Recensione. Philip Roth, Everyman, Einaudi, 2007

Terminata la lettura del breve romanzo, rimango qualche minuto a elaborare il lutto per la morte preparata nel corso di tutto il racconto, il racconto di una vita. A dire il vero, la morte del protagonista è presente dalla prima pagina, perché il romanzo comincia con il suo funerale.
Dicevo che trascorro qualche minuto a elaborare il lutto. Poi riprendo le prime pagine e mi rendo conto che non mi viene in mente il nome del protagonista. Comincio a pensare con amarezza a quanto io possa essere un lettore distratto, a quanto questa mia distrazione non possa essere scusata con la mia consueta poca attenzione ai dettagli della trama; penso al protagonista del romanzo Il tunnel di Yeoshua, che combatte e convive con una demenza incipiente che si manifesta proprio con l’oblio dei nomi propri; infine mi rendo conto che il nome del protagonista non è mai nominato. Dunque, durante la giornata e mezzo in cui i miei pensieri sono stati riempiti dal racconto della morte di un uomo, come lo chiamavo questo uomo dentro di me, mentre magari ero intento a fare altre cose? È uno dei tanti alter ego parzialmente autobiografici di Philip Roth? Il fatto che sia un ebreo nato nel 1933 e che sarà sepolto in un cimitero nei pressi di Newark, città natale di Roth, è un indizio definitivo?
Provo a fare un po’ di ordine.

Everyman. Comprai il romanzo poco dopo la sua uscita in Italia nel 2007. Un acquisto in un certo senso a colpo sicuro, talmente sicuro che praticamente evitai di leggere recensioni. L’autore era uno dei grandi scrittori viventi e scriventi, uno di quelli che, come De Lillo e Yeoshua, non ho dubbi che saranno letti tra 100 anni come oggi leggiamo Mann o Woolf. Il paratesto era poi d’eccezione: l’inderogabile bianco einaudiano sostituito da un nero totale che si poteva concedere solamente a un gigante come Roth; il titolo il cui rimando medievale non era certo esclusiva per esperti di filologia germanica. Eppure il libro rimase sul comodino, poi variamente in luoghi casuali finché non prese la giusta collocazione nella sezione degli autori inglesi della libreria, in mezzo agli altri romanzi di Roth. Due giorni fa l’ho ripreso con il proposito, mantenuto, di leggerlo senza interruzioni e adesso faccio qualcosa che un tempo era normale per me, ma di cui non so neppure se sono ancora capace: condividere, se non proprio una recensione, qualche chiave di lettura.

Una tanatografia. Parecchi anni fa un amico mi parlò di un filosofo francese al quale avrebbe dedicato molti studi: Roger Laporte. Ammetto che non ho letto nulla di Laporte, ma ricordo bene che il mio amico mi spiegò l’idea che Laporte aveva della biografia come tanatografia. Non so se le idee di Laporte possano aver a che fare con il romanzo di Roth, ma di fatto Everyman racconta, più che la vita di una persona, l’approssimarsi della morte per quest’uomo. Le tappe dell’avvicinamento consistono in esperienze di tanti interventi chirurgici e nella morte di tante persone a lui prossime, in particolare il padre. Questo breve romanzo, nelle sue sole 123 pagine dell’edizione italiana, è pieno di morti.

Due vivi. Durante una pausa dalla lettura ho pensato che in questo romanzo così pieno di morti c’è però una presenza straordinariamente vitale, il fratello maggiore Howie, più vecchio, più in salute, più tutto del protagonista, ma non per questo non amabile.
Ripresa la lettura, ho quasi subito incontrato le pagine in cui l’esistenza di questo fratello meraviglioso diventa odiosa senza nessuna ragione giustificabile. È chiaro che il fastidio per un fratello così in salute, di successo e buono può essere spiegato in termini psicologici, ma sarebbe in qualche modo riduttivo. La contrapposizione tra il protagonista e Howie è ancora più radicale, è quella tra la vita e la morte. Di fronte alla bara del fratello, all’inizio del romanzo, le parole di Howie sono sinceramente nobili, piene di affetto e, soprattutto, parlano di vita. Howie ne è talmente pieno che non si dice mai che anche lui in fondo è destinato alla morte.
Di tutti gli altri personaggi in fondo si racconta invece la morte o la sua anticipazione. Quando non avviene, il personaggio è liquidato come insignificante: è il caso della prima moglie e della giovane terza, tanto eroticamente travolgente quanto inadeguata alla vita e pure alla morte, al punto che per accudire il marito dopo un grave intervento chirurgico deve essere sostituita da due infermiere, una delle quali, Maureen, si presenta al funerale.
In realtà, oltre a Howie, c’è un altro personaggio totalmente positivo, ma non per questo delineato grossolanamente, ed è la terza figlia, l’amatissima Nancy. Anche lei al funerale parla, le due persone che tengono un discorso al funerale sono le due persone più vive e sono due persone che è impossibile non amare.
Gli altri personaggi, anche e soprattutto se inventati con  affetto, sono segnati dalla morte, come la seconda moglie, l’ingiustamente tradita Phoebe, con un braccio affetto da una paresi.

