Verso il Tor des Géants (7). Breithorn.

“La Ele mi fa… Ma con tutte le gite che hai fatto nella tua vita non hai ancora imparato che il sole a 4000 brucia ?!” Così mi scrive l’amico Alessandro la mattina dopo, in risposta allo scambio di messaggi sulle braccia ustionate come salsicce. E sì che una settimana prima io ho già preso una botta di sole arrivando a 2600 metri, mentre lui e il figlio due settimane prima erano tornati come dei peperoni dopo una salita nella nebbia al Piccolo Cervino! Evidentemente essere ultraquatantenni – nel mio caso quasi cinquantenni – con abbondante prole non è sempre segno di giudiziosità!

Noi ridiamo, senza la crema solare sulle braccia

Ma andiamo con ordine.

Andrea, il compagno di Monte Rosa, questo fine settimana è invitato a un matrimonio, quindi lo tradisco perché, in vista della gara del 19 giugno, è necessaria un’altra giornata in Val d’Aosta. Sento Alessandro, che parteciperà pure lui alla Monte Rosa Skymarathon, e dopo attenta valutazione degli impegni familiari e del meteo, ci diamo appuntamento alle 5 di domenica mattina. Ci saranno anche il suo compagno di cordata Pietro ed Emanuele, il suo figlio più grande. Alessandro non è un compagno qualunque: non andiamo in montagna insieme da un’eternità e forse l’ultima salita è stata in realtà una discesa da un rifugio, quando una nevicata copiosa al mattino ci costrinse a rinunciare alla Pigna di Arolla in Svizzera, ma Alessandro ha sicuramente fatto il battesimo dell’arrampicata con me, forse anche quello del ghiaccio (i ricordi lontani si confondono) ed era con me sul Monte Bianco nel 1996, quando io raggiunsi la vetta per la terza ed ultima volta e lui per la prima ed unica. Nel frattempo lui è diventato molto più bravo di me e ha messo su un curriculum alpinistico di tutto rispetti e nel trail, con Pietro, ha portato a termine un bel po’ di gare, UTMB compreso.

1996: con Alessandro in cima al Monte Bianco

Rispetto alla settimana precedente, ci sono meno lavori in corso, perciò, oltre a non bucare la ruota, raggiungiamo la Vallée velocemente e riesco persino a non addormentarmi in auto, cosa non da poco.

Se mi si passa la retorica, l’arrivo a Cervinia è commovente: la Gran Becca è carica di neve e non c’è una nuvola, quindi ci sono i presupposti per una giornata panoramicamente grandiosa. A proposito, mica stiamo per salire sul Cervino, molto più modestamente la meta è il 4000 facile per eccellenza, quello sul quale metà dei quattromilisti italiani si battezzano (l’altra metà lo fa sul Gran Paradiso), cioè il Breithorn.

Il Breithorn è però il 4000 facile se si prende la funivia fino ai 3500 metri del Plateau Rosa, mentre, se si sale dai 2000 metri di Cervinia, resta facile, ma ben più faticoso.
Ci incremiamo, ma solo sul viso e sul collo, anzi sulla nuca, mentre trascuriamo le braccia perché abbiamo i manicotti alzati, indossiamo già l’imbrago e partiamo. Per Emanuele è il primo Quattromila, quindi Alessandro, da buon padre, non lo fa salire con attrezzatura da trail, ma con degli scarponi veri ai piedi e i ramponi normali nello zaino. In più abbiamo tutti la piccozza legata allo zaino. In realtà è uno sporco trucco con il quale noi vecchi cerchiamo di zavorrare il giovane che gioca a tennis tre ore al giorno e che quindi rischierebbe di staccarci. La tattica però funziona, perché in salita io e Alessandro riusciamo ad essere leggermente più veloci e facciamo pure i gradassi tenendo per un po’ il passo di una valdostana che si sta allenando pure lei per la gara e che il giorno fatidico ci umilierà senza pietà.

