La poesia del giovedì. Didattica digitale integrata alla prova dei fatti.

La formula didattica digitale integrata non è proprio afrodisiaca e l’acronimo ministeriale DDI, come tutti gli acronimi di origine ministeriale, è ancora meno accattivante. Per di più, il dubbio che la DDI sia una trovata per rendere meno indigesta la sigla DAD, cioè didattica a distanza, rende gli insegnanti ulteriormente diffidenti.
Alla prova dei fatti, la DDI può non essere così male.
Ecco un resoconto delle prime tre settimane di un’attività che sto svolgendo in una terza media.
Lo svolgimento dell’attività è estremamente semplice da descrivere. 

  1. Al giovedì pomeriggio pubblico su Google Classroom una poesia con poche parole di presentazione e chiedo agli alunni di leggerla e, se vogliono, di scrivere qualcosa a proposito della poesia nei commenti.
  2. Il giorno dopo, dedichiamo 20-30 minuti alla poesia con commenti e spiegazioni.

A questo punto è però bene scendere nei particolari sia per dire quali testi ho scelto, sia per raccontare com’è andata, sia per spiegare quali possono essere i vantaggi di proporre un’attività del genere in questa forma.

Parto da quest’ultimo punto.

Perché (parzialmente) online. 

Il docente che odia il computer (ma invia meme su whatsapp) può obiettare “ma non abbiamo già una scelta di poesie sull’antologia scolastica?” Sì, l’abbiamo, ma, anche se il libro di testo lo abbiamo scelto noi, non è detto che la scelta dei testi poetici sia sempre quella che preferiremmo.

“Ma non si può fare direttamente in classe?” Sì, ma si perde un aspetto essenziale: l’appuntamento al di fuori del contesto strettamente scolastico. Al giovedì mattina prima di lasciare la classe, avverti la classe che al pomeriggio troveranno la poesia; al venerdì, quando ti chiedono quale sarà la prossima poesia (sì, c’è chi lo chiede), tu rispondi che lo scopriranno giovedì pomeriggio e, quando dici agli alunni che non dai nessun indizio per scoprire in anticipo di chi sarà la prossima poesia, loro un po’ si stupiscono del fatto che sai già quale sarà. Insomma, crei un piccolo rito mostrando loro che la scuola può raggiungerli al di fuori dell’orario scolastico in una forma diversa rispetto ai compiti da svolgere, alle interrogazioni e verifiche da preparare. Inoltre gli alunni capiscono che non stai improvvisando, che hai in mente qualcosa di preciso e che pensi a loro.

“Non basterebbe una fotocopia?” Certo e non sto a spacciare ragioni ecologiche di risparmio della carta, tanto più che alcuni degli alunni si stampano la poesia a casa. Tuttavia, un conto è ricevere tutti insieme nello stesso momento una fotocopia in classe, un altro è trovare in un imprecisato momento del pomeriggio la poesia nel proprio Classroom: il ricevimento della poesia è qualcosa di individuale e non sei costretto a mostrare all’insegnante se guardi la poesia, se la leggi, se addirittura la rileggi, se vai a cercare informazioni sull’autore, se la ignori, se non controlli mai Classroom. Una volta ricevuta la poesia, gli alunni hanno poi la possibilità di rispondere e di creare una piccola discussione online che anticipi quella in carne ed ossa e voce del mattino seguente.

L’aspetto forse didatticamente più importante da evidenziare è che non si tratta di arrancare per inseguire gli alunni in un ambiente che è loro proprio. Intanto l’esperienza fatta da marzo ad oggi dovrebbe aver insegnato a ogni docente che quello dei “nativi digitali” è un mito, o – meglio -che essere nativi digitali non significa essere smanettoni, hacker, programmatori. I nativi digitali sono tali perché per loro è ovvia, consustanziale al mondo l’esistenza di internet, dello smartphone e via dicendo. Stop. Allo stesso modo la mia generazione è nativa telefonica e nativa televisiva perché fin da quando si era bambini era ovvio che tutti avessero in casa il telefono e la televisione. I nativi digitali in molti casi hanno difficoltà a inviare un allegato di posta elettronica, non sanno salvare un file senza perderlo sul computer, non sanno iscriversi a una classe virtuale su Classroom senza combinare casini. Premesse queste cose e ammesso che comunque quello digitale sia un ambiente loro e non nostro, l’insegnante entra per proporre qualcosa che loro non farebbero, per far leggere qualcosa che non leggerebbero. Gli agganci alla loro esperienza, al loro mondo, ai loro riferimenti culturali nel senso più ampio del termine sono sempre utilissimi, ma “La poesia del giovedì” propone testi che loro non leggerebbero, perché son convinto che la scuola deve proporre qualcosa che gli alunni non sanno, non conoscono – altrimenti che cosa verrebbero a fare a scuola?

Resoconto delle prime tre settimane.

È il momento di scendere nei dettagli e raccontare come si sono svolti i primi tre giovedì/venerdì, sperando di non essere pedante.

Ricordo che la terza media coinvolta è una classe estremamente vivace, non inappuntabile dal punto di vista disciplinare, in molti casi non esemplare dal punto di vista dell’impegno scolastico. Un triste destino riserva loro le ultime tre ore del venerdì con me (destino del quale sono artefice io stesso che ho preparato l’orario), quindi, per non far deragliare le lezioni, è necessario mantenere un ritmo intenso e vario: con l’inserimento della poesia finisco per svolgere in 3 ore 4 materie diverse. È faticoso, ma funziona e mi è possibile grazie alla presenza in classe di una collega di sostegno e di un educatore professionali, simpatici, disponibili e di una generazione intermedia tra me e gli alunni. Senza la loro presenza, non so se me la sarei sentita.

