Ho concluso il Tor des Géants

Cronometro si ferma solo quando corridore supera traguardo

Detti memorabili attribuiti a Vujadin Boškov

Occorrono molti giorni per riprendersi fisicamente e mentalmente dal Tor, quindi con oltre due mesi di ritardo riesco a raccontare qualcosa. Andrò per punti in ordine alfabetico, altrimenti se comincio con un racconto dal primo all’ultimo chilometro faccio scappare i lettori.

Allucinazioni. Inizio dal capitolo più buffo, anzi, nel mio caso posso usare a ragion veduta il termine “pittoresco”. È risaputo che la deprivazione del sonno e la fatica al Tor causano allucinazioni, quindi qualcuno potrebbe avere la curiosità di sapere che cosa io abbia visto di bizzarro.
La prima breve allucinazione è avvenuta durante il secondo giorno, nel tardo pomeriggio, quando nel bosco ho visto la mia allenatrice Sonia, ed è facile immaginare che in realtà non solo non c’era Sonia, ma non c’era proprio nessuna persona. Posso affermarlo con sicurezza perché ho rallentato e controllato per assicurarmi che non ci fosse nessuno. La breve visione è però rimasta isolata e per altre 24 ore non ho visto nient’altro di strano.
Al martedì, dopo 17 ore in cui percorro senza nessuna crisi di fatica, di sonno e di intestino (no, quest’ultimo dettaglio non è del tutto vero) i 47 km e 6000 metri di dislivello positivo da Donnas a Gressoney, mi concedo quasi un’ora e mezza per mangiare e sistemarmi e, visto che non ho ancora sonno, decido di ripartire, con l’idea che casomai a Champoluc avrei eventualmente dormito da seduto. Esco dalla base vita con la frontale accesa e comincio la lunga traversata di Gressoney St. Jean. Finché è possibile, il percorso evita la strada asfaltata a favore dello sterrato al di là del fiume. Lo sterrato mi appare ricoperto di ghiaia e pietroline in quantità sicuramente maggiore di quante ve ne siano in realtà e, soprattutto, le pietre mi appaiono colorate e talvolta disposte in forma di parole. Invece di preoccuparmi del mio stato mentale, cerco di darmi spiegazioni del fenomeno pensando alla scala che a Courmayeur ha i sanpietrini che riproducono il nome di tutte le guide di montagna della locale società delle guide e ipotizzo attività delle scuole analoghe a quelle del liceo artistico di Genova i cui alunni decorano i sottopassi. Quando comincia la salita per il rifugio Alpenzu smetto di vedere pietrine dai colori improbabili e penso solo a quanto sia ripido il sentiero, che trovo simile a quello che all’UTMB va da Notre Dame de la Gorge al Refuge de Nant Borrant, anche per la sorprendente quantità di persone che incontro a quest’ora mentre scendono alla luce delle frontali o dei telefonini. “Si vede che al rifugio c’è un buon ristorante” mi dico. In realtà era appena partito il Tot Dret, il fratellino da 130 km del Tor des Géants. Fiducioso nelle mie condizioni, bevo qualcosa e riparto. La frontale è un po’ scarica, ma invece di sostituire la batteria continuo a camminare sempre con il timore di sbagliare strada in mezzo ai prati solcati da numerosi sentieri creati dalle mucche. Ben presto comincio a sentirmi più stanco e, soprattutto, inizio a vedere delle immagini sulle pietre. Anche chi va solo al mare non farà fatica a immaginare che tra i 1700 metri del rifugio e i 2700 del Col Pinter di pietre se ne incontrano parecchie. E io su ogni pietra vedo figure umane e animali, come di antichi affreschi. Cerco di collocare le mie allucinazioni nella storia dell’arte, non mi sembrano né affreschi di Pompei, né mosaici romani di Piazza Armerina, né pitture rupestri, ma solamente al termine della gara e dopo essere rientrato a Genova, a una più attenta riflessione stabilirò che che lo stile era quello degli affreschi minoici, qualcosa che assomigliava agli affreschi del palazzo di Cnosso.

Non sono mai stato a Creta, ma se un giorno ci andrò, sicuramente non vedrò tanti affreschi come ne ho visti nella drammatica notte del Pinter.

Amici. Si sa che in una gara così lunga è importante il ruolo di tante persone che ti aiutano ad arrivare in fondo. Sono partito da Genova al venerdì pomeriggio da Piazza Manin, dove Monica mi ha lasciato e Federico e Pietro mi hanno raccolto. Quasi subito ci siamo calati in tre ruoli che abbiamo interpretato per giorni. Pietro/Pive era il veterano e grande organizzatore, quello che organizza le gare come la sala chirurgica in cui lavora e che, avendo già concluso un Tor, sapeva perfettamente a che cosa stava andando incontro. Federico/Ronca era l’uomo superiore atleticamente ma che si sentiva inadeguato a ciò che stava per affrontare, era quello del “ma chi me l’ha fatto fare”. Io ero quello da battere che si allena senza scienza ma con ignoranza, ma con il talento per gli ultratrail. C’era poi, presente continuamente nei nostri discorsi e raggiunto al telefono, Riccardo/Sappo che non aveva potuto partire perché nel frattempo era diventato medico del Parma calcio. Naturalmente Sappo era oggetto delle nostre malignità. La sera di venerdì abbiamo cenato e dormito a casa di Pive vicino a Morgex, poi al mattino siamo andati a ritirare i pettorali al Palasport a Dolonne, dove io mi sono fermato. Ritrovatici al mattino, siamo andati insieme alla partenza, dove però Federico, nonostante fosse il più forte di tutti, sarebbe partito nel secondo scaglione, quello delle 12, due ore dopo me e Pietro. Io son partito con l’idea di andare con il mio passo, Pietro e Federico, invece, avevano stabilito che avrebbero fatto la gara insieme e in effetti alla prima base vita si sono ricongiunti e sono arrivati al traguardo insieme. La foto del loro arrivo è bellissima.