Arrivati al Plateau Rosa, sosta per aspettarci, bere e mangiare qualcosa (io, fedele alle mie cattive abitudini, non mangio niente) e soprattutto per ammirare il panorama, dare un nome ai monti e constatare con piacere che alcuni li ho pure saliti. Certo, gli impianti dal punto di vista paesaggistico non sono il massimo e io non sono fotograficamente così abile da nasconderli.

Saliamo continuando ad evitare il più possibile gli sciatori, che ogni tanto suscitano un po’ d’invidia, e tra il Piccolo Cervino e la Gobba di Rollin, arriviamo al pianoro sotto l’ultimo tratto, che cominciamo a salire fino ad arrivare appena sotto i 4000 metri. Ci fermiamo perché è giunto il momento in cui conviene calzare i ramponi e legarsi e ci accorgiamo che Pietro ed Emanuele sono rimasti un po’ indietro, un po’ troppo a dir la verità – magari ce ne saremmo potuti accorgere prima. Fatto sta che aspettiamo a lungo, valutiamo la velocità con cui le nuvole si addensano a bassa quota, calcoliamo tempi di salita e discesa, finché alla fine ci ricongiungiamo e ci leghiamo, Ale con Emanuele e io con Pietro. Gli ultimi duecento metri scarsi di dislivello sono abbastanza ripidi e la quota si fa sentire per noi che viviamo in Liguria, ma le condizioni sono ottime, i due o tre crepacci che si incontrano sono belli evidenti e poco aperti, non c’è ghiaccio vivo e sui pochi metri della larga cresta finale non tira vento, ragioni per cui non è necessario tirare fuori la piccozza. Grande è l’orgoglio di trovarmi in maglietta e senza guanti in cima a un Quattromila, ma è chiaro che la pagherò! Per Emanuele è il primo Quattromila, così come lo era stato per me quando avevo 11 anni e in cima ammirai l’amico Carlo che si mise in maglietta.

In discesa ho modo di divertirmi un po’, soprattutto dalla Gobba di Rollin al Plateau Rosa, mentre si diverte un po’ meno Emanuele che ha male ai piedi. Cerchiamo di arrivare al Rifugio del Teodulo in tempo per fargli prendere l’ultima seggiovia, ma non ce la facciamo per un pelo. Gli addetti agli impianti però gli offrono un passaggio fino al troncone inferiore, mentre noi vecchi rimaniamo delusi dal rifugio già chiuso e dalla mancata birra. Io accelero il passo e scendo abbastanza veloce nonostante la neve abbia un po’ mollato, poi, a Plan Maison, non sono ben sicuro di ritrovare la traccia dell’andata, così decido di buttarmi giù seguendo la linea più diretta. Mi tolgo i ramponcini e li tengo in mano perché non ho voglia di togliermi lo zaino e scendo ad occhio le ultime centinaia di metri, evitando i salti rocciosi, sciando coi piedi sui nevai e incrociando anche qualche stambecco.
A Cervinia, una volta cambiatici, ci meritiamo birra e panino.

Considerazioni tecniche.
– Bisogna spalmarsi la crema solare.
– In salita riesco a tenere un buon passo, Alessandro non è riuscito a staccarmi e questo mi sembra un buon segnale.
– Dai 3900 metri in su rallento parecchio, andar forte in quota non è facile.
– In discesa vado bene.
– Come previsto, il giorno dopo le gambe stanno benissimo, infatti a quella quota è difficile spingere davvero forte in salita, mentre in discesa la neve ammortizza molto e rende la corsa poco traumatica.

Puntate precedenti:
Verso il Tor des Géants (1). Preso!
Verso il Tor des Géants (2). Sogni mostruosamente proibiti
Verso il Tor des Géants (3). Un abbozzo di programmazione
Verso il Tor des Géants (4). Adesso parlo davvero di allenamento.
Verso il Tor des Géants (5). Dimagrire, camminare e scendere veloci.
Verso il Tor des Géants (6). Salite vere e finalmente una gara.

3 pensieri riguardo “Verso il Tor des Géants (7). Breithorn.

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