Didattica a distanza. Terza puntata

Il ministro dei temporali  
in un tripudio di tromboni  
auspicava democrazia  
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
(Fabrizio De André, La domenica delle salme)

Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana. In realtà non si tratta di tanto tempo fa, ma semplicemente del 18 marzo, giorno in cui un’incolpevole collega inoltrava ai colleghi il seguente messaggio:
Ho urgenza dei dati delle 3 medie. Quali alunni dsa e disabili usano strumenti compensativi e quali disabili non fanno proprio la prova?
Poco dopo arrivava una precisazione:
non e’ stato specificato ma si riferisce agli invalsi.
Quando già tutti si rendevano conto che il ritorno in aula era ben più lontano del previsto 6 aprile, c’era qualcuno che dall’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, meglio noto come INVALSI, chiedeva con urgenza di fornire dei dati, come se nulla fosse, come se, rientrati a scuola, avessimo dovuto metterci a somministrare prove invece che riprendere una parvenza di normalità scolastica. Insomma, all’INVALSI vivono in un mondo tutto loro, in una galassia lontana lontana.
Prima di passare ad altro, ci tengo a precisare che fino a un paio di anni fa io ero un sostenitore delle prove, poi, da quando si sono informatizzate e sono diventate solamente propedeutiche all’esame e non più parte integrante di esso, ho cominciato a veder le cose diversamente. Ciò che prima portava via una mattinata per lo svolgimento e un pomeriggio per le correzioni nel corso degli esami a giugno – sto parlando delle prove per la terza media – è diventato qualcosa che paralizza almeno due classi per settimane. Non essendoci un computer o tablet disponibile per alunno, come avviene nella succursale in cui insegno, oppure pur essendoci, come forse avviene nella sede del mio istituto, ma in assenza di una connessione adeguata, si devono convocare le classi a mezza per volta per la prova di italiano, per quella di matematica, per quella di comprensione scritta di inglese e per quella di comprensione orale di inglese. A questo si aggiunga il lavoro quotidiano per tirare tablet e portatili fuori dall’armadio blindato, controllare che siano carichi, aggiornarne il sistema operativo, ricollocarli nei blindati. Il tutto per una prova che è sufficiente svolgere, ma che non incide sul voto di esame. Chi ha letto le puntate precedenti di questi miei interventi sa benissimo che non sono un insegnante ossessionato dai voti, al punto che non ne assegno dall’inizio delle attività a distanza, ma non sono neppure scemo, so bene che se una prova che fino all’anno prima era lo spauracchio per gli esaminandi diventa irrilevante per l’orizzonte degli alunni (è un po’ dura che loro pensino all’utilità dei dati a livello di analisi della situazione scolastica italiana), alcuni di loro la faranno quanto meno superficialmente.

Novità interstellari. Il guaio di cominciare a scrivere un pezzo per poi lasciarlo lì e riprenderlo una settimana dopo, come ho fatto per quello che sto scrivendo adesso, è che la cronaca ti sorpassa. Così dal ministero arrivano finalmente delle direttive. Per carità, io li capisco, io capisco che fare il ministro è terribilmente difficile e in questo momento lo è ancora di più, ma, d’altra parte, nessuno ha puntato un mitra contro Lucia Azzolina quando è diventata sottosegretaria all’istruzione (nel ruolo di ministro invece ci si è invece in qualche modo ritrovata dopo le dimissioni di Fioramonti). Ebbene, abbiamo scoperto che entro il 10 giugno noi insegnanti delle medie dobbiamo chiudere tutto. Normalmente dobbiamo terminare i lavori per l’esame entro il 30 giugno, invece quest’anno dovremo concludere prima. Evidentemente il ragionamento ministeriale è stato più o meno questo: visto che l’esame non si farà, facciamo chiudere tutto entro il 10, scrutini compresi. Questo il ragionamento, quanto al perché non ne ho idea.
Però, no, calma un attimo, sembra che manchi una firma, forse non è così. L’incertezza delle direttive da parte del ministero è l’unica sicurezza nell’epoca in cui chi ha ruoli cruciali non pondera le parole, ma parla liberamente, vuoi per inesperienza, vuoi per saggiare il terreno, vuoi per insipienza, vuoi per le tre cose insieme.
È possibile che quando terminerò di scrivere questo mio pezzo il ministero avrà già cambiato idea. Scriveva Giorgio Caproni nella poesia Lorsignori, dedicata ai politici italiani:
(Dio, quanto «auspicano»!)
Non conoscendo probabilmente il significato del verbo “auspicare”, oggi i ministri annunciano, twittano, Dio, quanto twittano!