Federico e Pietro all’arrivo

Tenete conto che il dj vedendo arrivare i due genovesi aveva pure messo Creuza de mä come colonna sonora e che la banda di noi genovesi al traguardo era organizzata con tanto di focaccia di Priano.

Io ho invece condotto gara solitaria, talvolta per alcune ore con compagni occasionali, ma voglio ricordare le quattro persone che mi sono venute a trovare sul percorso.
Al mattino del secondo giorno Massimo mi ha fatto la sorpresa di venirmi ad aspettare a Cogne, dove mi ha assistito e mi è pure andato a comprare le batterie per la frontale, visto che io avevo comprato per sbaglio delle batterie della misura sbagliata.
A Donnas la seconda sorpresa è stata quella di trovare il superveterano del Tor Francesco Prossen, che un bel po’ di ore dopo ho ritrovato anche a Niel, dove mi ha intervistato e filmato mentre raccontavo del magnifico ristoro del Lago Chiaro (ne parlerò dopo). Probabilmente gli amici della chat Sisport che hanno visto il video hanno pensato che fossi preda dei deliri da fatica. Stavo ripartendo da Niel e mi ero appena congedato da Francesco, quando di corsa è arrivato Paolo Piano, che oltre ad essere un veterano del Tor, primatista ligure della gara e compagno di squadra, è soprattutto un caro amico di lunga data. Abbiamo cominciato a chiacchierare ed è finita che chiacchierando mi ha accompagnato fino al Col Lasoney, dove mi è sembrato di arrivare volando.

Non poteva poi mancare Maestra Sonia, che dopo avermi mancato a Ollomont, mi ha aspettato a St Rhémy e all’arrivo.

Ma di Massimo e Sonia riparlerò più avanti.

Camminata agile. Se nonostante i non tantissimi chilometri di corsa accumulati nel 2021 ho ottenuto un tempo discreto e, addirittura, fino a oltre metà gara ero in linea per ottenere un buon tempo, lo devo non solo alle mie qualità di discesista, ma soprattutto alla mia capacità di camminare veloce. In altre parole, riesco a camminare veloce sia in salita, sia in piano, mantenendo una buona agilità del passo e quindi non sprecando troppe energie. È una capacità in parte istintiva, ma in parte anche allenabile e allenata. Sicuramente mio figlio Matteo quest’estate è stato un ottimo sparring partner: quando eravamo insieme, lui spingeva e io cercavo di tenere il suo passo senza affannarmi, di solito riuscendoci. In effetti in gara – ed è una cosa che mi è capitata anche in altre ultra – mi è capitato che compagni occasionali di viaggio per alcuni chilometri abbiano commentato “però, che passetto da UTMB che hai”.

Al Deffeyes, nelle prime ore di gara, il passo era ancora molto agile

Colle Malatrà. Lo so che è scontato, ma l’arrivo al Malatrà è davvero emozionante, sebbene di notte non abbia potuto vedere il Monte Bianco. Ancor più emozionante è stata forse la partenza da St. Rhémy. Dopo essere partito infreddolito con addosso tutti i miei vestiti e quelli supplementari prestatimi da Sonia, appena mi sono scaldato, i battiti sono saliti non solo per la fatica, ma per una splendida sensazione che mescolava solitudine – fino al rifugio Frassati non avrei incontrato più nessuno – e compiutezza. Ero all’ultima lunga salita e si avvicinava il momento sognato per una decina di anni, che era quello di arrivare al Colle, ancor più di quello di arrivare a Courmayeur. Salendo di notte, come ho detto, mi son perso il panorama comunque già ammirato tante volte anche durante l’ultima estate, ma il senso di solitudine, direi quasi di inesorabilità che ho vissuto, è stato impagabile.

Collè (Franco). Qualche parola su chi va forte è d’obbligo e quest’anno Collè è andato fortissimo, stabilendo con 66h43′ il nuovo record del percorso. Che dire? Potrei cavarmela con una battuta e osservare che è andato così veloce da non avere il tempo per arrivare allo stato allucinatorio, in fondo lui tagliava il traguardo proprio mentre io camminavo per Champoluc barcollando come un ubriacone. Tuttavia so che ha faticato pure lui, Paolo mi ha detto che lo ha visto all’opera nella salita più lunga, quella infinita da Donnas al rifugio Coda, e che stava sputando sangue. A proposito, questa salita lui l’ha percorsa in 4h25′, io in 5h23′, ma un distacco così limitato si spiega con il fatto che lui saliva durante le ore calde, io invece al fresco della notte. Alla premiazione della domenica comunque l’ho visto magro come non mi era mai capitato: ovviamente sempre ben strutturato, da atleta dal fisico invidiabile come lui è, ma, appunto, davvero senza un etto di troppo. Va detto che se è andato così veloce non ha certo perso tempo ai ristori come ho fatto io.

