Perché non sto uscendo a correre, ma non condanno chi lo fa

A parte certi casi, si intende.

Voglio dire: tu, uomo o donna di mezza età come me, che stai correndo tutto sudante nella tua felpona, con un’andatura che rivela che hai corso l’ultima volta ai Giochi della Gioventù, un po’ di nervoso me lo fai venire. Ma forse non sei un caso così comune, non lo so, io sto uscendo di giorno solamente per andare al Carrefour o alla Coop o dal fruttivendolo, oppure a tarda sera vado a portare il sacchetto dell’umido giù in Circonvallazione perché quassù dalle mie parti i bidoni sono riservati ad alcuni negozi e alla scuola. Insomma, sto facendo quel che credo che stiano facendo tutte le persone che possono lavorare da casa o che, diversamente da me, hanno dovuto sospendere il lavoro e magari non stanno percependo nessuno stipendio.

Però, al di là dei decreti sempre più restrittivi della Presidenza del Consiglio dei Ministri, mi interessano il senso delle azioni e il senso di responsabilità.
So bene, per il tipo di corsa che mi piace praticare, che potrei correre senza costituire un pericolo per nessuno, a cominciare da me stesso. Mi basterebbe uscire di casa e cominciare a salire e, sia sull’asfalto, sia sui sentieri, non rischierei di passare vicino a nessun pedone impegnato in attività “strettamente necessarie”. Incrocerei solamente altre persone che corrono o camminano per il piacere di farlo e ci allontaneremmo tranquillamente l’uno dall’altro, facendoci un cenno o salutandoci a distanza se ci conoscessimo. In breve, andare a correre con un briciolo di senso di responsabilità non è pericoloso né per la comunità, né per chi corre, basta andare in luoghi isolati, possibilmente alle ore giuste, e non correre rischi inutili sui sentieri. Per esempio questo per me non sarebbe il periodo giusto per fare ciò che mi piace fare più di tutto quando corro: andare come un pazzo in discesa sui sentieri, perché nonostante lo sappia fare molto bene, so anche che dei rischi li corro e quindi dovrei tirare un po’ il freno a mano. Però, a parte questo mio caso limite, non è che chi corre rischi ogni momento di farsi del male.

In questi giorni gira una storiella/apologo/parabola colpevolizzante sul runner che inciampa in una buca non visibile, prende una brutta storta, lo portano al pronto soccorso, gli fanno un tampone, scopre di essere positivo al coronavirus e costringe alla quarantena decine di medici, infermieri e barellieri. A parte che la storia è maldestramente costruita (un po’ come la mia frase precedente con tutti i suoi cambi di soggetto), l’apologo ignora che il luogo in cui avvengono la maggior parte degli incidenti è la casa. Come la mettiamo allora? Non è che forse c’è chi se la prende troppo con chi va a correre o porta il cane a fare una passeggiata (e chi mi conosce sa bene quanto i miei rapporti con i cani non siano esattamente idilliaci)?
Di più, mi sento di dire che in certi casi muoversi un pochino può fare bene e contribuire ad alleviare il lavoro dei medici. Proprio stamattina mio padre mi ha detto che qualche giorno fa la sua pressione massima era salita parecchio. Adesso si è riassestata perché è andato a camminare. Nessuna lunga camminata come è solito fare, ma almeno due passi sulle crêuze e sulle strade poco trafficate che ha la fortuna di aver dietro casa.

Tuttavia, ho scelto di non correre. Prima di tutto penso che sia comunque una questione di paura, perché anche se sto conducendo una vita abbastanza eremitica, so di essere un soggetto a rischio di contagio, visto che mia moglie è medico, sia pure non ospedaliero e ormai ad orario molto ridotto. E so che, correndo, la mia respirazione non emette una normale quantità di microscopiche particelle di saliva, ma una quantità ben maggiore, verosimilmente con una gittata maggiore del metro stabilito dal Governo (non a casaccio, ma su basi mediche, sia ben chiaro). Lo stesso discorso, rovesciato di segno, vale per i corridori che potrei incontrare. Insomma, se proprio dovete andare a correre con qualcuno – cosa tra l’altro ormai non possibile, ma non ne sto facendo una questione strettamente legalitaria – state non a un metro, ma a parecchi metri di distanza l’un dall’altro.
Poi c’è una questione di solidarietà. Ho in casa una figlia di dieci anni che, a dir poco, ha l’argento vivo addosso ed è uscita di casa l’ultima volta 15 giorni fa; ho una figlia di quasi 14 anni che va a ginnastica artistica 3 volte alla settimana per 2 ore e che vorrebbe sempre uscire con le amiche, ma che adesso, con grande senso di responsabilità, non esce mai di casa e non chiede di farlo; ho un figlio di 16 anni che si allena 3 ore al giorno in palestra e sogna di poter tornare a saltare sulla pedana, di avere cavallo, anelli e parallele a disposizione. Davvero mi sentirei a disagio se li salutassi per salire ai Forti mentre il figlio si ammazza di addominali, piegamenti e circuit training casalinghi. Ho la fortuna di cadere in piedi, abito al piano terra e ho un po’ di spazio condominiale a disposizione, persino con delle scale da salire e scendere come un criceto, sognando di ripetere a giugno la Monte Rosa Skymarathon.

La traccia del mio allenamento di ieri sera

2 pensieri riguardo “Perché non sto uscendo a correre, ma non condanno chi lo fa

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