Bestiari o stupidari della DAD. Un tipico genere letterario in cui ci cimentiamo noi insegnanti sono le raccolte di amenità pronunciate o compiute dagli alunni. Nella maggior parte dei casi rimangono in forma orale e vanno a comporre una sorte di epica orale dei consigli di classe, a meno che qualche collega scrupolosa non annoti sull’agenda le uscite più memorabili. Lo scopo può essere quello di sdrammatizzare e farsi due risate tra colleghi, magari con un malcelato intento vendicativo.
Se ben scritti, gli stupidari sono divertenti, un libro che leggevo da ragazzino e che ho ritrovato nella casa in montagna dei miei genitori proprio prima dell’inizio della quarantena si chiamava Per colpa di un maiale ed era una buffa raccolta di frasi involontariamente comiche tratte dai temi di bambini delle elementari. Però a volte gli stupidari possono ritorcersi contro chi li scrive, se il tono è eccessivamente lamentoso oppure se diventano autoassolutori.
Segnalo uno stupidario che ho trovato simpatico, ma che rivela anche qualche vizio di noi insegnanti. Estraggo e commento un passo a mo’ di esempio.

È quando stai spiegando la politica italiana negli anni Cinquanta e l’alunno, per accomodarsi meglio sul divano, si muove ed esibisce un ventaglio di carte da scala quaranta, una mano fortunata devo dire, tris d’assi e poker di jack, e capisci che quando guardava fuori telecamera non era per prendere appunti sulle due correnti interne alla Democrazia cristiana. È quando in perfetta traslitterazione italiano-italiano e inglese-italiano, l’alunno ti scrive scusi prof o sbagliato fail. Lasciamo perdere la o, è una battaglia persa. Fail è un capolavoro. 

È giusto che l’alunno che approfitta della videolezione per giocare a scala quaranta faccia venire il nervoso. Io non so se i miei alunni preferiscano scala quaranta, briscola, scacchi (non credo e, tutto sommato, nel caso degli scacchi apprezzerei la cosa) perché di norma tengono quasi tutti la telecamera spenta. Di sicuro, da come alcuni rispondono quando li interpello, si capisce che non sono sempre sul pezzo.
In tutti i miei anni – non tantissimi, ma neppure pochi – di insegnamento ho però via via imparato che molti argomenti dei nostri programmi possono essere tagliati. In questi ultimi mesi, poi, ho capito che le sforbiciate sono ancora più necessarie. Voglio dire: ma è pensabile che dei ragazzi di terza media – l’autrice dell’articolo, come me, insegna lettere alle medie – possano essere interessati alle correnti della Democrazia Cristiana? Dico e ripeto: è importante che un ragazzo di 13-14 anni del 2020 venga edotto sulla tematica? (a parlar di DC il linguaggio democristiano s’impossessa di me!)
Quanto al messaggio in improbabile italiano, è proprio lì che dobbiamo raggiungerli. Se un alunno in un messaggio su Telegram mi scrive “Gli è arrivato il compito sull’africa”, gli faccio notare per lo meno che mancano una maiuscola e un punto interrogativo. Se l’alunno è pure bravino, gli spiego anche in quale modo si usano i pronomi quando si dà del lei agli insegnanti. Insomma, la didattica è rivoluzionata: è monca, molto monca perché la didattica a distanza, come ho già scritto nella puntata precedente, è una pezza molto parziale, però questa benedetta didattica va adattata, ci apre delle vie inaspettate che magari sono quelle del messaggino dell’alunno diligente ma frettoloso che non rilegge ciò che scrive a una persona che non è un suo coetaneo. Se impariamo a fare una cosa del genere con delicatezza e magari umorismo (umorismo, non sarcasmo) saremo sì i soliti rompiscatole, ma vi assicuro che saremo dei rompiscatole vicini agli alunni e loro apprezzeranno la cosa fin da adesso, non solo tra 20 anni quando ripenseranno alla scuola indossando gli occhiali spesso deformanti della nostalgia.

