Otto giorni di monti

Breve vacanza nella Vallée, per fortuna benedetta dal bel tempo. La speranza era di far qualche gita nuova o di ripeterne qualcuna che non facevo da tempo e, in effetti, entrambe le cose sono riuscite.

La prima novità è stata il giorno della partenza da Genova il 7 agosto. Abbiamo finalmente imboccato questo bivio, che l’ultima volta, due anni prima, l’8 agosto 2018 avevamo preso per andare in Valle.

8 agosto. Per rompere il ghiaccio e far muovere i muscoli anche a chi, in famiglia, li aveva meno allenati, non spostiamo neppure l’auto e dal Verrand saliamo al Tirecorne. Dal bosco il Monte Bianco si lascia sbirciare tra gli abeti e i larici, poi ai casolari appare senza nuvole.

Mentre i familiari pranzano, decido di andare sul Mont Cormet (2476 m.), sul quale non ero incredibilmente mai salito. Il cartello dice 1h30′, così do ai familiari il solito tempo che prevedo in queste occasioni: “tra un’ora e un quarto sono di ritorno”. Parto corricchiando e spero che le ginocchia non mi diano problemi. Dopo i primi minuti in leggerissima salita, prendo un bivio e perdo subito la traccia, che poi ritrovo dopo alcuni minuti. Il sentiero sale bello ripido, poi continua verso destra attraversando alcuni colatoi sui quali bisogna fare un po’ di attenzione e infine continua infilandosi tra dei grossi paravalanghe. Non è il sentiero più agevole del mondo, infatti non è molto frequentato. La vetta inoltre non è particolarmente marcata, praticamente è il punto più basso della cresta che scende dalla Testa Licony e la sua limitata autonomia mi fa pensare, 2600 metri più in basso, al Dôme de neige des Écrins, sorta di antecima della Barre des Écrins, il Quattromila più meridionale delle Alpi. La vista dal Cormet non è niente male e vi risparmio il selfie di vetta a torso nudo.

In discesa metto alla prova le ginocchia e le scarpe nuove tagliando il ripido pendio, poi perdo nuovamente il sentiero e comunque con un quarto d’ora d’anticipo rispetto a quanto annunciato, sono di nuovo al Tirecorne. Concludiamo la gita rientrando al Verrand con il sentiero bello ripido che vi arriva praticamente a piombo.

9 agosto. Gita  in Valgrisenche al Lac du Fond, dove non vado da anni. Come il giorno prima c’è anche mio fratello con famiglia e ci sono pure un po’ di amici. In più, pare che una buona parte dei genovesi in Val d’Aosta abbiano avuto la stessa idea. Il caldo si fa sentire parecchio, ma dopo le prime centinaia di metri di dislivello i pianori con vista Rutor ripagano del sudore.

Giunto al lago con la figlia di mezzo, poso lo zaino e cerco di raggiungere il figlio maggiore che era partito da un po’ con zio e cugine per salire al Col de la Crosatie, dove non sono mai stato. Durante la salita un cumulo di pietre commemora Yang Yuan, trailer cinese morto tragicamente durante il Tor des Géants del 2013

Incrocio figlio, fratello e nipoti prima dei 2829 metri di quota del colle, dove l’ambiente è ormai bello pietroso come piace a me e la vista si apre sul  Bianco e oltre.

Tornato al Lac du Fond, per non deludere la figlia più piccola faccio una cosa sbalorditiva: il bagno nel lago. Per fortuna credo che non ci siano testimonianze fotografiche dell’evento.

Lac du Fond dall’alto

11 agosto. Una gita in cui si ha la certezza di vedere stambecchi, camosci e marmotte è quella ai Casolari di Levionaz in Valsavarenche. Questa volta partiamo un po’ prima per evitare il caldo e già nel bosco, intorno ai 2000 metri, vediamo un camoscio solitario. Nel pianoro dopo i casolari inferiori, intorno ai 2300 metri, con mio stupore non vediamo marmotte, ma solamente alcuni camosci in lontananza. Intorno ai 2600 metri invece vediamo bene degli stambecchi che vengono ripresi anche da un operatore professionista con la sua costosa e pesante attrezzatura.