Cronometro. Ad alcuni potrà interessare, altri lo riterranno secondario, ma il Tor è una gara e io nelle gare cerco di piazzarmi il meglio possibile.
Lasciamo stare la partenza sconsiderata con il secondo chilometro corso in 4’40” e parliamo subito del mio obiettivo, che era quello di concludere sotto le 100 ore. Sono ripartito da Donnas, che non è a metà gara, ma è nel punto opposto a Courmayeur e in un certo senso è la metà psicologica del percorso, dopo 40 ore di gara e sono arrivato a Gressoney in un po’ più di 57 ore, ampiamente in linea per concludere sotto le 100 ore. Poi il sonno ha presentato il conto, come spiegherò più avanti. C’è poi stato un inconveniente che mi ha un po’ rallentato nell’ultimo giorno. Ad un certo punto – credo durante il secondo giorno, ma non ricordo come e dove – ho preso un colpo alla tibia destra. Non ho badato troppo al dolore, visto che ho una soglia del dolore piuttosto elevata, ma nelle ultime 24 ore il dolore ha cominciato a farsi sentire e soprattutto in discesa dovevo stringere parecchio i denti per riuscire a correre nonostante il male, che mi costringeva anche a modificare l’assetto di corsa e di conseguenza a gravare sui muscoli in maniera anomala. Nella discesa finale dal Bertone, addirittura, dovevo quasi andare a passo e appoggiarmi molto ai bastoncini.
Alla fine comunque l’89° posto fa la sua figura.
Mi dispiace non essere riuscito a scaricare i dati dall’orologio, ci ho provato e riprovato, ma si vede che 116h03′ mandano in tilt l’app della Suunto.

Desiderio di ritirarsi. Non l’ho mai provato. Nelle ore psicologicamente più dure, quelle da Lillaz al rifugio Sogno, ero abbattuto, pieno di pensieri negativi, pensavo “mai più”, non riuscivo ad andar veloce su uno stradone noiosissimo sotto il sole, ma non mi è mai venuta voglia di ritirarmi.

Fame. O meglio: che cosa hai mangiato? Quanto sei dimagrito? Poche settimane prima del Tor mio figlio, vedendomi bello asciutto come non ero da qualche anno, si è chiesto come sarei diventato al termine del Tor. Non mi sono pesato, ma sicuramente non ho perso peso e la stessa cosa l’ho sentita dire da molte altre persone. Ho mangiato come tutto, Federico sostiene addirittura di aver mangiato tanta di quella moccetta da essersi ripagato l’iscrizione, che non è proprio a buon mercato. Per rendere l’idea, nelle basi vita mi concedevo pasti di questo tipo: pastasciutta, arrosto, patate, 2 uova sode, frutta e dolci a piacere. Di conseguenza, ho mangiato pochissimo mentre camminavo, giusto un po’ di sali e glucidi diluiti nella borraccia, pochissimi gel e pochissime barrette. Dal punto di vista strettamente agonistico, non è stata la strategia alimentare vincente perché ho passato davvero molto tempo a tavola, ma da quello edonistico non dimenticherò mai il ristoro del Lago Chiaro al km 182: arrivato mentre i volontari stavano per mettersi a tavola, mi sono messo a chiacchierare e mi son visto offrire spaghetti Rummo perfettamente al dente con le acciughe, lingua salmistrata, pane con burro e acciughe! Ho pure sperato in un paio di ristori semiclandestini dove ho sentito che negli anni scorsi c’era chi aveva mangiato gli agnolotti e addirittura era stato praticamente sequestrato da bande di tifosi ubriachi che avevano costretto i corridori a sedersi a tavola e a rimpinzarsi e bere vino. A questo proposito, non ho mai bevuto birra, ma ho sognato per tutta la gara di berne una all’arrivo. Peccato che, arrivato di notte, abbia avuto solamente voglia di lavarmi e andare a letto.

