Consigli per ammazzarsi di fatica la prossima estate (3) – Roba molto lunga e molto in alto

Courmayeur-Chamonix (e un incontro con Kilian). Quale può essere una gita molto molto molto lunga che unisce due località dall’alto valore simbolico? Non c’è dubbio, andare da Courmayeur a Chamonix. Gli appassionati di ultratrail penseranno al percorso della CCC, la Courmayeur-Champex-Chamonix, invece io propongo il percorso dall’altra parte, quello che passa per la Val Veny per continuare in Francia. In pratica si tratta della prima metà (che non è metà, ma un po’ meno) dell’UTMB al contrario, quindi ci sarebbe poco da descrivere. Allora racconterò di come percorsi io l’itinerario nell’ormai lontano 2009 in vista del mio primo UTMB che avrei corso circa un mese dopo.
Partenza verso le 6 del mattino e percorso della gara a ritroso con una prima deviazione nella discesa dal Col de la Seigne: convinto che il percorso toccasse il Refuge des Mottets, vi passai per bere qualcosa, non ricordo se una coca cola o un’Orangina (quello dell’Orangina è uno dei miei riti quando sono in Francia). Consiglio comunque di perdere qualche minuto e di passare dal rifugio, perché una bevanda zuccherata non guasta in un percorso così lungo. Consiglio anche di dare un’occhiata alle galline del rifugio, una più bella dell’altra.

Se il vostro obiettivo è quello di fare una ricognizione del percorso della gara dovrete scendere fino a Les Chapieux, come feci anch’io, per poi salire al Col de la Croix du Bonhomme, ma se conoscete già il percorso, oppure se la cosa non è così urgente, vi consiglio sicuramente, giunti a Ville des Glaciers, di salire al Col des Fours. Arriverete circa 150 metri più in alto rispetto all’itinerario normale, ma considerando che eviterete la discesa fino a Les Chapieux, il saldo chilometrico e di dislivello sarà in pari. Inoltre dal colle, in pochi minuti, potrete salire alla vetta, con una vista che si spinge verso le montagne svizzere, dal Mont Velan al Rosa.

Scendendo dal Col de la Croix du Bonhomme al Col du Bonhomme vi godrete in discesa uno dei miei tratti di sentiero preferiti del Giro del Monte Bianco, su un fondo bello pietroso e, continuando verso il Refuge de la Balme e poi fino a Notre Dame de la Gorge, potrete farvi un’idea della salita più lunga dell’UTMB. Da Notre Dame de la Gorge io raggiunsi Les Contamines-Montjoie tenendomi sulla destra e vi consiglio di farlo, anche se il percorso della gara passa un po’ più a sinistra. La lunghezza e la pendenza (nessuna, siete per qualche chilometro in piano) sono uguali, ma a mio parere è più piacevole, appunto, il percorso a destra.

Tra il Col de la Croix du Bonhomme e il Col du Bonhomme: la mia idea di sentiero bello.

