Recensione. Luca Serianni, Il verso giusto. 100 poesie italiane, Laterza, 2020

Quando si prende in mano per la prima volta un libro si guarda subito l’indice e, a maggior ragione, lo si fa se il libro è un’antologia. Se si tratta di un’antologia della poesia italiana è poi inevitabile fare il gioco del chi c’è e chi non c’è, con quanti e quali testi. In particolare, il gioco sarà fatto sull’ultimo secolo e, se il curatore dell’antologia è di peso, scatteranno i paragoni con i predecessori, da quelli più lontani come il Leopardi della Crestomazia a quelli più prossimi come i novecenteschi Sanguineti e Mengaldo.
Non mi sottraggo al gioco e, limitandomi a considerazioni autobiografiche, potrei dire di essere soddisfatto. I due poeti ai quali ho dedicati più tempo, tesi e articoli sono presenti: Jacopone da Todi con O iubelo del core e Giorgio Caproni – unico tra i nati dopo Montale – con due testi. Per di più, i due testi di Caproni sono seguiti da una poesia di Toti Scialoja non giocosa – quindi non appartenente al suo filone più noto -, bensì drammatica (e, va detto, molto bella). Dell’amatissimo Tasso è antologizzato, oltre al resto, il meraviglioso combattimento di Tancredi e Clorinda, mentre il volume si chiude con Enrico Testa del quale ho profonda stima sia come poeta, sia come studioso, sia come professore (mi è capitato di accennare a lui in un ricordo autobio-bibliografico).

La mia recensione non discuterà le scelte di Serianni, che non sono state scontate. Se l’apertura con Giacomo da Lentini era quasi inevitabile, non era ugualmente automatica l’inclusione del Detto del gatto lupesco e, a proposito di questo curioso poemetto, non si può non osservare immediatamente che è invece assente il poeta che ha intitolato al Gatto lupesco una delle sue ultime raccolte complessive, cioè Edoardo Sanguineti, così come, restando nell’ambito dello sperimentalismo, è assente Zanzotto. Tra le assenze novecentesche, comunque, forse la più sorprendente è quella di Vittorio Sereni. Di assenze e presenze, ad ogni modo, parla Serianni a Emiliano Ceresi in una bella e ampia intervista della quale raccomando la lettura, mentre una recensione che consiglio, sebbene non mi trovi sempre d’accordo, è quella di Claudio Giunta.

Mi piace invece richiamare l’attenzione sulla qualità di Serianni come prosatore. Già Claudio Giunta nella sua recensione ha lodato la pagina e mezzo dedicata ai criteri di trascrizione, poche righe esemplari in cui si spiega perché si adotta una grafia modernizzata; io invece mi permetto di riportare la prima pagina dell’Introduzione.

Cento poesie di sessantatré autori distribuite in otto secoli: come sceglierle? come commentarle? e pensando a quale tipo di lettore?

La scelta è dipesa in una certa misura dal gusto personale dell’antologista. Il duecentesco Detto del gatto lupesco (testo 3) non è il primo testo che venga in mente, in questo panorama – lo riconosco -, ma a me pare molto interessante, anche per documentare la presenza della cultura giullaresca in un mondo, quello della poesia più antica, che i ricordi di scuola affollano, e forse saturano, di donne angelo e di poeti che si lagnano dei propri amori infelici: Ciro di Pers (testo 43), oltre a essere, va detto, un poeta di tutto rispetto, illustra la dilatazione delle materie poetabili che esplode nella lirica secentesca – nel suo caso: una dolorosa calcolosi – e insieme la diffusione della poesia barocca in aree culturalmente periferiche come il Friuli; un vivacissimo sonetto di Vittorio Alfieri (testo 53), certo non la sua opera più nota, inscena un dialogo tra il poeta e una cameriera fiorentina che funge da vocaboliera”, da maestra di lingua viva: tema molto sentito dallo scrittore, voglioso di “spiemontizzarsi”.

Credo che un insegnante possa trarre molti spunti da queste righe, prima di tutto spunti per insegnare a scrivere ai propri alunni. Nel capoverso iniziale le minuscole dopo i punti interrogativi rendono scorrevole il periodo laddove le più scolastiche maiuscole lo avrebbero reso singhiozzante. Nel secondo capoverso abbiamo invece un periodo di 154 parole che comprende i due punti per 3 volte, 2 incisi individuati dalle lineette, un punto e virgola e una congiunzione “e” preceduta dalla virgola. Quest’accumulo di punteggiatura dovrebbe essere censurabile per l’insegnante tradizionalista e invece funziona perfettamente: la lunga frase è perfettamente costruita ed è comprensibile alla prima non solo per il lettore abituato al periodare di Proust. Non è forse del tutto peregrino rilevare che in una frase che sfrutta tutte le possibilità della sintassi sia proprio spiegato come la materia poetabile vada ben al di là dei sospiri d’amore.

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