Consigli per ammazzarsi di fatica la prossima estate (2) – La Testa Licony

Dopo una puntata di riscaldamento, aumento il numero delle salite. Gli itinerari che descriverò non saranno per alcuni una novità, perché l’anno scorso ne parlai già nella prima puntata dei post dedicata ai dieci monti speciali della mia vita.

Ecco dunque 4 itinerari: 3 per accumulare salite a ripetizione e che, con lo spirito di un adolescente che negli anni Ottanta sognava leggendo delle salite di Profit ed Escoffier denomino enchainement, e 1 per far girare il motore al massimo.

Il giorno in cui ho scattato la mia foto migliore. Due giorni prima di correre l’itinerario descritto nella puntata precedente, feci un gran bel giro in compagnia di Massimo, Luca e Nico, arrivati apposta al mattino da Genova.
Partenza da Verrand e prima ripida salita da 800 metri sul sentiero che poi prosegue verso il Mont Cormet. Quando questa è l’unica salita del giorno, si può provare a correrla, ma quando si prevedono altre salite, conviene camminare. A 2000 metri si devia a sinistra e si traversa in direzione dei casolari del Tirecorne. Il sentiero è stretto e in qualche punto un po’ scosceso, quindi chi è più impressionabile è bene che non lo faccia da solo, anche se basta un minimo di prudenza per non correre pericoli. I casolari del Tirecorne, un tempo in condizioni di abbandono, da un po’ di anni sono stati rimessi a posto e sono talmente belli che verrebbe voglia di fermarsi lì.

I casolari del Tirecorne in una foto scattata 5 giorni prima di ritornarci con gli amici. Dovevo metter loro voglia di venire

Dal Tirecorne si riprende a salire e si continua ad andare verso sinistra, fino a quando non si raggiunge la parte terminale del mitico canalone del Colle Licony, il sentiero ripido per eccellenza a Courmayeur. Una volta al colle, con un panorama già bellissimo e con la vista sul sottostante grande lago, ci si indirizza verso la Testa Licony. Sono 300 metri scarsi di dislivello che si percorrono in un tempo non ben definibile, perché a seconda dell’innevamento il percorso varia. Inoltre può capitare di perdere il sentiero e di andare su un po’ ad occhio, senza comunque mai finire in situazioni pericolose. Pochi metri sotto la cima c’è il bivacco Pascal, inaugurato nel 2006 e dedicato a una guida alpina che aveva scalato anche con Andrea, amico e compagno di gara alla Monterosa Sky Marathon. Se si è impegnati in un lungo giro, non si perde tempo fermandosi al bivacco, ma si godono alcuni momenti di silenzio che rimangono nella memoria.

Luca e Nico in cima alla Testa Licony prendono fiato e si godono la vista e il silenzio. Nello zainetto di Nico i preziosi bastoncini di ciliegio, ben noti nell’ambiente trail italiano (perché Nico, zitto zitto, nelle gare si piazza sempre nelle posizioni alte delle classifiche). Sotto l’antivento di Luca, invece, si vede la maglietta della Sisport.

Dalla vetta si ridiscende rapidamente al Colle e poi, con altri 600 metri di discesa costantemente ripida, si arriva al relitto della vecchia teleferica della quale ho scritto nella puntata precedente, nei pressi della baita del Currù. Si percorre un tratto in falsopiano, si può riempire la borraccia da un ruscelletto e si arranca sul sentiero che porta al Col Sapin. Da qui breve discesa di circa 200 metri nel Vallone dell’Armina e risalita al Passo di Entre deux Sauts, dal quale si ridiscende nuovamente per poi traversare, un po’ per sentiero e un po’ ad occhio fino a raggiungere il sentiero che sale al colle di Malatrà, 2928 metri di altitudine, uno in meno della Testa Licony. Si tratta più o meno di altri 600 metri di salita, ma non si può dire che, arrivati al colle sia finita, infatti, se siete veloci come Nico, vi divertirete a salire ancora un po’ mentre starete aspettando il compagno di avventura.

A questo punto lo scrivente, che non solo è più lento di Nico ma è anche un pessimo fotografo, riesce per miracolo a cogliere un momento spettacolare.