A Les Contamines-Montjoie potreste approfittarne per comprare qualcosa da mangiare, ma se arrivaste intorno all’ora di pranzo come mi era capitato, potreste trovare quasi tutto chiuso, o forse ero io che non avevo cercato bene perché non avevo abbastanza fame.
Cibo a parte, la difficoltà principale dovrebbe essere quella di trovare il sentiero giusto. Fondamentalmente ci sarebbero due scelte: imboccare il sentiero che si segue durante l’UTMB, oppure proseguire per qualche chilometro sulla strada asfaltata fino a prendere la deviazione per la strada e poi il sentiero che vi porterà al Col de Voza, secondo l’itinerario tradizionale del giro del Monte Bianco. Se non avete con voi una cartina, o una relazione precisa, o una traccia gps potreste avere difficoltà in entrambi i casi e fare a quel punto come feci io nel 2009, quando mi incamminai sulla strada asfaltata sperando di trovare un’indicazione per un sentiero che mi conducesse a Saint-Gervais. Piuttosto scoraggiato e temendo di perdere troppo tempo per arrivare a un’ora decente a Chamonix, avevo anche provato a fare autostop, ma per fortuna nessuno mi caricò e nei pressi di un ponte riuscii finalmente a ritrovare il sentiero della gara.
A Saint-Gervais comunque ebbi lo stesso problema e non riuscii a capire bene quale fosse il sentiero giusto dell’UTMB (immagino che oggi sia più facile trovare il sentiero giusto) e ne presi un altro. Soprattutto, feci l’errore di non riempire le borracce e la salita fu un calvario per la sete, placata solamente da qualche mirtillo trovato sul sentiero. Mi ritrovai ad uno dei tanti Col de la Forclaz che si trovano intorno al Monte Bianco e di lì scesi su Les Houches. Alla fine non credo che allungai di molto il percorso, in compenso mi sentii un cretino per aver sbagliato strada e, come già detto, per non aver riempito la borraccia. Anche a Les Houches commisi un altro errore di itinerario, così, invece di scavalcare la strada che da Chamonix va ad ovest verso Ginevra, rimasi sulla destra, regalandomi qualche chilometro di asfalto al posto dello sterrato ombreggiato che arriva fino alla palestra di roccia di Les Gaillands.
A Chamonix, dove per qualche altro stupido errore dovuto alla mia ingordigia e alla voglia di riempirmi di quiche e croissant, persi la corriera che mi avrebbe portato a Courmayeur prima di cena, in compenso vidi per strada un tipo magro e non tanto alto: “Tu è Kiliàn?” dissi sfoggiando il mio misero francese. Domanda idiota, certo che era Kilian, non era ancora la star che è adesso, ma a 21 anni era già stato il dominatore dell’UTMB di 11 mesi prima, il vincitore di un paio di coppe del mondo di skyrunning e il demolitore di svariati record. Incurante della fidanzata che era con lui (non era ancora l’incantevole Emelie Forsberg, che vidi però insieme a lui a incoraggiare gli atleti che passavano da Les Houches nel 2013), chiacchierai un po’ – per fortuna lui è poliglotta e se la cava bene con l’italiano – e ci facemmo i reciproci auguri per la gara del mese dopo, che andò bene per tutti e due: lui vinse e io arrivai in fondo.
Consigli tecnici. Il percorso è molto lungo e per farlo tutto con la luce del sole dovete andare veloci, comunque la lampada frontale è da portare in ogni caso. Per molti chilometri, per lo meno dal Col de la Seigne al Col du Bonhomme, il telefono non prende: non è una tragedia, visto che di persone sull’itinerario se ne incontrano parecchie, tuttavia è una cosa da sapere e da far sapere a chi vi aspetta a casa.
Non si arriva a quote molto elevate (2755 metri se salite fino alla Tête des Fours), ma vista la lunghezza dell’itinerario è probabile che non mancheranno i momenti di grande fatica, quindi tenete conto che una nuvola, il vento sui colli, se non un po’ di pioggia, potrebbero farvi sentire molto freddo. Di conseguenza, contrariamente alle mie abitudini molto minimaliste, oltre a una giacca che vi protegga dalla pioggia, consiglio di portare nello zaino dei pantaloni almeno a 3/4 e dei manicotti (questo è davvero il minimo, io ho fatto così, ma tenete conto che non soffro il freddo e, soprattutto, ero molto allenato). Quanto al cibo, si sa che ognuno ha le sue abitudini, anche se bisogna dire che ci sono abitudini migliori e abitudini peggiori. Ad ogni modo, tenete conto che, in linea di massima, più si va veloci, meno si riesce a mangiare, che si incrociano molti rifugi e si attraversano alcuni paesi.
Vie di fuga: se vi sentiste stanchi e scoraggiati a Les Chapieux sarebbe un bel guaio, perché il rientro in Italia durerebbe molte ore. Fate dunque per bene i vostri calcoli, considerate il vostro livello di allenamento e la vostra velocità. Lo so che oggi l’esperienza e le conoscenze nel campo dell’ultratrail sono maggiori rispetto a quelle del 2009, ma si tratta pur sempre di un’ottantina di chilometri di distanza con oltre 4000 metri di dislivello.
Perché farlo? Quando l’ho fatto ho percepito come pochissime altre volte una caratteristica per me fondamentale dell’utratrail: vivere più giornate in una sola. Il fatto di essere partito con la luce e di essere arrivato con la luce e, nel frattempo, essere passato per Courmayeur, Les Chapieux, Les Contamines, Saint-Gervais, Les Houches, Chamonix sempre con le proprie gambe, ti fa sentire come se in una giornata ne avessi vissute almeno tre. A me questa cosa piace da impazzire.