A questo punto abbandono figli, nipoti e fratello che pranzano e decido di salire al Col Lauson, dove non vado da parecchi anni. Felpa legata in vita, bastoncini in mano e salgo in fretta i quasi 700 metri che mi separano dal colle, che con i suoi 3296 metri è il punto più alto delle alte vie della Val d’Aosta, nonché del Tor des Géants. Questa volta ci può stare il selfie, per lo meno indosso la maglietta.

In discesa ho modo di divertirmi, anche perché la consueta ora e un quarto che mi sono concesso per essere di ritorno mi costringe a far girare bene le gambe. Riesco a vedere una marmotta e, soprattutto, ho un incontro ravvicinato con uno stambecco.

12 agosto. Qualche ora dopo siamo dall’altra parte del Col Lauson. Da Valnontey, in fondo alla Valle di Cogne partiamo per una delle gite più classiche, il rifugio Vittorio Sella, altra meta tipica di chi vuole vedere delle bestie nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Il caldo è però piuttosto intenso e gli animali non hanno molta voglia di scendere sotto i 2588 metri del Rifugio.
Dopo essere arrivato al Sella con le donne di famiglia, decido di andare al Colle della Rossa, altro luogo da cui manco da molti anni (ho scritto ultimamente qualcosa a proposito). Non sono sicuro di raggiungere il figlio, il fratello e le nipoti che sono partiti già da un bel po’ e nel dubbio annuncio di allungare il tempo del ritorno fino a un’ora e mezzo. I prati sopra il rifugio normalmente sono pieni di animali, ma questa volta non riesco a vederne nessuno, o forse sto faticando troppo a testa bassa per accorgermi degli animali. Mi diverto sugli ultimi duecento metri tra gli sfasciumi e arrivo al colle, a 3195 metri, dove non scorgo nessun familiare. Controllo il sentiero che continua verso la Punta Rossa della Grivola, ma non li vedo e penso che potrebbero essere non più visibili dal colle, oppure che potrebbero aver scelto una meta diversa ed essere andati al Col Lauson. Non sono abbastanza furbo da chiedere qualcosa a proposito ai tre ciclisti che si trovano al colle, ai quali chiedo invece una foto in posa fiera.

Ritorno al rifugio, dove moglie, figli e cognata stanno per partire e si stupiscono che io non abbia visto nessun familiare. Le rassicuro, probabilmente erano troppo avanti e ormai stavano raggiungendo la cima della Punta Rossa. Comunque decido di prendere lo zaino e di andar loro incontro, anche perché mi sento in colpa verso mio figlio che ha con sé poco cibo.

Domanda del lettore: ma non sarebbe bastato telefonare?
Risposta: il telefono non prendeva.

Salgo e a circa 2800 metri, al bivio tra Col Lauson e Colle della Rossa mi fermo per una mezzora cercando di capire anche con i binocoli dove siano andati. Comincia a piovigginare e decido di salire verso il Colle della Rossa. Incontro una ragazza di non so quale nazionalità che scende da sola (con i sandali! ha lasciato gli scarponi al rifugio) e che non ha visto nessuno. Continuo a salire e poco oltre i 3000 metri incontro un gruppo di 4 italiani che scendono. Mi dicono che sono stati fin sulla Punta Rossa e che non hanno visto nessuno. Non mi preoccupo più di tanto, perché so che c’è un’altra via di discesa più facile che conduce a Cogne invece che a Valnontey. Saranno scesi di là. Mentre scendo faccio in tempo a vedere parecchi stambecchi che filmo.

Non riesco invece a documentare un ultimo incontro molto ravvicinato con un bellissimo esemplare dalle lunghe corna perché ormai piove troppo per aver voglia di tirar fuori il telefono.

