Recensione. Giorgio Manganelli, Concupiscenza libraria, Adelphi, 2020

Quattrocentocinquanta pagine di Giorgio Manganelli per le cure di Salvatore Silvano Nigro si comprano a scatola chiusa, so che troverò più di una perla che soddisferà il mio appetito di fedele lettore. Già andando a casa, comincio a leggere, poi a un certo punto lascio la lettura lineare dalla prima pagina e mi abbandono a una lettura rapsodica, seguendo i capricci dei miei gusti e curiosità, ma anche affidandomi al caso.

Però confesso che la prima curiosità che avevo era quella di vedere se ci fosse qualcosa su D’Annunzio, non perché io sia un cultore dell’Imaginifico, ma perché mi era capitato di pensare a uno scritto contenuto in Il rumore sottile della prosa in cui D’Annunzio era assai efficacemente descritto come un collezionista di vocaboli morti. Avevo trovato le pagine di Manganelli su D’Annunzio perfette, così, non sapendo se il nuovo libro raccogliesse materiale già pubblicato in volume oppure no, mi chiedevo se avrei ritrovato quelle pagine. Non ci sono, ma si legge un articolo pubblicato sul “Messaggero” nel 1988 con il titolo Vale di più se sa di meno. Nelle note è però ricordato il testo pubblicato nel 1990:

a D’Annunzio non interessa minimamente trasmettere alcunché; vuole solo costruire delle strutture e per costruire saccheggia la totalità del vocabolario italiano e lo saccheggia veramente mettendo a ferro e fuoco una città morta, ma l’italiano è una lingua morta, e la cosa stupenda è che si può continuare a scrivere in italiano solo perché non esiste più, perché è morto; man mano che noi lo parliamo, questo si deposita e grazie al cielo c’è il Battaglia che è il nostro grande meraviglioso deposito di larve verbali (p. 415)

(Di passaggio, mi piace ricordare che un grandissimo collaboratore del Dizionario Battaglia fu Edoardo Sanguineti, al cui Giuoco dell’oca sono dedicate due pagine, e dalla cui viva voce nel 1991 sentii per la prima volta parlare di Giorgio Manganelli).

Le pagine dannunziane di Concupiscenza libraria sono all’insegna di uno dei temi più cari a Manganelli: la retorica.

È consueta deplorazione nei confronti di D’Annunzio, che costui fosse un “rètore”; rètore e retorica sono oggi, per buona sorte, parole assai ambigue, e non suonano più, come quando andavamo a scuola, come l’abominio della desolazione; il rètore, potremmo dire, con cautela, ama porre uno spazio di indifferenza emotiva tra il suo “io” e quello che scrive; ha un rapporto esigente, esclusivo con le parole, non con ciò che si suppone che le parole vogliano dire, anzi, per quel che lo riguarda , è incline a ritenere che le parole non vogliono dire niente. (p. 304. Grassetti miei)

In queste mie annotazioni, che davvero non possono che toccare alcuni punti di un libro che spazia per letterature, secoli e argomenti i più diversi, vorrei provare a mostrare come si può fare un uso per così dire didattico di un grande scrittore. Noi insegnanti constatiamo spesso amareggiati come il congiuntivo subisca spesso il doppio affronto del suo cattivo uso e, soprattutto, del suo mancato uso, ma un virtuoso del lessico e della sintassi come il Manga ci mostra che il mancato rispetto dell’ortodossia può farci diventare ancora più precisi. Nel periodo che ho riportato, le reggenti “non ciò che si suppone” ed “è incline a ritenere che” dovrebbero reggere entrambe un congiuntivo, dal momento che i verbi esprimono un’opinione o una persuasione (la Grammatica italiana Utet di Serianni e Castelvecchi al paragrafo XIV.49 stila un elenco di verbi che nell’italiano scritto sorvegliato richiedono appunto il congiuntivo e tra questi vi sono “supporre” e “ritenere”), tuttavia Manganelli al primo congiuntivo fa seguire un indicativo. Ovviamente non si tratta di una svista dovuta alla fretta, ma di un deliberato uso dell’indicativo, cioè del modo verbale dell’affermazione e della certezza per dire che davvero le parole “non vogliono dire niente”. A questo punto non sappiamo più se Manganelli stia parlando di sé o di D’Annunzio, ma questo esula da ciò che mi premeva osservare, visto il mio intento più pedestremente didattico.
Un’ulteriore osservazione sulle pagine di Manganelli su D’Annunzio: in apertura di articolo, il Meridiano Mondadori a cura di Annamaria Andreoli e Niva Lorenzini è considerato “l’unico testo criticamente attendibile dell’opera dannunziana.” Potrebbe sorprendere questo scrupolo filologico da parte di uno scrittore che sicuramente aveva in grande simpatia il mondo dell’errore, ma non dobbiamo neppure dimenticare che Manganelli fu direttore con un filologo del calibro di Dante Isella della Fondazione Bembo. Verrebbe da parlare di onestà di Manganelli, se non avessi il dubbio che l’accostamento del sostantivo “onestà” al suo nome turberebbe lo scrittore.

Nel libro però troviamo la parola onestà nella penna di Manganelli. Alle pp. 401-403, in una lunga nota, Nigro ricostruisce il rapporto di Manganelli, che accademicamente fu un anglista, con il più grande degli anglisti italiani, Mario Praz. Quando Manganelli incontrò Praz per la prima volta nel 1955, nel suo quaderno annotò: “Ho conosciuto Praz: troppi anni ho perduto. Un uomo candidus: la sua onestà è una dote intellettuale – e la sua intelligenza una dote morale”. In seguito – spiega Nigro – il rapporto tra i due, non fu proprio idilliaco a seguito di alcune stoccate inflitte a Manganelli da Praz. Allora, nello scritto sull’antologia personale Voce dietro la scena di Praz che si legge alle pp. 79-80, dopo aver riconosciuto, non si capisce se più per dovere o più per convinzione, “che Praz sia prosatore tra i massimi e non solo di queste generazioni, che la sua dottrina sia insieme meticolosa e sfrenata, e il suo gusto di una stremante capziosità, lo scriviamo perché va scritto, ma non è quel che di più eccitante ci offre questo Praz di Praz” Manganelli insinua un dubbio anche in un ammiratore di Praz come io mi sento. Praz, scrive Manganelli, avrebbe “un segreto orrore della tragedia”. Un’osservazione non leggera, ma, appunto, viene il dubbio che possa esserci del vero. Conclude il suo breve intervento Manganelli:

Non sarà un caso se, nella Storia della letteratura inglese, Shakespeare è trattato, a mio avviso, con qualche elusività, e Dickens giudicato autore “di arte grande, ma tutta esteriore”, concludendo con un raggelante “va classificato coi piccoli piuttosto che coi grandi maestri”. Dickens è un cronista degli inferi, uno scrittore che ha trovato che anche laggiù c’era qualcosa da vedere.

Con questa difesa di uno dei romanzieri per eccellenza da parte di un noto antiromanziere, di uno scrittore che in fondo non ha mai scritto un vero romanzo – al massimo i “cento piccoli romanzi fiume” di Centuria – mi piace concludere e invitare all’esplorazione di questo prezioso volume.

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