La parte italiana dell’UTMB (moltiplicata x 2). Esagero un po’, non si tratta di moltiplicare per 2 la quarantina di chilometri della parte in Italia dell’UTMB, comunque il percorso è bello allenante, e se, tracciato sulla cartina, ha quasi l’eleganza di un vero anello. Lo feci nel 2010, di nuovo in previsione dell’UTMB. Da come andai quel giorno, posso dire che forse non fui mai così in forma sulle distanze lunghissime, purtroppo quell’anno la gara fu interrotta a Les Contamines per le condizioni atmosferiche (o meglio, fu interrotta quando poche centinaia di persone erano già arrivate a Les Contamines, mentre la maggior parte furono fermate a Saint-Gervais. Io, appunto, quell’anno ero partito molto bene e, contrariamente al mio solito, a Les Contamines ero già tra i primi italiani).
Partii da Dolonne ancora con il buio, non ricordo se con la frontale in testa, perché i primi chilometri li feci su asfalto. Molto semplicemente percorsi la strada carrozzabile fino al Lago Combal, quindi una dozzina abbondante di km con 800 metri di dislivello. A chi mi vuole imitare consiglio di partire con la borraccia vuota e di riempirla alla fontana che si trova sulla strada un po’ prima della seggiovia della Zerotta. Dal Combal salita al Col de la Seigne, dove, al confine con la Francia, ci si volta e si comincia a percorrere esattamente l’itinerario dell’UTMB.

Di fronte e sopra il Miage

Per me ci fu la possibilità di passare da casa a Dolonne e di cambiarmi la maglietta, altrimenti, anche chi partisse dalla propria auto potrebbe lasciarsi un cambio. L’itinerario potete trovarlo descritto su molti libri e siti, ma, se vi interessa proprio la mia descrizione, potete trovarla qui. Nel 2010 la gente che correva sui sentieri non era poca, ma era sicuramente meno di adesso, cosa che mi fece guadagnare una coca cola offerta dai gestori del Rifugio Bonatti. Arrivato al Col du Grand Ferret, invece di scendere in Svizzera, proseguii fino al Col du Petit Ferret. Se la stagione è indietro, fate attenzione perché potreste trovare qualche nevaio estremamente ripido, non proprio ideale da attraversare in scarpe da trail e, magari, senza neppure i bastoncini. Dal colle discesa non ripida, non ripidissima, ma proprio ai limiti dell’aderenza sul sentiero che conduce al bivacco Fiorio. Non scherzo, il sentiero è talmente ripido che pure un discesista spericolato come il sottoscritto non riesce a scapicollarsi e deve contrarre bene i quadricipiti per restare in piedi. Ritornato all’Arnouva, la mia intenzione era quella di arrivare fino a Lavachey e da lì risalire il Vallone dell’Armina, raggiungere il Col Sapin e rientrare a Courmayeur. A Lavachey incontrai però mio fratello in auto che rientrava da una gita al Bonatti e pensai che in fondo avevo fatto un eccellente allenamento (avevo corso sempre, tranne pochissime centinaia di metri sulla salita del Col Ferret) e che stavo bene, perciò era inutile aggiungere dei chilometri che mi avrebbero probabilmente affaticato troppo. Salii quindi in auto.
Consigli tecnici. Per l’abbigliamento e l’attrezzatura valgono i consigli dati nelle puntate precedenti, ma tenete conto che al Col de la Seigne, se beccate vento e pioggia, può fare molto freddo. Quanto all’itinerario, tenete presente due cose che ho già detto, ma che cerco di chiarire meglio.
1) La discesa del Fiorio è, appunto, ripidissima. La fanno in tanti, per carità, ma se avete nelle gambe quasi 4000 metri di dislivello e più di 50 km è tutta un’altra storia. Siate prudenti e ricordatevi che molto probabilmente per qualche giorno le vostre gambe NON vi ringrazieranno.
2) Ho detto che io ho concluso il giro prima di quando avessi programmato. Se il giro lo percorrete per i fatti vostri, senza avere in mente nessuna gara, come potrebbe avvenire in questo 2020, tanto vale arrivare in fondo, ma se avete in previsione di correre una gara come l’UTMB circa un mese dopo, tenete conto che se dopo un bel po’ di km e dislivello percorsi molto bene non siete eccessivamente stanchi, continuare e arrivare alla fine disfatti dalla fatica potrebbe essere controproducente. In altre parole, non accumulereste allenamento, ma fatica.

