezzato. Sul momento non mi sono sentito di provare a raddrizzarlo, poi a casa l’ho risistemato a mano e adesso funziona perfettamente. Li ho tenuti piuttosto bassi, 125 cm (sono alto 183 cm).
  • Ramponcini. Come praticamente tutti i concorrenti, avevo il modello più leggero della Nortec. Sul nevaio danno sufficiente sicurezza, l’importante è sapere che non sono dei veri ramponi, quindi sulla neve molle è come non averli e sul ghiaccio vivo dubito che possano essere sicuri.
  • Imbrago. Come molte altre persone, ho usato il Petzl Altitude: incredibilmente leggero, piegato nel suo sacchetto occupa pochissimo spazio. È un imbrago specifico per lo scialpinismo e l’alpinismo da ghiacciai facili, non ci si possono certo passare le giornate appesi su El Capitan.
Petzl Altitude
  • Kit da ferrata. Ne ho uno della Black Diamond, ma non credo che tra una marca e l’altra cambi molto.
  • Corda. Ne occorre una da dieci metri non statica e del diametro minimo specificato nel regolamento. Ci sono quelli che hanno corde bellissime con tanto di elastico, noi avevamo un vecchio spezzone con la calza che appena toccava la neve si inzuppava.
  • Scarpe. Ho usato le Salomon S/Lab XA Alpine e mi sono trovato molto bene. Mi sembra che fossero le scarpe più gettonate insieme alle La Sportiva Crossover, anch’esse con ghetta integrata. Non sono scarpe per correre la maratona a 3’/km, ma sul ghiacciaio facile si comportano alla grande. La ghetta offre un’ottima impermeabilità e termicità per molte ore, per lo meno finché la neve non si trasforma in pappa. Nella prima parte della salita nel bosco e sui pascoli, l’erba era ancora decisamente bagnata, ma la scarpa è rimasta perfettamente asciutta. In alta quota, finché ci si muove, non si sente il freddo perché il piede resta asciutto. Certo, chi stava fermo per delle ore al ristoro del Colle del Lys doveva usare degli scarponi veri, ma per salire nel minor tempo possibile sono probabilmente la soluzione migliore. Una volta che la neve cede e si comincia a sprofondare è invece inevitabile bagnarsi.
Salomon S/Lab XA Alpine. Questa è la versione vecchia, che uso io. Adesso c’è quella nuova, sostanzialmente uguale
  • Calze. Obbligatoriamente lunghe fino al ginocchio, io ne uso un paio della Accapi. Non sono in Nexus, quella fibra dalle prestazioni mirabolanti (non saprei, io ho un paio di calzini in Nexus e sono ottimi, ma non miracolosi), ma sono comunque eccellenti. Da un paio di anni le uso per lo sci di fondo e, nonostante siano sottili, non ho mai avuto freddo ed esercitano una utile compressione sul polpaccio. Costano una ventina di euro, praticamente nulla, rispetto alle altre calze Accapi.
Accapi Ski Ergoracing
  • Calzoni. Obbligatori quelli lunghi, io ho usato dei Raidlight non felpati. Chi è freddoloso è meglio se usa quelli felpati oppure quelli da sci di fondo. Avevo anche i pantavento superleggeri della Camp. Erano obbligatori, e in effetti mi dava sicurezza l’idea di averli con me in caso mi fossi fermato al vento e al freddo.
  • Maglie e giacca. Oltre alla maglietta della Sisport, avevo gli ampiamente collaudati manicotti felpati e con foro per i pollici della Raidlight. Dai 3500-3600 metri in poi ho messo la giacca, un goretex Pac-Lite della Salomon. Non patendo il freddo, non ho dovuto estrarre dallo zaino lo strato intermedio caldo della Crazy Idea, identico nell’aspetto alla felpa del pacco gara, ma più caldo e, naturalmente, senza i loghi. La felpa, tra l’altro, ha un cappuccio bello aderente che, in caso di freddo intenso, sarebbe stato utile.
La maglia del pacco gara, apparentemente uguale a quella in realtà più calda che avevo nello zaino.
  • Altri accessori. Il berretto, una normale cuffia in microfibra da fondo, è rimasto nello zaino e mi è bastato il buff, indossato come si vede in una delle foto. Non ricordo se in cima avessi tirato su il cappuccio della giacca di goretex. Alle mani guanti leggeri da running e copriguanti a muffola impermeabili della Raidlight. Occhiali da sci non particolarmente pregiati.
  • Ancora qualche consiglio sull’uso del materiale. Tutti partono con l’imbrago addosso. Quello della Petzl è talmente leggero che non ti accorgi neppure di averlo. Non è sbagliato che quello che porta la corda si leghi già a un capo, mentre mi sembra scomodo legarsi entrambi già alla partenza (qualcuno lo fa). Se si usa uno zaino piccolo, è difficile farci stare dentro tutto. Io ho aggirato l’ostacolo sia usando la cintura Salomon, sia appendendo agli anelli porta-materiale dell’imbrago il sacchetto con i ramponcini e quello con i pantavento. Anche il Kit da ferrata è sicuramente da indossare all’imbrago fin dalla partenza.
Colle del Lys. Durante la gara non si ha molto tempo per ammirare il panorama

4 pensieri riguardo “La gara più dura della mia vita. Monterosa Sky Marathon

  1. Caro Alessandro, mi perdonerai se ho letto soltanto le prime dieci righe. Purtroppo il mio disinteresse per lo sport è profondo e totale. Mi sembra comunque che ci sia da farti i complimenti e te li faccio di cuore; ma soprattutto le foto del tuo post mi hanno permesso di fare una grande scoperta:

    LA STAMBERGA STRILLANTE ESISTE DAVVERO!

    Grazie per questa fantastica esperienza e buona montagna.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...