Ultimissime. Mentre oggi pomeriggio stavamo tenendo il collegio dei docenti online, la ministra Azzolina era in riunione. Finito il collegio ho letto che pare che ci abbia ripensato, quindi il colloquio conclusivo si terrà dopo la fine della scuola. Adesso però pubblico l’articolo, altrimenti domani mi toccherà scrivere un nuovo aggiornamento.

Ministra a distanza, molta distanza

Se non ti sei annoiato, puoi leggere la prima e la seconda puntata

7 pensieri riguardo “Didattica a distanza. Terza puntata

  1. Come ricorderai anch’io insegno Lettere, ma alle superiori. E anch’io sono stato a lungo fermo nel mio proposito di non assegnare delle valutazioni a distanza: questo perché, non essendo presente al momento dello svolgimento delle prove, non potevo essere certo che gli alunni le svolgessero senza sbirciare sul libro o farsi suggerire da qualcuno. Anche le videointerrogazioni non mi convincevano, perché si prestano anch’esse a venire falsate: l’alunno potrebbe avere il libro aperto sotto la telecamera, la mamma che suggerisce a lato della telecamera, un auricolare nell’orecchio che gli fornisce le risposte… insomma, gli espedienti sono tali e tanti che anche l’alunno più sprovveduto sarebbe in grado di escogitarne uno.
    Poi a inizio Aprile è diventato chiaro (almeno per me) che non saremmo rientrati in aula fino a Settembre, e quindi ho dovuto rassegnarmi all’idea di valutare a distanza: infatti, se io avessi dato delle insufficienze a fine anno con i voti fermi a Marzo, i genitori si sarebbero lamentati dicendo “Per forza che mio figlio non ha recuperato, il professore non gli ha dato nessuna possibilità negli ultimi 3 mesi”.
    A quel punto si è posto il problema di trovare una modalità di valutazione che fosse il meno falsabile possibile. Alla fine ho optato per i temi a Italiano e le ricerche a Storia: infatti in entrambi i casi si tratta di lavori così personali che difficilmente un alunno si mette a copiare da un compagno più dotato, e se lo fa viene smascherato al volo.
    Anche eventuali copiature da Internet sono facilissime da appurare: appena ci si accorge che il lavoro è fatto troppo bene, basta digitare su Google una frase particolarmente complessa di quel testo, e subito esce fuori l’articolo da cui l’alunno ha fatto copia&incolla.
    A tal proposito, mi è dispiaciuto rendermi conto che in ogni mia classe ci sono stati almeno 2 o 3 alunni che hanno adottato quest’ultimo trucchetto. Peraltro alcuni di loro erano ragazzi validissimi, che avrebbero potuto svolgere quei lavori con pochissimo sforzo: se fossero stati degli imbranati li avrei capiti di più, perché avrei compreso che avevano cercato di truffarmi non tanto per disonestà, quanto piuttosto per la disperazione di dover svolgere un compito al di sopra delle loro forze. E’ capitato anche a te?

    Piace a 1 persona

    1. Io ho appena cominciato a dare voti e uso un sistema piuttosto semplice:
      1) non sto a sottolineare il fatto che devono fare bene il compito perché darò un voto. È da marzo che dico che i compiti vanno fatti e vanno fatti bene (ovviamente c’è chi li fa bene, chi li fa male e chi non li fa proprio). A loro appare comunque che il compito che stanno per svolgere avrà una valutazione numerica.
      2) Valuto i compiti in cui sia preponderante la rielaborazione personale e in cui sia necessario formulare delle frasi di senso compiuto. Funziona bene, da questo punto di vista, il riassunto di un brano d’autore: per 2 giorni fa dovevano riassumere un testo di Fenoglio e per domani devono rispondere a delle domande su un testo di Sciascia; oppure oggi avevano delle domande sulla Seconda guerra mondiale in cui dovevano mostrare di aver capito quel che ho spiegato e di saper scrivere. Certo, son lavori fatti a casa e per i quali hanno qualche giorno di tempo, quindi la possibilità di farsi aiutare più del dovuto c’è, ma per ora riesco a distinguere chi non ha lavorato da solo (e di solito, si tratta degli alunni che, in effetti, non sono del tutto in grado di lavorare da soli) da chi ha lavorato per conto proprio.
      Alla fine, visto che i ragazzi li si conosce, con un po’ di attenzione si riesce a capire come hanno lavorato.

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...