Il modo più lungo per arrivare al Col de la Seigne. Si tratta di un percorso secondo me bellissimo e nella prima parte isolato che combina la prima salita del Tor des Géants con il percorso del Gran Trail Courmayeur.
Da Dolonne si sale al Colle Arp e sono già 1300 metri buoni di dislivello con salita costante, praticamente senza tratti in piano. Il vallone non è frequentatissimo e questo, dal mio punto di vista, è sicuramente un punto a suo favore. Va anche detto che tra il 2014 e il 2015, tutte e tre le volte che ho compiuto questa salita, l’ho fatto in condizioni anomale, vuoi per l’ora del giorno, vuoi per le condizioni meteorologiche.

Salendo al Colle Arp

Dal Colle si continua sulla sinistra seguendo il percorso del Gran Trail Courmayeur. Se è luglio, è probabile che troviate ancora dei nevai e dei tratti che potrebbero dare fastidio alle persone più impressionabili, ma vi state muovendo in un ambiente di montagna davvero grandioso. Si arriva ad oltre 2800 metri di altezza, prima di scendere (sì, scendere) alla vetta del Mont Fortin, dove potete imboccare una scorciatoia. Se, infatti, non avete voglia di andare fino al Col Chavannes e, da lì, fino al Col de la Seigne, oppure se volete tornare presto a casa, potete scendere il sentiero pietrosissimo che vi porta tra l’Arp Vieille inferiore e quella superiore. Il sentiero è esposto, non è proprio banale. Se invece raggiungete il Col de la Seigne, vi godrete molti chilometri spettacolari, anche se il giorno in cui ho percorso l’itinerario, il colle era nella nebbia e la vista non era esattamente come in questa foto scattata alcune settimane prima.

Dal Col de la Seigne, per farla breve, il sentiero è quello dell’UTMB.
Consigli tecnici. Questo itinerario l’ho fatto in condizioni un po’ particolari. Ero salito a Courmayeur per un paio di giorni due settimane prima dell’UTMB con l’intenzione di fare il percorso della CCC, partendo però da Arnouva, non da Courmayeur. Al mattino però pioveva, quindi rimasi incerto sul da farsi. Visto che le previsioni davano un miglioramento dall’ora di pranzo in poi, aspettai che smettesse di piovere e si asciugassero un po’ i sentieri e partii intorno alle 14. Prima del Mont Fortin però il tempo peggiorò e mi trovai da solo a 2800 metri, lontano dalla partenza e in un luogo già normalmente isolato e a maggior ragione deserto in un pomeriggio di una giornata in cui al mattino pioveva. Cominciò a nevicare. Fu un’occasione eccellente per testare il materiale, perciò vidi che i pantaloni impermeabili leggerissimi sopra i ciclisti facevano benissimo il proprio lavoro e che una buona giacca, anche se leggera, ti ripara adeguatamente. In più avevo uno strato intermedio che usai (ma non insieme alla giacca di goretex). Insomma, mi divertii parecchio, ma non posso di certo consigliare a tutti di fare una cosa del genere (cioè da soli e con il brutto tempo) perché sono sicuramente necessarie esperienza e forma fisica (che non mancava, visto che quell’anno stabilii il mio primato personale all’UTMB).