Farmaci. Uno dei momenti più divertenti del pre-gara è stato quando, al venerdì sera, i doctors hanno rovesciato sul divano una farmacia degna del loro luogo di lavoro, cioè la sala chirurgica. Io nello zaino avrei infilato giusto pochi cerotti, neppure i Compeed, e 3 pasticche di ibuprofene giusto perché un paio di settimane prima mi era venuto mal di denti e temevo che mi potesse tornare in gara. Per il resto, nella borsa delle basi vita avevo la crema solare, la vaselina per ungere i piedi e il Biofreeze, un gel leggermente analgesico grazie all’effetto freddo. Pive e Ronca avevano di che ricucire un uomo saltato su una mina antiuomo, non scherzo, Pive tiene il bisturi nello zaino! Dopo la gara, la storia è stata un po’ diversa. All’arrivo mi sono accorto, e non riesco a capire come abbia fatto a non accorgermene prima, che avevo le gambe gonfissime. Inoltre la botta alla gamba destra che aveva condizionato pesantemente l’ultimo giorno di gara presentava il suo conto. Nel dubbio ho dunque preso l’aspirina, che ha una blanda azione anticoagulante. Il sabato mattina, mentre la gamba sinistra si sgonfiava leggermente, quella destra continuava ad essere gonfia. Pive, che è solito mettere di fronte all’ipotesi non dico peggiore, ma proprio funesta, sentenziava: “potrebbe esserci una trombosi profonda, che ti fa venire un’embolia e muori. Questa settimana devi stare assolutamente a casa con la gamba alzata e fare la terapia”. E subito l’abbiamo iniziata con un dosaggio di eparina come se pesassi due quintali. Sonia e Massimo mi hanno poi accompagnato al Pronto Soccorso di Aosta, dove l’ecografia per fortuna non ha rilevato trombosi, ma dove comunque mi è stata prescritta l’eparina e lo scarico. In pratica, la settimana successiva sono rimasto a casa con le stampelle e a bucarmi quotidianamente la pancia. Dopo una settimana ho abbandonato le stampelle, sono tornato a scuola, ma ho usato per altri sette giorni una splendida calza elastica color carne.

Fatica. Erano sei anni che non mi iscrivevo a una gara dal chilometraggio a tre cifre ed era dall’UTMB del 2014 che non ne concludevo una, tuttavia credo di poter dire che una certa esperienza di gare dure l’ho accumulata: ebbene, non ho dubbi nell’affermare che il Tor è mostruosamente duro, più di qualsiasi altra gara a cui ho partecipato. Non parlo della fatica che ti fa bruciare i muscoli e porta il cuore a 200 pulsazioni al secondo, ma del sonno invincibile, delle gambe che si rifiutano di correre, di accorgersi che quando stai andando bene tieni una media di 550 m di dislivello all’ora su sentieri dove andresti a 800 chiacchierando.

Stranamente, però, il giorno dopo l’arrivo avevo già le gambe rilassate e i muscoli decontratti. Non so bene come sia potuta accadere questa cosa, evidentemente son proprio un animale da ultra.

Feticismi. Non sono solito conservare molti oggetti ricordo delle gare. Nel mio comodino ho infilato qualche pettorale, ma la maggior parte li ho buttati; i braccialetti dell’UTMB li ho tagliati e buttati tutti, così come quello del Tor ha resistito al mio polso per pochi giorni dopo la fine della gara; non ho neppure mai fatto nessun tatuaggio con il logo delle gare più importanti, anzi non ho nessun tatuaggio. C’è però un gesto che ho voluto fare come gesto di amicizia e come ricordo della gara. Dopo che Pive e Federico sono arrivati nel pomeriggio del venerdì, come ho già scritto prima, siamo andati a mangiare tutti insieme a Dolonne e siccome non avevano il tempo per andare a casa di Pietro, sono venuti a lavarsi e cambiarsi a casa mia. Non avendo scarpe pulite a disposizione, Pive ha calzato le mie scarpe, allargando al massimo le stringhe per riuscire a infilare i piedi gonfi. Per evitare che le stringhe uscissero dall’occhiello finale, ha fatto un piccolo nodo in cima alle stringhe: ecco, quel nodo non l’ho sciolto, sto continuando a tenerlo nelle scarpe che indosso praticamente tutti i giorni, e mi ricorda ogni giorno il Tor e soprattutto gli amici con cui l’ho condiviso.

Fotografie. Non ne ho scattate. A scattare in gara è invece la trance agonistica e neppure in 116 ore penso di poter perdere tempo per le foto. Conto dunque su quelle scattate dagli amici, mentre quelle ufficiali scattate dai fotografi sul percorso sono belle ma costano l’ira di Dio.