Il mal di schiena. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il protagonista, ormai in pensione e con la vita scandita dagli interventi chirurgici, si trasferisce a Starfish Beach, uno di quei bei paesi per anziani che a noi europei sembrano un po’ bizzarri. A Starfish il protagonista tiene per un certo tempo un corso di pittura per altri anziani, tutti con i loro malanni e che ogni tanto muoiono. Tra le allieve spicca la talentuosa Millicent, vedova e ancora innamorata dell’energico marito. Il protagonista, particolarmente sensibile al fascino femminile, non fa in tempo a innamorarsene perché quando ne riconosce la bellezza è troppo tardi: dieci giorni dopo Millicent di suicida.  Millicent è un personaggio chiave. Innanzitutto, in mezzo a tanti morti, è l’unica persona che sceglie di morire. E poi soffre di mal di schiena, anzi, è probabile che la sua morte sia proprio una fuga dall’insopportabilità dei mal di schiena.
Alcuni anni fa – non ricordo se Roth avesse già smesso di scrivere romanzi – rimasi colpito dal fatto che per riuscire a scrivere nonostante i dolori alla schiena, proprio Roth avesse allestito una postazione di scrittura per lavorare in piedi. Io, che soffro spesso di dolori lombari, rimasi molto impressionato.
Millicent è la persona a cui il protagonista pensa prima della visita finale – da vivo – al cimitero ebraico in cui sono sepolti i suoi genitori. La visita prelude all’ultimo fatale intervento chirurgico.

Il mondo minerale. Al cimitero, in una sorta di rivisitazione non parodica della famosa scena dell’Amleto, il protagonista, oltre a osservare un  simpatico becchino che scava una fossa, quasi come se fosse un umarell davanti a un cantiere, pensa a ciò che rimane di noi. Non è il teschio di Yorick, ovviamente, ma sono le ossa, proprio le ossa senza più carne. Nel romanzo c’è però un’altra cosa che resta, durissima, minerale, perfetta e incorruttibile: il diamante.
Il padre del protagonista, in un colpo di genio commerciale che è un colpo di genio dello scrittore Philip Roth, aveva aperto, nel 1933, una gioielleria che voleva offrire a tutti la possibilità di comprare un diamante, la Everyman’s Jewelry Store. Nell’ultimo capoverso del romanzo la Terra è definita come il pianeta “da un miliardo, un miliardo di miliardi, un quadrilione di carati!”

11 pensieri riguardo “Recensione. Philip Roth, Everyman, Einaudi, 2007

  1. “La maggior parte della gente muore soltanto all’ultimo momento; altri cominciano e ci si mettono con vent’anni d’anticipo, a volte anche di più. Sono i disgraziati della terra.” L.-F. Céline, Viaggio al termine della notte

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    1. Ho comprato questo libro di Céline, da cui tu hai etrapolato questo pezzo e alla riverenza verso l’autore e l’opera, ora mi blocca questa citazione che riporti. Io sono dell’idea assolutamente opposta. La stragrande maggioranza della gente, ha già iniziato e comincia a morire con netto anticipo! Chiedo venia per l’entrata, e spero Alessandro non mi rimproveri per l’intervento.

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      1. Figuriamoci, c’è piena libertà di discussione educata e rispettosa. Non ho mai letto Viaggio al termine della notte, chissà che non mi decida a farlo quest’estate. Nel frattempo, ho cambiato secolo e lingua e poco fa, in treno, ho iniziato a leggere L’educazione sentimentale. Per me che adoro Flaubert è una mancanza imperdonabile non averla mai letta.

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      2. Dipende da cosa si intende per iniziare a morire. Se si intende, come qui Céline, essere costantemente accompagnati dalla consapevolezza dell’ineluttabilità e dell’incombere della morte – che ha come corollario il sentimento della precarietà, casualità e inanità della vita -, credo che, fortunatamente, la stragrande maggioranza ne sia esente.
        @ Alessandro: mio figlio ha letto recentemente Everyman e me ne ha parlato come di un testo permeato di angoscia. Non una lettura per depressi, in ogni caso. Me lo farò prestare e lo metterò in coda. Già in Pastorale americana e nella Macchia umana, Zuckerman, l’alter ego letterario di Roth, si mostra piuttosto ossessionato dalla questione dell’invecchiamento e della morte.
        Scendendo nel contingente e accidentale: è vero che non c’è nulla di eterno e tutto deve finire, ma quando è morto Philip Roth mi è dispiaciuto molto.
        L’Educazione sentimentale è un monumento grandioso alle velleità tardo-romantiche 🙂

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        1. Grazie Elena per il chiarimento. Ripeto come detto sopra, sono in procinto di iniziare a leggere Viaggio al termine della notte. Condivido dopo questa spiegazione il concetto di Céline. Su Roth, il tuo intervento aggiunge una nota in più (nella stessa direzione) alla recensione di Alessandro. A questo punto prima di metterlo a pie’ pari (Cioè senza averli letti) nella lista degli autori che non amo, per I temi che tratta, mi toccherà leggerlo, almeno una volta! Bonne soirée, Fritz!

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  2. Nonostante la tua recensione mi invogli a leggerlo (molto ben articolata, bella), non riesco a farmi piacere Roth (Philip, perché Joseph invece mi piace un sacco). Ho già provato con Nemesi , Lo scrittore fantasma (che proprio mi ha deluso ) e Ho sposato un comunista. È come un boccone che non vuole scendere. E ogni volta mi dico Che peccato…

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