  1. Giorgio Caproni, Per l’onomastico di Rina, battezzata Rosa

Nel lancio dell’attività spiego brevissimamente come si svolge. Non essendo complicato, bastano due righe.
Il riferimento agli amori infelici rientra in una sorta di gag continuata con i miei alunni: fin da quando, in seconda, incontrano Dante e Beatrice, io non mi stanco di ribadire che è un bene che gli amori dei poeti non siano ricambiati, perché questo li induce a scrivere poesie migliori. Inoltre, erano reduci dalla spiegazione e – spero – dallo studio di A Silvia di Leopardi, ottimo esempio di innamorato non ricambiato.
Ecco la poesia:

La poesia ha colpito la classe, sia online, sia in aula. Qualcuno mi ha detto che l’ha cercata su internet, ma non l’ha trovata. Ho risposto che è stato meglio così, perché – e l’ho mostrato alla classe sulla tv collegata al computer che abbiamo in aula – avrebbe corso il rischio di trovare questa roba:

La poesia su facebook che ignora tutti gli accorgimenti tipografici usati da Caproni in Res amissa mi ha permesso non solo di metterli in guardia dalla sciatteria con cui i testi poetici vengono proposti in rete, ma anche di spiegare qualcosa a proposito dei versi caproniani così brevi e spezzati, parlando della sua passione per la musica e di come i semiversi siano qualcosa che Caproni crea sul modello dei libretti d’opera.
L’aggettivo flautoclarinescente ha colpito più di un alunno, che non ha avuto difficoltà a cogliere il rimando al mondo musicale.
C’è chi ha trovato la poesia poco “romantica” perché si immaginava un poeta che dice “parole dolci” e questa è stata un’osservazione produttiva, perché mi ha permesso di precisare molte cose. Intanto ho spiegato che le parole di amore di un uomo di 75 anni possono essere molto diverse rispetto a quelle di un giovane, poi ho cercato di far capire come il fatto di identificare Rina con la rima significhi, per un poeta così attento alle rime come Caproni, dire che Rina è per lui vitale come la poesia. Per un poeta cosa c’è di più importante della poesia? Addirittura, la rima è battente, quindi è come il battito del cuore.

  1. William Shakespeare, Shall I compare thee to a summer’s day?

La scelta della traduzione del sonetto di Shakespeare è stata tormentata, alla fine ne ho scelta una che non traduce il temperate del secondo verso con “temperato”, non per nascondere l’omosessualità, ma perché non credo che l’aggettivo temperato possa dir molto a dei tredicenni.

All’alunno che aveva commentato su Classroom che la poesia paragona una donna a un giorno d’estate, il collega d’inglese ha giustamente risposto che la poesia fu scritta per un uomo, ma in classe gli alunni non sono ritornati sull’argomento e io ho finito per non spiegare loro la difficoltà di tradurre temperate. La richiesta di fare attenzione allo schema metrico, invece, rientra nell’attenzione verso la forma del sonetto che la classe ha incontrato più volte, sia in seconda, in particolare con Dante e Petrarca, sia in terza con Foscolo, e permette di spiegare come lo schema del sonetto inglese sia diverso da quello del sonetto italiano.
Su che cosa ho insistito nella spiegazione di questo sonetto? Sull’idea della poesia che supera la morte. Ad andare oltre la morte non è infatti la bellezza, ma proprio la poesia stessa. In fondo l’importanza della poesia in quanto poesia accomuna il sonetto di Shakespeare (eternal lines) ai versi di Caproni (Mia rima).

  1. Francesco Petrarca, Pace non trovo, et non ò da far guerra

Sempre più difficile, il più formalista dei poeti in un capolavoro di formalismo.

Entro in classe dopo la ricreazione per dare il cambio alla collega e ho la sorpresa di trovare un’alunna e un alunno che, foglio in mano, leggono la poesia ai compagni. Mi commuovo – non è vero, ho un cuore di pietra – e capisco che l’attività sta piacendo. Poi mi metto subito a fare il prof e spiego come vanno letti o non letti i vari et, come va letto il vocativo donna dell’ultimo verso, l’uso di altrui come complemento oggetto.
Infine prometto che la prossima poesia sarà completamente diversa, non sarà una poesia d’amore.

Perché farlo? Perché proporre un’attività del genere? Prima di tutto mi piace farla e vedo che a un buon numero di alunni piace. Poi non prevede voti e anche questa è una cosa apprezzata. Cerco anche di far arrivare l’idea che la poesia non è semplicemente espressione di bei sentimenti, ma lavoro sul linguaggio, un durissimo e bellissimo corpo a corpo con la lingua. Infine, nutro la speranza che l’esperienza di una lingua in qualche modo difficile e impegnativa arricchisca la lingua e la capacità di dare un nome a pensieri e sentimenti.

14 pensieri riguardo “La poesia del giovedì. Didattica digitale integrata alla prova dei fatti.

      1. grazie a te della risposta.
        ho fatto il preside in Italia, prima, dal 1985 al 2004 (fui uno dei più giovani a passare il concorso); poi sono passato a lavorare sette anni in Germania in un consolato, sempre per la scuola, ma alle dipendenze del Ministero degli Esteri; poi sono rientrato in Italia dal 2010 al 2013. quindi diciamo che il periodo della degenerazione burocratica più acuta l’ho vissuto poco; penso però anche che questo fosse un pericolo sempre presente e che alla fine se ne fa condizionare solo chi la accetta come dimensione sua.
        spero di essere stato un preside abbastanza presente: qualcosa me lo lascia immaginare.

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