Igiene. Con un certo orgoglio e un po’ di goliardia, posso dire che sulla questione della pulizia in gara ho pubblicato uno scritto fondamentale, tutto basato su esperienze vissute. Posso aggiungere qualcosa alle cose orribili che avevo già scritto? Sì.
Prima di tutto partiamo dalle famose e rigeneranti docce al Tor: non ne ho fatte, anzi, se non ricordo male, visto che nella borsa della base vita non è che potesse starci tutto, ho rinunciato a infilarvi l’accappatoio e le ciabatte. L’igiene è stata dunque sostituita dal rinfrescarsi, cioè dallo sciacquarsi viso e braccia quando incontravo un trogolo.
Ricambi: oltre alla maglietta e ai pantaloni che ho cambiato qualche volta, ma non solo per ragioni igieniche, bensì di adeguamento alla temperatura del giorno e della notte, ho cambiato solo una volta i calzini, senza neppure lavare i piedi.
Non ho mai cambiato le mutande e a questo proposito si può solo commentare che per fortuna erano nere.
I miei lettori più fedeli però sono interessati ad altro, lo so. Ebbene, io che sono stato sempre un sostenitore dei cessi pubblici alla turca, per la prima volta ho più volte rimpianto la tazza. Quando i quadricipiti bruciano – e a Donnas, per esempio, bruciavano parecchio – accucciarsi è molto molto doloroso e si cercano strategie come quella di allargare le braccia per sorreggersi alle pareti laterali del gabinetto, gesto igienicamente discutibile ma inevitabile al quale rimediavo con acqua e sapone una volta uscito. Passando alle evacuazioni nature, per un paio di giorni, prima che il male ai quadricipiti incredibilmente passasse, sono state ovviamente complicate, fin quando in una pietraia ripidissima, non ricordo più se prima o dopo il Lago Chiaro, ho visto una seggetta meravigliosa: non era un’allucinazione, non era Richard Ginori, ma una lastra di granito orizzontale incastrata tra altre pietre all’altezza giusta, insomma un gabinetto perfetto con vista meravigliosa sulla pietraia ripida sotto i miei piedi. Espulso ciò che era da espellere, c’era solo da pulirsi e, in assenza sia di carta igienica sia di foglie che nelle pietraie non sono facili da reperire, sia di freschi ruscelli, sono ricorso a un mio classico sistema di emergenza: le pietre.
Fin qui, però, nessuna novità sostanziale. Nella notte tra Valtournenche e Ollomont, invece, ho sperimentato un nuovo sistema che definirei bestiale, ma che qualcuno romanticamente potrebbe definire come una riappropriazione della propria animalità perduta nella nostra civiltà industriale. Pioveva leggermente, era buio, c’era pure un po’ di nebbiolina e, come al solito, ero solo. L’erba era sottile, di quella che si trova sopra i 2200 metri, e apparentemente inutilizzabile, ma io, fatte le mie cose, ho pensato di sfruttare la pendenza del terreno, appoggiare le chiappe al pendio erboso e umido e di cominciare a dimenarmi come un orso usando così l’erba sottile e umida come le spazzole di un autolavaggio. Piacevole e rinfrescante! Non dico che lo rifarei domani, ma a volte occorre far di necessità virtù.

Lo rifarei? Dopo l’arrivo notturno, quando l’unico pensiero è quello di togliersi le scarpe, lavarsi e infilarsi puliti sotto le lenzuola, bastano poche ore per cominciare a pensare che lì avrei potuto risparmiare mezzora, là un’ora… e, insomma, metterci meno di 100 ore. Lo rifarò allora? Chi lo sa, molte ragioni per non ripetere ci sono: il prezzo di iscrizione altissimo, lo svolgimento negli stessi giorni in cui comincia la scuola, gli strascichi pesanti lasciati nel fisico. Però è vero che il pensiero continua a correre al Tor con la stessa insistenza con cui corre all’UTMB.

Panorami. Ma hai visto dei bei panorami? Hai avuto tempo per guardarti intorno? I Giganti, i 4000, il Monte Bianco, il Gran Paradiso, il Cervino, il Monte Rosa, la Dént d’Herens, il Grand Combin, li hai visti? A dir la verità i Giganti li ho visti poco, alcuni per niente. Sarà stata la pioggia, sarà stata la notte, ma le grandi viste sui Quattromila sono spesso mancate. Bisognerebbe però allargare il concetto di luoghi belli da vedere e considerare la bellezza dei valloni che si salgono, scendono, attraversano, nonché la bellezza del terreno sotto i piedi. Per me il tratto tra il rifugio Deffeyes e il Col Pas Haut è stato di una bellezza commovente: un grande ambiente roccioso e sotto i piedi un terreno meraviglioso su cui camminare. Sono molto sensibile al terreno sotto i miei piedi: sentire la differenza tra i diversi tipi di roccia, prevederne e provarne l’aderenza, valutare come appoggiare il piede a seconda dell’umidità, prevedere se quella pietra sarà stabile o instabile, calcolare la franosità della terra, anticipare la scivolosità dell’erba sono capacità che ho affinato in una vita di sentieri di montagna e riempiono i miei sensi di una bellezza non scontata, ma profonda quanto la visione di un monte bellissimo.

Parlare da soli. Quanto bene conosco il traverso che conduce al Bertone? Benissimo. Come si dovrebbe essere, anche se di notte, a pochi chilometri dall’arrivo? Eccitatissimi e sveglissimi. Invece, arrivato al traverso che precede la discesa finale, il sonno mi ha nuovamente assalito, nonostante il pisolino di alcuni minuti al Rifugio Frassati e le discese a buon ritmo dal Malatrà e dal passo di Entre Deux Sauts. Così per tenermi sveglio ho cominciato a parlare da solo a voce alta e a commentare le strane forme allucinogene che assumevano alberi e cespugli di rododendro, fino a quando, al Bertone, mi son buttato nello scatoletta di plastica del ristoro per dormire 10 minuti.