Un elegantissimo Nico

Chi ha partecipato, anche solo come tifoso attaccato al live telematico, al Tor des Géants sa che al Col del Malatrà ci si sente arrivati, tuttavia non è vero. Si scende dunque fino al rifugio Bonatti, che oltre a trovarsi in una posizione meravigliosa ha la particolarità di essere stato dedicato a una persona ancora in vita, infatti nel 1998 Bonatti aveva ancora davanti a sé ancora molti anni da vivere. L’unico caso che mi piace paragonare al rifugio Bonatti è quello di una via Bartali che vidi in un paesino della Lunigiana 40 anni fa, molto prima che il campione ci lasciasse. (Qualcuno potrebbe ricordare i palazzi, i monumenti e gli edifici dedicati ai potenti, preferibilmente tirannici, ma, pur con tutto il rispetto per il museo Reina Sofia di Madrid, non si tratta di dediche frutto di amore popolare come quelle a Bartali e a Bonatti).

Dal Bonatti si segue in senso contrario il percorso dell’UTMB lungo il sentiero della balconata della Val Ferret che salescende fino al Rifugio Bertone. Da qui altri 800 metri di ripida discesa e si ritorna a Courmayeur.

Consigli tecnici. Il percorso misura circa 3500 metri di dislivello positivo, non so in quanti km esattamente, ma sicuramente pochi, il che significa che le salite sono ripide. Se lo fate in un anno di gare è un grande allenamento soprattutto perché ha due discese belle ripide e continue che mettono alla prova come si deve i vostri muscoli. La capacità di incassare bene le discese ripide è una delle carte vincenti per ritardare il più possibile il mal di gambe nelle gare lunghissime. Personalmente ho fatto il giro circa 40 giorni prima del mio ultimo UTMB, quando ho stabilito il mio primato personale.
Per quanto riguarda l’attrezzatura, dalle foto vedete che era ridotta al minimo: io avevo con me un antivento, una borraccia e poche barrette. Io sono però un estremista, quindi se temete di patire la fame, portate qualcosa di più e se non siete molto veloci portate almeno un litro d’acqua, perché i tratti in cui non si trova acqua potrebbero essere lunghi. Qualche ruscelletto lo si trova, ma assicuratevi sempre che non sia inquinato dalle mucche più in alto. Quanto all’abbigliamento, se la giornata è bella e calda basta poco, ma se è nuvolo conviene portarsi anche uno strato che tenga un po’ di caldo. Come al solito, prima si parte, meglio è. Noi eravamo partiti non prestissimo perché dovevo aspettare che gli amici arrivassero da Genova.

I tre monti di Courmayeur. Ho già raccontato la storia di questo enchainement, quindi mi basta dire che lo feci da solo nel 1989 a 17 anni. L’idea era quella di salire in giornata i tre monti che guardano Courmayeur da vicino e non troppo in alto, cioè la Testa di Licony, la Testa Bernarda (che ai miei occhi è stata sempre più significativa della vicina Testa della Tronche, appena più alta) e lo Chetif.
La prima salita è la più lunga e la più importante per me, cioè quella alla Testa Licony. Da Dolonne, ma se si parte d Courmayeur non cambia molto, si raggiunge il Villair, si continua per la strada poderale e la si continua lasciandosi sulla sinistra il bivio per il Rifugio Bertone. Si supera il villaggio di Tsapy e si imbocca a sinistra il sentiero per il Colle Licony (è indicato, non potete sbagliarvi). Il sentiero fino alla vecchia teleferica della quale ho già scritto è in parte nel bosco e in parte su prato e sempre ripido. Dalla teleferica si continua a salire nel bosco, su sentiero che adesso non è più ripido, ma decisamente ripido. Superato il limite della vegetazione arborea, ecco il canalone del Colle Licony, che come ho già spiegato, non è decisamente, bensì ripidissimo. Io, che in allenamento provo a correre su qualsiasi pendenza, non ho mai provato a correrlo e non ho neppure mai visto nessuno che lo abbia fatto. Se ci riuscite siete davvero forti, ma secondo me la pendenza è tale che conviene camminare: mani dietro alla schiena alla Olmo se non volete forzare troppo, mani sulle ginocchia o a caricare sui bastoncini se volete spingere al massimo. Dal colle, si sale in vetta (ho già descritto il percorso), si ridiscende alla teleferica e ci si dirige al Col Sapin per poi percorrere al contrario l’itinerario che ho descritto nella puntata precedente. Tornati alla partenza, se non avete ancora lo spirito del trailer che non si ferma mai, potete riposarvi e magari dormicchiare come io feci trent’anni fa, altrimenti attaccate subito lo Chetif per la via ferrata. Sarebbe più adeguato parlare di sentiero attrezzato, altrimenti chi è abituato alle ferrate delle Dolomiti si mette a ridere, ma io sono abituato a chiamarla così. Il tratto attrezzato più esposto è il primo, sul quale si incontra anche questo ponticello che, dopo tanti anni, non ha un aspetto solidissimo.