Punta Nera e Punta Rossa della Grivola. Questo è un itinerario che non ho mai percorso in assetto trail, ma solamente molto tradizionalmente, con scarponi e zaino normale. Beh, concatenare le due cime partendo da Valnontey tanto tradizionale forse non lo è. La salita risale a parecchi anni fa e dovrei faticare un po’ per trovare delle foto che la documentano, ma magari un giorno mi verrà voglia di farlo e sostituirò le foto che, in questo caso, ho scaricato da internet.
La prima volta che sono salito sulla Punta Rossa è avvenuto per caso. Ero con mio padre, mio fratello e forse anche un altro amico, ma la mancanza di foto non aiuta la mia memoria. Partiti da Valnontey e arrivati al Rifugio Sella (una delle gite più classiche, nel 2020 diremmo un luogo da assembramenti), l’obiettivo era quello di arrivare al Colle della Rossa. Si sarebbe trattato già di una bella salita da 1500 metri, una gita seria. Al bivio in cui la strada per il colle si separa da quella per il Col Lauson, una delle mete che da bambino sognavo e che raggiunsi per la prima volta dalla Valsavarenche, mi dissi (e dissi a mio padre e mio fratello): ” voi aspettatemi un po’, io quasi quasi salgo al Lauson e torno indietro”. Detto, fatto. Ripresa la salita al Colle della Rossa, che è giusto un cento metri più basso del Lauson, ci dicemmo: “non c’è neve, continuiamo e saliamo sulla Punta Rossa”.

Il traverso dopo il Colle della Rossa

In cima, a 3630 si stava tranquillamente in maglietta o, al massimo, con una felpa e il panorama era spettacolare, a cominciare dalla Grivola proprio lì di fronte.

La Grivola

Pochi anni dopo decidemmo di tentare l’accoppiata Punta Nera – Punta Rossa. Con mio fratello e mio padre c’era anche l’amico Alessandro, quindi eravamo il quartetto che nel 1996 sarebbe salito sul Monte Bianco l’ultima volta che ci arrivai.
Se non vi piacciono gli sfasciumi, la salita non fa per voi. Prima del Colle della Rossa si sale a sinistra per un canale molto ripido che conduce al Colle della Nera. Se non c’è neve, è qualcosa del genere:

La foto non rende pienamente idea di quanto sia ripido questo pendio di rocce rotte

Naturalmente in vetta (3683 metri) il panorama non è da meno rispetto a quello della Rossa e l’ambiente è severo, non ci son certo i praticelli e i fiorellini.

Punta Nera

Dalla Punta Nera ridiscendemmo fino a ricongiungerci al sentiero per il Colle della Rossa e concludemmo l’accoppiata.
Ricordo che dalla Punta Nera si può raggiungere per cresta la Punta Bianca della Grivola. Io non l’ho fatto, ma le difficoltà diventano già alpinistiche, facili ma alpinistiche.
Consigli tecnici. Si sale molto in alto, perciò in caso di pioggia è bene voltarsi e scendere prima ancora delle prime gocce, perché trovarsi nel cattivo tempo a 3500 metri di quota con l’abbigliamento da trail, può essere pericoloso. Lo so che una frase del genere può apparire una banalità, oppure uno di quegli avvisi in stile “don’t try this at home”, ma mi sembra doveroso ricordare che andare in alta quota non è solo questione di gambe e polmoni allenati. Con il bel tempo e le condizioni giuste una persona allenata, anche se priva di qualsiasi nozione alpinistica, si godrà la salita alla Punta Rossa , ma la stessa persona, persino con il bel tempo, potrebbe trovarsi in difficoltà già sugli sfasciumi sotto il Colle della Nera.
Se si tenta l’accoppiata delle vette a inizio stagione si incontra sicuramente della neve. Sul canale del Colle della Nera e sul traverso dopo il Colle della Rossa innevati penso proprio che i bastoncini e i ramponcini siano indispensabili e non sono neppure sicuro che siano sufficienti. Detto altrimenti: per muoversi sulla neve su queste pendenze senza una suola rigida occorre saper usare molto bene i piedi.
Vista l’altezza a cui si arriva, anche in caso di bel tempo e previsioni sicure non rischierei di salire solo con un antivento, ma porterei uno strato caldo.

Buon divertimento, nella prossima puntata racconterò qualche progetto che mi frulla per la testa e che spero prima o poi di realizzare. Per le puntate precedenti, invece, potete cliccare per la prima e per la seconda.

3 pensieri riguardo “Consigli per ammazzarsi di fatica la prossima estate (3) – Roba molto lunga e molto in alto

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