Pericoli. Si percepisce pienamente e con una certa apprensione che il Tor è una gara pericolosa durante la prima notte. Quando scendevo dal Col Fenetre, che non avevo mai percorso dal versante della Val di Rhemes, mi son trovato di notte, stanco, con le batterie della lampada frontale da sostituire, su un sentiero molto ripido. Per quanto avessi i bastoncini e io sia un ottimo discesista, son dovuto stare molto attento e mi son chiesto come se la sarebbero cavata molti altri corridori meno sicuri di me in discesa. Mi son reso conto che al Tor si affrontano magari di notte e sicuramente con tanta fatica in corpo, molti passaggi che in una gara in Liguria sarebbero presidiati dal Soccorso Alpino. Imprudenza degli organizzatori? Non credo, piuttosto chi si iscrive e parte deve essere consapevole dell’impossibilità di mettere in sicurezza un percorso di 350 km. Il Tor, a mio avviso, non è semplicemente una gara per atleti allenati, ma dovrebbe essere una gara per chi ha dimestichezza con l’ambiente alpino, per chi possiede quella cosa un po’ difficile da definire che io chiamo “senso della montagna”. Non sto parlando di punteggi e gare qualificanti, ma di consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti, che non coincidono con la motivazione, perché puoi essere motivato quanto vuoi, ma se non sai affrontare una pietraia bagnata di notte, a salvarti non è l’aver voglia di fare le cose, ma il saperle fare.

Previsioni (sbagliate). Usando le stesse due lettere iniziali, potrei parlare anche di progetti e programmi sbagliati.
A parte le 100 ore ampiamente sforate, anche nella gestione dell’attrezzatura avevo fatto progetti sbagliati. Prima di tutto avevo ragionato come se la sacca delle basi vita fosse una specie di borsa di Eta Beta riempibile all’infinito, invece ho dovuto selezionare il materiale da infilare in borsa e ridurlo. Giunto a Cogne ho poi lasciato a Massimo dell’ulteriore materiale che non aveva senso lasciare in borsa, considerando le previsioni meteorologiche per la settimana.
Un errore in gara è stato poi quello che ho commesso alla partenza, quando mi son caricato con tutto il litro e mezzo di liquidi previsti dal regolamento (un litro è per me più che sufficiente in ogni punto della gara, considerando la frequenza dei ristori), del materiale caldo che avrei potuto mandare tranquillamente a Valgrisenche dove sarei arrivato prima di sera e, soprattutto, dove ho lasciato i bastoncini nello zaino. Mi ero infatti fatto l’idea che avrei rischiato di affaticarmi le braccia usando in continuazione i bastoncini, così per la prima salita avevo deciso di lasciarli nello zaino. In realtà ho una buona tecnica e riesco a non appoggiare violentemente i bastoncini, evitando così di infiammarmi i tendini e di affaticare i muscoli. Da La Thuile in poi non ho più abbandonato i bastoncini.
Vorrei poi spendere due parole su come ci si immagina un sentiero che non si è mai percorso. Nel corso dell’anno, spesso mentre faticavo in allenamento mi mettevo a pensare ai punti più duri del Tor. In particolare immaginavo di trovarmi da qualche parte di notte tra Donnas e Gressoney. Io non conoscevo nulla di quel tratto, quindi andavo puramente di fantasia. Adesso che quei sentieri li ho percorsi , non riesco più a ricordare come io avessi immaginato quei sentieri quando magari in palestra soffrivo per gli esercizi che Sonia mi faceva eseguire e io per farmi coraggio mi dicevo “Ale pensa che tutto ti tornerà utile mentre di notte andrai verso Gressoney”. (Tra l’altro, da Donnas son partito di notte, ma a Gressoney sono arrivato ancora con la luce).

Sentieri liguri. Mentre scendevo per la valle di Champorcher, mi sono trovato su una vecchia mulattiera spesso ricoperta dall’erba e che seguiva un percorso un po’ tortuoso tra il fiume e i vari paesini. Mi sono sentito quasi su un sentiero ligure e la sensazione è proseguita durante la notte successiva mentre risalivo da Donnas, il punto più basso del percorso. Sentieri pietrosi, viscidi, stretti, molto liguri, mentre io mi dicevo “ecco che sono in Val d’Aosta e mi trovo a faticare su sentieri che sembrano quelle maledette stradine sopra Struppa”.

Sisport. Il Tor ha tenuto svegli tanti amici, a partire dai compagni di squadra della Sisport. In qualche modo durante la gara mi sentivo responsabile verso di loro, mi sarebbe davvero dispiaciuto ritirarmi dopo che magari di notte avevano controllato a che punto fossi.
Durante la gara non potevo controllare tutti i messaggi di incoraggiamento che mi arrivavano, ma c’erano 3 messaggi che scrivevo sempre quando ripartivo dalle basi vita: uno a casa a Monica, Matteo, Sara e Marta, uno a Sonia o a Massimo, uno alla chat della Sisport. L’arrivo di Pive e Ronca è stato poi una grande festa, con gli amici anche non della Sisport che in testa, al collo, al polso avevano il buff della società.

