Ritorno a quote abbastanza alte: Punta Maria (3302 m.)

Avevo lasciato indietro un bel po’ di cose: non avevo più accumulato dislivelli significativi, non ero più salito su dei monti un po’ alti e, addirittura, dalla fine di febbraio non ero più uscito dalla Liguria. Facciamo allora un breve passo indietro fino a domenica 19 luglio.

Verso mezzogiorno ricevo un messaggio da Andrea, con cui avevamo già da tempo l’idea di fare una salita veloce di qualche vetta per consolarci della Monterosa Sky Marathon rimandata all’anno prossimo. In quel momento sto per partire di corsa per raggiungere il mare al termine di due settimane consecutive di spiaggia quotidiana, un record assoluto per me. Per fortuna eravamo ospiti di Fabio e Maria vicino al Deserto di Varazze, dove ci si sente quasi in montagna e non mancano i sentieri pietrosi. Arrivato in spiaggia, rispondo al messaggio, l’obiettivo per mercoledì sarà la Punta Maria, nelle Valli di Lanzo, dove non sono mai stato.

Martedì pomeriggio mi rendo conto che non mi ero più preoccupato del ramponcino che avevo perso in gara l’anno scorso, così vado ad acquistarne un paio di nuovi. Alla sera farei bene ad andare a dormire presto, visto che ci siamo dati appuntamento alle 3.30, ma faccio tardi e finisco per dormire non più di tre ore sul divano per non svegliare il resto della famiglia. Colazione con una mela, un caffè e un paio di bicchieri d’acqua e scendo in Circonvallazione dove mi passa a prendere Andrea. La difficoltà di cavarsela sulle autostrade intorno a Genova ormai è nota in tutta Italia e, in effetti, immettersi di notte sulla strada verso Torino è parecchio complicato. Andiamo a Genova Aeroporto, ma non possiamo neppure entrare in autostrada. Dietrofront e andiamo a Pegli, dove entriamo, ma siamo obbligati ad andare verso est e a uscire a Genova Aeroporto. Prima di nuove sorprese, domandiamo a degli operai se almeno il casello di Pra sia aperto, ma ci dicono che a Ponente il primo casello aperto è quello di Arenzano. Che fare, visto che il casello di Genova Ovest è chiuso? Dapprima pensiamo alla soluzione più estrema, cioè di andare fino a Nervi, poi scopriamo che almeno il casello di Bolzaneto è aperto e ci immettiamo sull’A7 sulla quale fino ad Arquata si procede quasi sempre su una sola corsia in mezzo ai TIR. Mentre andiamo lentamente verso nord mi rendo conto che non ero più uscito dalla Liguria dal primo giorno di marzo. Arriviamo a Torino con ampio ritardo rispetto alla tabella di marcia e all’Istituto Salesiano sale in auto don Roby. L’uscita da Torino è più agevole rispetto a quella da Genova, ci lasciamo alle spalle Venaria e poi si comincia a salire nelle Valli di Lanzo. A un certo punto, quando la valle è ancora incassata, mi addormento miseramente, come è mia abitudine in auto. Mi risveglio quando la vegetazione è cambiata e le conifere hanno preso il sopravvento e, arrivati a Pian della Mussa, parcheggiamo. La presenza di don Roby non mi trattiene dalle ovvie considerazioni che tutti i genovesi fanno appena sentono parlare di Pian della Mussa. Ad ogni modo, Pian della Mussa, oltre ad aver un bellissimo nome, è un posto splendido.

L’umore è ottimo, trovarmi in un ambiente di vera montagna mi trasforma. Per carità, non è che le montagne in Liguria siano finte, la Liguria è splendida, ma dal limite superiore delle conifere in su io mi sento davvero nel mio ambiente di elezione.
Saliamo il sentiero decisamente ripido a buon passo, ma senza mai tirarci il collo, anche se imbocchiamo qualche scorciatoia. Il sentiero è ben tenuto, in un paio di punti ci sono addirittura alcuni metri di mancorrente per mettere in sicurezza dei tratti pietrosi che, con la pioggia, potrebbero essere scivolosi. Ogni tanto ci concediamo qualche fotografia, purtroppo le mie non sono granché rispetto a quelle che scatta don Roby.

A circa 2600 metri di quota il sentiero spiana e, pochi minuti prima di arrivarvi, si scorge il rifugio Gastaldi, che, a giudicare dalla data di costruzione, una ventina di anni dopo l’Unità d’Italia, penso che sia uno dei rifugi più antichi d’Italia.

