Luoghi comuni (4)

In questa nuova puntata mi toccherà ammettere che alcuni luoghi comuni spesso rispondono a verità. Partiamo comunque da uno che proprio in questi giorni sta avendo un grande successo.

  • Il bidet. Appena si accende una battaglia tra Francia e Italia a colpi di sciovinismo, ecco che gli italiani sfoderano due pezzi forti: la baguette e il bidet. La baguette sotto l’ascella, o avvolta in un fazzoletto che ne copre malamente un decimo, oppure posata sul cofano delle auto in effetti fa abbastanza schifo e l’ho vista tante volte, anche se in anni recenti molto meno rispetto a qualche decina di anni fa. Poi c’è, inevitabilmente, quello che ripubblica per la milionesima volta su Facebook la foto del tizio che infila la baguette nei pantaloni o forse nelle mutande a mo’ di coda rizzata. Secondo me si tratta di un italiano che si è fatto fotografare in quel modo per sabotare i francesi. Ma veniamo al bidet. Appena un francese dice o scrive qualcosa di spiacevole o finanche spregevole nei confronti degli italiani, ecco che gli si rinfaccia la sua totale mancanza di dimestichezza con il bidet. Non voglio negare che il bidet sia un accessorio utile, ma non vi sembra un po’ ridicolo che gli italiani per vantare una presunta superiorità debbano farsi forti di un lavandino in cui si puliscono il culo? Il fatto che siamo i soli al mondo a usare il bidet forse è un segno di eccellenza (sul luogo comune delle eccellenze mi ero già espresso in un’altra puntata), ma forse potrebbe significare che si può vivere benissimo senza il bidet. Io ho vissuto per tre anni in Inghilterra e, nonostante l’assenza del bidet, non è che fossi infestato dai tarzanelli e passassi il giorno a grattarmi. La moquette in bagno invece mi dava davvero fastidio.
I francesi non avranno il bidet, ma Marcel Duchamp ha prontocreato una “fontana” memorabile

Passo adesso ad alcuni luoghi comuni sui miei concittadini genovesi.

  • I genovesi sono scortesi. Immagino che per un siciliano l’incontro con un negoziante genovese sia memorabile. Voglio dire: anche la gotta e il dolore al trigemino sono memorabili. Però ho incontrato anche negozianti valdostani dallo stile molto genovese. Per fortuna i valdostani negli anni Settanta hanno goduto di una forte immigrazione dalla Calabria che ha rimescolato un po’ le abitudini.
  • I genovesi sono fissati con il pesto. È vero, e se sono proprio genovesi, non semplicemente liguri, il loro (nostro) integralismo li obbliga a consumare solamente pesto preparato con il basilico di Genova Pra’. A ovest di Pra’ non esiste il basilico, solo la menta. Ho però constatato che il pesto può essere un valido strumento di integrazione, infatti ho più volte scoperto che le madri sudamericane dei miei alunni preparano il pesto in casa.
  • I genovesi dicono “belin” e derivati. Belin, è innegabile.
  • I genovesi sono tirchi. Spesso è vero e lo è ancor di più quando si parla delle ricche famiglie genovesi. È difficile negare che il declino economico e di conseguenza demografico (per chi non lo sapesse, in una quarantina di anni Genova è passata da circa 800mila abitanti a meno di 600mila) sia dovuto anche a una certa resistenza al rischio imprenditoriale da parte dei ricchi genovesi, i quali spesso preferiscono la rendita. Negli ultimi anni stanno chiudendo in continuazione bar e negozi nel centro storico e in moltissimi casi chi chiude si lamenta degli affitti troppo alti richiesti dai proprietari dei muri, che sono sovente ricche famiglie genovesi, che evidentemente sperano di lucrare su nuovi negozianti cinesi con maggiori disponibilità economiche. Molto spesso non va così bene ai proprietari degli immobili, i quali si trovano con locali vuoti e migliaia di euro di IMU da pagare. Quando si dice la lungimiranza.

E, visto che ho accennato ai cinesi, come non ricordare qualche amenità su di loro?