Qualche settimana dopo: i festeggiamenti alla Sisport

Sonia e Massimo. L’ordine alfabetico colloca le due colonne della Sisport subito dopo la voce sulla mia società. Da Massimo e Sonia sono stato non assistito, ma coccolato. A St. Rhémy sono arrivato senza un guanto, perso non so quando, e Sonia ha preso un paio di guanti suoi scucendoli per farmeli entrare nelle mani. Ero anche un po’ troppo leggero, perché all’ultima base vita di Ollomont – evidentemente non troppo lucido – avevo alleggerito eccessivamente lo zaino e avevo lasciato nella sacca, che avrei recuperato ormai a Courmayeur, la giacca pesante, così mi ha dato due maglie non esattamente della mia taglia ma per fortuna calde e sufficientemente elastiche. All’arrivo mi ha aspettato per ore di notte, poi mi ha accompagnato a casa, è stata attenta che non mi addormentassi mentre mi lavavo, si è presa cura delle mie gambe gonfissime e al mattino (diciamo alle 13) mi ha pure portato le brioches. Quando poi è arrivato Massimo, di nuovo alla sera si sono presi cura di me, mi hanno accompagnato all’ospedale di Aosta al sabato mattina, insomma mi hanno trattato come un re, lasciandomi nel miglior modo possibile a Monica, Matteo, Sara e Marta che sono arrivati sabato sera all’ora di cena.

Sonno. Quando dici di aver concluso il Tor, le domande che ti senti rivolgere più frequentemente sono “e per dormire?” (domanda di chi non sa bene che cosa siano gli ultratrail), “come hai gestito il sonno” o “quante ore hai dormito” (domanda di chi sa che cosa è un ultratrail e magari lo ha già corso). Non l’ho gestito nel migliore dei modi, credo. L’unico sonno che avevo programmato e che ha funzionato come doveva è stato quello di un paio di ore a Donnas, altrimenti sono sempre stato preso di sorpresa e son dovuto ricorrere a sonni di emergenza. In tutto dovrei aver dormito circa 9 ore, che su 116 ore sembrano poche, ma che in realtà sono probabilmente al di sopra della media di chi chiude con il mio tempo. Ecco l’elenco dei miei sonni:

  • Eaux Rousses. Dopo essere stato assalito dalla fatica nella seconda metà della salita al Col Fenêtre ed essermi illuso a Rhêmes-Notre-Dame di essermi risvegliato per poi invece trascinarmi fino al Colle di Entreleor, al ristoro di Eaux Rousses mi sono seduto sulla panca e appoggiato al tavolo per un paio d’ore. Riposo notturno scomodo e non troppo rigenerante.
  • Donnas. Come avevo programmato, un riposo sulla brandina di un paio d’ore, per poi partire alle 2 di notte per la salita più lunga di tutto il Tor. Il sonno ha funzionato magnificamente, mi ha permesso di restare al fresco nonostante la bassa quota, di arrivare alle 7:30 al rifugio Coda e di continuare per tutta la mattina e tutto il pomeriggio a buon ritmo.
  • Champoluc. Dopo le allucinazioni nella salita al Pinter, continuate pure in discesa, ho azzardato un sonno notturno seduto al bordo del sentiero, ma non credo di aver chiuso occhio per più di un minuto di seguito. Sono arrivato a Champoluc e l’ho attraversata muovendomi come un ubriacone e al ristoro ho di nuovo dormito seduto e appoggiato al tavolo per circa due ore. Riposo pessimo.
  • Rifugio Grand Tournalin. Nonostante avessi appena dormito, arrivato al rifugio, cedo alla tentazione. Non avevo molto sonno, ma stava piovendo, dentro al rifugio c’era un bel tepore, 3 persone si erano ritirate e aspettavano il fuoristrada che li riportasse a valle, qualcun altro si era sdraiato sulle panche con il cuscino, così mi sono concesso altri 15 minuti.
  • Valtournenche. Non avevo molto sonno, ma qualcosa mi diceva che era meglio dormire. Arrivato a Valtournenche, infatti, avevo visto di fronte a me una transenna con una freccia che indirizzava a sinistra. La base vita doveva essere lì vicino – ho pensato – e ho attraversato tutto il paese (in salita), fin quando sono giunto al cimitero dove inizia il sentiero per il rifugio Barmasse. Qualcosa non mi tornava, così, appena è arrivata un’auto, ho chiesto ai tre giovani che ne sono scesi dove fosse la base vita. Ebbene, i tre sono rimasti spaesati, avevo beccato le uniche tre persone in Val d’Aosta che non sapevano del Tor. Poco dopo è arrivato un atleta – rumeno credo – con tanto di cineoperatore al seguito. Con il cameraman che immortalava la mia demenza, ho chiesto dove fosse la base vita e così sono tornato indietro per un chilometro. Ho pensato che avrei voluto piangere e quelli a cui l’ho raccontato hanno detto che avrebbero pianto anche loro, ma in effetti non ne avevo la forza e ho cercato di dirmi la famosa frase di Kilian quando sbaglia strada: “più chilometri più divertimento”. Insomma, tornato alla transenna mi sono reso conto che non mi ero girato a destra ed ero riuscito a non vedere la base vita. Ho allora pensato bene che non ero lucidissimo, così ho dormito per ben tre ore sulla brandina, evitandomi tra l’altro le 3 ore di pioggia più intensa.
  • Sul sentiero prima di St. Rhémy. Scendendo dal Col Champillon e avvicinandomi al ristoro posto una decina di chilometri prima di St. Rhémy avevo deciso che mi sarei fermato a dormire per 10-15 minuti. Invece il ristoro era all’aperto sotto un telo di plastica. Per di più ha cominciato a piovere, così invece di riposarmi sono rimasto lì a mangiare, coprirmi e (in)decidermi sul da fare. Alla fine sono partito. Camminando e talvolta corricchiando sull’interminabile e largo sentiero, ogni tanto mi si chiudevano gli occhi, fino a quando ho deciso di sedermi su una pietra e dormire. Inutile dire che ogni due minuti mi svegliavo per le perdite di equilibrio, fin quando non sono caduto del tutto per terra, strappandomi anche i sovrapantaloni impermeabili. 10-15 minuti non meravigliosi, ma che mi hanno permesso di riprendere la gara in condizioni di lucidità.
  • St. Rhémy. Dopo l’ultimo ristoro a bassa quota, amorevolmente assistito da Sonia, mi sono concesso altri 10-15 minuti appoggiato al tavolo.
  • Rifugio Frassati. Qui, di notte, si respirava un’aria che descriverei come definitiva. Tutti che parlavano sottovoce, stravolti dalla fatica, preoccupati ed eccitati per le ultime centinaia di metri fino al Col Malatrà; una donna non so se inglese o statunitense con cineoperatrice al seguito crolla: piange mentre l’operatrice la riprende. Da quel che capisco, i suoi compagni di molti chilometri si erano ritirati e lei aveva corso a lungo da sola. Io mi sdraio per un quarto d’ora su una panca.
  • Rifugio Bertone. Ebbene sì, prima dell’ultima discesa, una discesa fatta tante volte, l’ultima delle quali neppure un mese prima, il sonno è invincibile, così mi infilo nel gabbiotto di plastica per una decina di minuti.