Qualche minuto di sosta, con il gestore del rifugio che si informa sul nostro itinerario di discesa per sapere se dovrà preoccuparsi se non ci vedrà tornare. Dapprima diciamo che passeremo dal rifugio, poi cambiamo idea e gli diciamo che per scendere prenderemo la via breve per il fondovalle. Nel frattempo, la nostra meta della giornata si mostra bella evidente e fa tutta la sua figura.

Ripartiamo in un ambiente ormai molto solitario tra sentieri pietrosi, nevai da attraversare e laghetti di scioglimento. Gli ometti di pietra permettono di individuare il sentiero nonostante i nevai sui quali si vedono tracce di animali più che di umani.

Prima del Colle d’Arnas, il sentiero si fa più ripido e ai 3010 metri del Colle si apre alla nostra vista il ghiacciaio.

Penso che un tempo al colle si potessero già calzare i ramponi, adesso invece è necessario scendere alcune decine di metri per superare il tratto più pericoloso della giornata. Non è che si rischi di precipitare per centinaia di metri, ma si devono attraversare degli sfasciumi molto ripidi sui quali non è sempre facile restare in piedi. In qualche modo raggiungiamo quello che valutiamo come un buon punto di attacco, infiliamo calzoni lunghi e maniche lunghe, indossiamo l’imbrago, ci leghiamo e, soprattutto, calziamo i ramponi.
Vado avanti io e mi rendo conto che sto facendo qualcosa che non faccio da molto tempo. Certo, l’anno scorso sono salito sul Rosa e di ore e metri sul ghiacciaio ne ho fatti di più, ma qui sono io a dover scegliere dove passare. Il compito non è difficile, è un ghiacciaio facile e con pochi ed evidentissimi crepacci, tuttavia con i ramponcini da trail sulle scarpette devi prestare comunque una certa attenzione. A un certo punto vediamo un giovane stambecco che in quattro e quattr’otto attraversa il ghiacciaio e raggiunge la cresta sommitale provocando un moto di invidia in me che, vuoi lo scarso allenamento, vuoi l’assenza di abitudine alla quota, sto ormai arrancando. Quasi alla fine del ghiacciaio ci si leva pure la soddisfazione di superare un abbozzo di crepacciata terminale. Togliamo quindi i ramponi e li lasciamo sulla roccia insieme ai bastoncini e percorriamo l’ultimo breve tratto con qualche passaggio di facile arrampicata. A pochi metri dalla vetta, 300 metri sotto di noi appare lo spettacolare Lago della Rossa con ancora parecchi blocchi di ghiaccio galleggianti che fanno immaginare la banchisa polare.

Sulla stretta vetta Andrea gira la corda intorno a una croce in realtà non tanto ben ancorata.

A questo punto si torna indietro. Il cielo parzialmente coperto ci ha evitato scottature e grandi sudate, ma bisogna anche non perdere tempo perché nel pomeriggio è prevista pioggia. Sul ghiacciaio scendiamo un po’ più in basso rispetto al punto in cui abbiamo attaccato e, complice la neve che ha un po’ ceduto, ci divertiamo a fare qualche scivolata. Più faticosa è la risalita al colle sugli sfasciumi; per evitare di scaricarci pietre addosso, ognuno dei tre si sceglie una propria traccia.

Terminata la risalita negli sfasciumi, un piccolo dispiacere: le scarpe che sul ghiacciaio si erano pulite ed erano diventate splendenti come lo erano state solamente al momento dell’acquisto, sono di nuovo ingrigite dalla sabbia. Pazienza, tanto dal colle al rifugio ci saranno un po’ di nevai dove divertirsi a scivolare e pulire le scarpe.

Non è dispiacere ma è dolore piuttosto intenso quello che invece provo alle ginocchia. Io che avevo sempre avuto ginocchia indistruttibili grazie alle quali affrontavo le discese in maniera sconsiderata, da febbraio devo convivere con dolorini o dolori veri e propri. Il rientro a Pian della Mussa sarà doloroso.

Cerchiamo di individuare il sentiero per non ripassare dal rifugio, ma non lo troviamo con sicurezza, così per evitare il rischio di perdere tempo andando di qua di là di su di giù, ritorniamo al rifugio dove, prima di continuare la discesa, chiacchieriamo con una coppia olandese che si trova a suo agio in un ambiente decisamente diverso rispetto a quello di casa.

Usando i bastoncini per alleggerire il carico sulle ginocchia e lanciando ogni tanto un gridolino di dolore, arriviamo a Pian della Mussa un po’ più di 7 ore dopo essere partiti e con circa 1800 metri di salita e altrettanti di discesa.

Dopo qualche minuto di svacco in mezzo alla strada, don Roby propone di andare a bere una birra. Inevitabilmente scegliamo la birra di Pian della Mussa.

Inutile dire che, poco dopo essere salito in auto, mi riaddormento.

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