Il primo tratto attrezzato dello Chetif

Personalmente ho percorso la ferrata tante volte (almeno dieci) e non mi sono mai autoassicurato. Anzi, l’unica volta che avevo portato l’imbrago e un paio di moschettoni è stata nel 1986, quando il sentiero era stato inaugurato da pochi mesi. Valutate però quanto siete sicuri e, nel dubbio, se avete un imbrago leggero e una longe da ferrata, portatele dietro e indossatele.
Il sentiero dello Chetif è molto bello e ripido, non solo nei tratti rocciosi. Poco dopo il primo tratto di catene una deviazione da meno di un minuto vi conduce anche a un belvedere che sicuramente merita. Se il periodo è quello giusto potreste anche trovare qualche mirtillo sul percorso, cosa che fa sempre piacere. Sotto il cono della vetta, a circa 2000 metri, comincia un traverso che a un certo punto discende (un po’ esposto), poi si ricomincia a salire. Se il sole picchia, si suda parecchio. Sulla vetta c’è una piastra orientativa e da lì in un minuto si raggiunge una imponente statua della Madonna.

Sulla destra la piastra orientativa di vetta dello Chetif, a sinistra la statua, in cielo un arcobaleno spettacolare proprio sopra la Testa Licony

Per scendere potete rifare lo stesso percorso, oppure percorrere il sentiero normale, che all’altezza del rifugio Le Randonneur incrocia il percorso dell’UTMB, che, lungo il polveroso sentiero del Checrouit vi riporta a Dolonne.

Consigli tecnici. Il giro misura circa 3400 metri di dislivello, ma forse questo è un dato che non rende bene l’idea. Ciò che più conta, secondo me, è che ci sono 3 discese ripide da affrontare, perciò se il giorno dopo i vostri quadricipiti e i vostri glutei non protesteranno, vorrà dir che siete in condizioni eccellenti. Io consiglio di salire dapprima la Testa Licony perché è la salita più lunga, tuttavia altri potrebbero preferire salire prima lo Chetif per essere belli freschi sul percorso attrezzato. Se salite prima la Testa Licony, vi conviene partire molto presto, mentre se decidete di iniziare con lo Chetif, valutate le condizioni di umidità, perché se nella notte avesse piovuto le rocce fino alle 7.30-8.00 potrebbero essere un po’ viscide. Più tardi, dovrebbero essere asciutte, perché l’esposizione è tale che asciugano molto in fretta.
Ho già detto le mie idee a proposito dell’eventuale attrezzatura alpinistica, mentre per quanto riguarda abbigliamento, liquidi e cibo vale ciò che ho scritto per l’itinerario precedente. Non fate come me che nel 1989 mi misi nello zaino gli scarponi perché pensavo di mettermeli dal Colle Licony in poi! Già allora, anche se non esistevano scarpe da trail, feci tutto con le Adidas. Sulla salita dello Chetif non si incontra assolutamente acqua. Il fatto che comunque si ripassi per il punto di partenza permette di depositare qualcosa a due terzi (o un terzo, se fate prima lo Chetif) del percorso.