Tiro però fuori il telefono poco sotto il rifugio quando sento il suono di una notifica: è un messaggio di alcune ore prima che mi informa che forse mio figlio sarebbe sceso su Cogne e non sul rifugio. Mi tranquillizzo e continuo a scendere sotto la pioggia e per alcuni minuti sotto la grandine. Arrivo a Valnontey bagnato fino alle mutande e scopro che mio figlio&Co stanno scendendo dal Rifugio. Dalle successive ricostruzioni al minuto che abbiamo fatto, abbiamo capito che siamo stati decisamente sfortunati a non vederci quando sono arrivato al Colle. Ad ogni modo, grande giornata con primato di altitudine per mio figlio.

14 agosto. Il Mont Fallère è in una posizione bella centrale nell’alta Val d’Aosta e si trova esattamente 1000 metri più in basso rispetto ai 4061 metri del Gran Paradiso dove due amici ai quali sono stato indeciso se unirmi sono impegnati lo stesso giorno. Sotto il Fallère c’è un bellissimo rifugio celebre per le sculture che il suo proprietario, Siro Vierin, ha disseminato sul percorso. Ci siamo già stati un paio di anni fa, ma quest’anno i due figli più grandi hanno voglia di proseguire fino in vetta.

Durante la salita è inevitabile fermarsi a scattare qualche foto, in particolare alle ultime realizzazioni che ricordano le battaglie tra Romani e Salassi.

Anche il panorama verso il Gran Paradiso è spettacolare

Al rifugio il proprietario e scultore è all’opera per realizzare un cerbiatto che sarà messo all’asta per aiutare alcune famiglie valdostane in difficoltà. Abbassate il volume perché la motosega è rumorosa. Mio figlio, arrivato prima, aveva visto lo scultore all’opera anche con strumenti più tradizionali.

Riposatici per alcuni minuti, anche mia figlia, che due giorni prima non era particolarmente in forma, è pronta a continuare, consapevole del fatto che il sentiero sarà ripidissimo.

Stimolati dall’incontro con la statua di Obelix, sentiamo la forza della pozione magica dentro di noi e su un sentiero ai limiti dell’aderenza e anche un po’ esposto, arriviamo in vetta, così Sara può festeggiare il suo primo Tremila.

Il massiccio del Monte Bianco purtroppo è coperto, ma il panorama verso sud è invece bellissimo con la Grivola e la Punta Rossa proprio di fronte a noi. In discesa abbandono i figli una decina di minuti prima del rifugio e provo a salire di corsa fino al Col Fenêtre e al vicino Mont Vertosan (2822 m.), sotto la cui vetta si trova un’ulteriore scultura, una Pietà che fotografo in discesa perché all’andata sono ancora impegnato a correre.

Rientro

15 agosto. Questa mattina si è giustificati per dormire, in particolare lo è Matteo, che scendendo dal Rifugio Fallère ha preso una lieve distorsione alla caviglia. Io non dormo benissimo perché a cena ho un po’ esagerato con il cibo e mi sveglio di notte per la sete. Mi alzo comunque abbastanza presto e quando spalanco le persiane la luce è troppo bella per non approfittarne. Bevo qualche bicchiere d’acqua e un caffè, aspetto che facciano effetto, mi alleggerisco e calzo le scarpe per una corsa. Salgo al Bertone, che è sempre una meraviglia e al mattino presto non è ancora troppo affollato. Mentre attraverso Courmayeur non è che la mia corsa sia particolarmente brillante, poi quando cominciano la salita e, soprattutto, il sentiero, le cose vanno meglio, anche se mi rendo conto di non essere molto veloce. Ad ogni modo riesco a non camminare mai e questa è già una buona cosa.

In discesa invece me la cavo molto meglio e cerco di assecondare la forza di gravità. Per fortuna le mie ginocchia si accordano con i miei desideri e non mi fanno brutti scherzi.

Per concludere, breve arrampicata al pomeriggio con la figlia piccola, ma siccome siamo solamente noi due, tra lo scattare foto e farle sicura decido che è meglio farle sicura. Però, mentre torniamo, vediamo un fungo spettacolare cresciuto su un tronco.

Arrivederci Val d’Aosta!

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