Il cieco – non il ceco – in cima all’Everest.

A volte mi diverto a dire che l’arrampicatore più forte al mondo è ceco. Chi mi ascolta e non sa nulla di Adam Ondra si stupisce finché io non spiego che Brno nella Repubblica Ceca è la città in cui è nato e vive l’arrampicatore che da oltre dieci anni ha portato l’arrampicata a un nuovo livello.

Adam Ondra sulla via più difficile al mondo

Oggi ho però letto che Zhang Hong è il primo alpinista cieco asiatico ad arrivare sulla vetta dell’Everest. Leggendo la notizia, scopro che altri due non vedenti ci erano riusciti nel 2001 e nel 2017.

Dunque, in cima all’Everest non solo arrivano tanti ricchi non-alpinisti (di questo e altro avevo già scritto), ma pure i ciechi.

Il guaio è che salire sull’Everest è estremamente pericoloso. Non è la montagna più pericolosa, tra gli Ottomila il K2 e il Nanga Parbat sono decisamente più rischiosi, ma sono tentati da veri alpinisti, magari non sempre all’altezza, ma pur sempre alpinisti.
Per intenderci su quel che significa “montagna pericolosa”, diciamo che all’incirca (trovare dati precisi non è facile e non è il caso di dilungarsi in analisi dell’andamento della mortalità nel corso dei decenni) ogni 100 persone che arrivano in vetta, sulla montagna ne muoiono 4 o 5. Chi è disinteressato all’alpinismo forse commenterà che allora è meglio che nessuno salga sull’Everest, aggiungendo amenità quali “poi dobbiamo pagare per andare a salvarli” oppure scriverà infamie come “se muore, un cretino di meno”. Naturalmente io non penso nessuna di queste cose e ammiro chi, nonostante una disabilità, affronta ostacoli apparentemente insormontabili. Personalmente trovai emozionante vedere un uomo con le protesi alle gambe che saliva a Punta Martin, montagna genovese in cui si passa da un masso all’altro; ammiro un amico che alcuni anni fa accompagnò per 42 km un maratoneta capace di tenere un ritmo intorno ai 4’/km; tuttavia non posso ammirare un non vedente che sale sull’Everest. Se devi salire e scendere dalla Seraccata del Khumbu, devi essere in grado di farlo anche da solo; se devi affrontare la zona della morte sopra il Colle Sud, devi essere in grado di non essere di intralcio ai compagni di scalata, anche se li paghi. Io capisco il desiderio di salire in cima all’Everest, in un certo senso lo condivido, ma un desiderio non è un diritto.

Credo che a furia di slogan come “se lo vuoi puoi”, “impossible is nothing”, “sognalo, desideralo, fallo”, qualcuno rischi di mettere a repentaglio troppe vite, a parte la propria.

Un pensiero riguardo “Il cieco – non il ceco – in cima all’Everest.

  1. Mi trovi perfettamente concorde.
    La retorica dei desideri e del “tutto è possibile per chi lo vuole fortemente” è in circolo ormai da lunghi decenni, e se a qualcuno “i desideri non sono diritti” – concetto sacrosanto che parrebbe, ma non è, ovvio – fa venire in mente la questione del gender con annessi e connessi, è soltanto perché essa ne è l’ultima propaggine in ordine di tempo.

    "Mi piace"

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