  • I cinesi sono tutti uguali. Rispondo con un aneddoto personale. Alcuni anni fa stavo partecipando a una skyrace e mi trovai a correre per un bel pezzo fianco a fianco con un’atleta tibetana con cui chiacchierai un po’ nonostante il fiatone. All’arrivo andai a complimentarmi con lei che era arrivata seconda. Visto che non dava segno di riconoscermi, le dissi che avevamo corso insieme per un bel pezzo e lei mi disse “ah, scusa, hai ragione. Sai, voi europei mi sembrate tutti uguali”.
  • Cinesi e giapponesi vabbè sono la stessa cosa. Non lo dicono solamente i miei alunni, ai quali perlomeno posso subito spiegare che giapponesi e cinesi si sono scannati a lungo e che le loro lingue sono diversissime. Visto che spesso i miei alunni leggono i manga e hanno qualche compagno originario della Cina, è facile mostrare loro che i cognomi cinesi sono monosillabici, mentre quelli giapponesi sono polisisllabici. Va però detto che i ristoranti gestiti da cinesi che servono sushi non aiutano a far chiarezza.
  • I cinesi non muoiono mai. Cioè non denunciano mai le morti. Corollari di questo luogo comune sono altre idee ricorrenti: usano i documenti dei morti per far immigrare illegalmente altri connazionali; congelano i morti (mio cuggino ne ha visto uno nel freezer di un ristorante) e poi ce li servono negli involtini primavera; ovviamente mangiano i cani, che non c’entra niente, ma ce lo mettiamo lo stesso. Tralasciando argomentazioni complicate di tipo demografico (gli immigrati sono significativamente più giovani degli indigeni italiani, quindi hanno un tasso di mortalità molto più basso), a chi mi chiede se ho mai visto nei cimiteri un cinese io a mia volta chiedo: ma davvero andate a Staglieno a controllare i nomi sulle tombe?

Puntate precedenti:

13 pensieri riguardo “Luoghi comuni (4)

  1. Sui cinesi, annoterei anche Zaia che in questi tempi di coronavirus ha giurato che “tutti abbiamo visto i cinesi mangiare i topi vivi”. Al che, fossi veneta, avrei sentito il prurito di trasferirmi. Invece sono lombarda, e mi sono limitata a perculare un’amica che vive a Padova.

    Su genovesi, invece, ho di mio unicamente un fatterello che però ricordo con calore.
    Una volta venni con mio padre per la rassegna Autunno Nero, e siccome fuori dalla stazione pioveva e non avevamo un ombrello, ne chiedemmo uno in prestito all’Hotel Savoia lì vicino. I concierge, gentilissimi e un po’ sornioni, credendo che lo chiedessimo in prestito perché siete tirchi, ce lo regalarono addirittura.
    L’ombrello ce l’ho ancora, è grande e comodo. Volevo far sapere ai concierge che eravamo noi a non voler apparire scrocconi, e poi che l’ombrello mi ricorda mio papà e ci tengo. Provvederesti tu? 😉

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        1. Urca, quasi, dài.
          La tartaruga l’ho scoperta da un brano riportato da Eco ne La vertigine della lista. Povera creatura, non innocente ma almeno incolpevole.

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  2. Ciao Alessandro, ricordo che mi avevi fatto notare già tempo fa la questione affitti/chiusure negozi. Onestamente non ho avuto molto a che fare coi genovesi, pur passando spesso saltuariamente da Genova. Mi chiedo come mai vi è questa poca volontà di rischio economico delle famiglie ricche (secondo me un comportamento che però si è diffuso in altre zone d’Italia)? Un caro saluto. Pietro

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  3. Da giovane (anni ’80) circolava la diceria che le francesi fossero poco inclini all’igiene in generale, per cui negli sporadici accostamenti vacanzieri fossero da evitare.
    Non ne ho mai avuto riscontro diretto, ma ho ricevuto pareri contrastanti (un cuggino di un mio amico mi riferì di zone intime infrequentabili).

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