Vessona (Col). Lo prendo come simbolo dei luoghi in cui sono passato e in cui vorrei tornare di giorno e, soprattutto, con le gambe fresche. Al Col Vessona inizia una discesa infinita verso Oyace, ma i primi 300 metri sono fantastici, sogno di ridiscenderli a tutta velocità.

ZZZ. Dedica. Venerdì alle 6:21, quindi 18 minuti dopo aver tagliato il traguardo, mi è arrivato un messaggio di Carlo. Mi è già capitato di scrivere in un paio di occasioni che ho avuto un primo modello da imitare per camminare veloce in montagna, ed era proprio Carlo, che era un giovane uomo quando io ero un bambino. Io ringrazio di cuore tutte le persone che, magari a pochi minuti dall’arrivo mi hanno scritto, ma nel caso di Carlo c’è un particolare speciale: Carlo mi ha scritto dall’ospedale di Bologna dove era in attesa di un trapianto di cuore. Nel frattempo l’atteso trapianto è arrivato e proprio nello scorso fine settimana Carlo ha potuto allontanarsi dall’ospedale e andare a Dolonne. La mattina della partenza in un anno diverso dal 2021 probabilmente avrei visto Carlo sul balcone di fronte al mio: a tanti, ma a Carlo in maniera speciale, mi piace dedicare questo mio racconto del Tor.

Per chi vuol sapere come sono arrivato al Tor
Verso il Tor des Géants (1). Preso!
Verso il Tor des Géants (2). Sogni mostruosamente proibiti
Verso il Tor des Géants (3). Un abbozzo di programmazione
Verso il Tor des Géants (4). Adesso parlo davvero di allenamento.
Verso il Tor des Géants (5). Dimagrire, camminare e scendere veloci.
Verso il Tor des Géants (6). Salite vere e finalmente una gara.
Verso il Tor des Géants (7). Breithorn.
Verso il Tor des Géants (8). Monte Rosa Skymarathon.
Verso il Tor des Géants (9). Due settimane non so se abbastanza intense, ma bellissime.
Verso il Tor des Géants (10). Parliamo di materiale

5 pensieri riguardo “Ho concluso il Tor des Géants

  1. Magnifico resoconto.

    Mi sorge una domanda tecnica. Secondo il tuo ricordo (del quale è d’obbligo fidarsi poco, date le condizioni psicofisiche), avresti dormito 9 ore su 116 ossia grosso modo dieci volte meno del normale. Questo impressionante dato, insieme a tanti altri da te narrati, mi induce a domandarmi se esistano studi scientifici di qualità sulle prestazioni negli ultratrail perché credo che, come gli astronauti e gli alpinisti, gli ultratrailer possano costituire un test-bed molto utile per capire la fisiologia umana.

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    1. Grazie della lettura e del commento.
      Qualche studio su atleti del Tor des Géants è stato sicuramente condotto, in particolare ricordo che lo psicologo dello sport e ultratrailer Pietro Trabucchi aveva fatto qualcosa durante l’edizione 0 (cioè l’edizione di prova) del Tor. Non so dirti cose più precise, ma sicuramente nel campo dell’endurance molto è ancora da scoprire e studiare. Un libro a mio avviso molto interessante è questo: https://mulatero.it/prodotto/allenarsi-per-gli-sport-di-montagna/ scritto da un forte alpinista, un medico e con una collaborazione non solo di facciata di Kilian Jornet,

      "Mi piace"

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