Ancora più dislivello. Nel 1991 allungai il giro fatto due anni prima. Fino alla Testa della Tronche si segue lo stesso identico itinerario, poi si torna indietro fino al Col Sapin per scendere nel Vallone dell’Armina all’Alpe di Secheron (2260). Da lì si risale fino al Colle Battaglione di Aosta (2882 m.) La prima volta che cercai di raggiungerlo ero con un amico e con sua madre e sbagliammo strada. Ci ritrovammo in un incredibile canalone di sfasciumi in cui c’era stata un’ecatombe di pecore, non so per quale ragione, forse un slavina. Vedemmo decine di scheletri e ciuffi di lana in quantità incredibile, è stato sicuramente uno degli spettacoli più sconcertanti che io abbia mai visto. Normalmente però non si sbaglia strada e al colle ci si arriva. Da lì si torna indietro all’Alpe di Secheron, si sale al Passo di Entre deux Sauts e si raggiunge il Colle di Malatrà come nel precedente itinerario. In più, dal Passo di Entre deux Sauts si sale alla soprastante Testa di Entre deux Sauts e si ridiscende al Colle.
Con la mentalità di oggi, sulla via del rientro, una volta al Rifugio Bonatti continuerei fino al Bertone e rientrerei a Courmayeur e Dolonne, ma nel 1991 non esisteva il Rifugio, così scesi a Lavachey dove feci autostop per tornare a casa.
Grande interrogativo: nel 2020, anno del Covid-19, ci saranno persone pronte a dare un passaggio a un irriducibile autostoppista come me?

Consigli tecnici. Questo giro da circa 4000 metri di salita è meno elegante del precedente perché per accumulare dislivello compie molti avanti e indietro, tuttavia è in posti così belli che il difetto è perdonabile. Quando lo feci, il giorno precedente andai a nascondere un succo di frutta all’Alpe di Seheron, ma per il resto direi che si possono seguire i consigli del primo itinerario.

Quasi un doppio vertikal (e ritorno). Sulla Testa Licony ormai da parecchi anni si corre il doppio vertikal che dai mille metri scarsi di Morgex porta in vetta. Da Dolonne invece la salita è di un po’ più di 1700 metri, che comunque vengono percorsi in pochi km. Una bella soddisfazione è quella di salire in vetta partendo con la luce del giorno – diciamo verso le 6 del mattino – e riuscire a tornare quando a casa stanno ancora dormendo o si sono appena svegliati. È una soddisfazione che mi sono tolto il 15 luglio 2011, in un momento in cui ero in forma, ma ancora in condizioni ben lontane da quelle che avrei dovuto avere un mese e mezzo dopo per correre l’UTMB. Per la salita ho seguito il percorso già descritto, quello dalla Val Sapin. Da casa alla vetta 2h01’14”. Conosco molte persone che sono sicuramente in grado di impiegarci di meno, ma forse non tantissimo di meno. Dalla mia, infatti, avevo due vantaggi: la conoscenza perfetta dell’itinerario e le condizioni meteorologiche perfette. Prima della vetta avevo infatti incontrato dell’acqua ghiacciata, quindi in cima la temperatura doveva essere intorno allo zero. Considerando che la temperatura diminuisce di un grado ogni circa 170 metri di altitudine, alla partenza un paio di ore prima mi trovavo a non più di 10 gradi. Andando forte non si patisce il freddo, perciò indossai l’antivento solamente nei 2 o 3 minuti trascorsi in cima e nei primi minuti di discesa. Al ritorno a metà canalone presi il sentiero per La Suche, allungando sicuramente di alcuni minuti la strada. Ad ogni modo, dalla vetta a casa impiegai 52’24” e questo è un tempo che mi sento di dire che è davvero niente male, sicuramente più difficile da battere rispetto a quello di salita. Alla fine arrivai a casa prima della colazione di moglie e figli.
Attrezzatura come al solito: antivento, borraccia da mezzo litro e qualcosa da mangiare che non toccai. Se non sbaglio avevo i calzoni sotto il ginocchio. In base al meteo e alla velocità che si prevede di mantenere, si deve però valutare se portarsi qualcosa di più per coprirsi.

Nella prossima puntata altri 4 itinerari collaudati. Faremo molti chilometri e andremo molto in alto.

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