Il terremoto e altre facili parabole

Nella città popolosa cresciuta disordinatamente fino ad arrivare a sei milioni di abitanti ci fu un terremoto violentissimo. Case, palazzi, ponti, fabbriche erano quasi tutte crollate e dopo poche ore si contavano già migliaia di morti. Si cominciavano a cercare le migliaia di dispersi imprigionati tra le macerie quando qualcuno osservò che, se quel terremoto fosse avvenuto in un paese come il Giappone, quasi tutte le case sarebbero rimaste in piedi e i morti sarebbero stati poche decine. Nel giro di poche ore si cominciò a discutere di misure antisismiche, specialmente di quelle che non erano state applicate: le responsabilità degli assessori prima, del governo subito dopo e dei parlamenti di varia maggioranza che non avevano legiferato apparvero evidenti, così abbaglianti che in una luce chiarissima si vedeva che tutti erano colpevoli, compresi molti che erano ancora sotto le macerie. Nessun vigile del fuoco usciva dalle caserme rimaste in piedi perché si dibatteva di case che si piegano ma non si spezzano; dopo un paio di giorni qualcuno cominciò a dire che, se si fossero cercati superstiti tra le macerie, la popolazione sarebbe stata viziata e ci avrebbe preso gusto a finire sotto le macerie in attesa che qualcuno rischiasse la vita per salvarla; al quarto giorno si osservò giustamente che era stata una follia costruire una città in una zona in cui ogni trent’anni c’è un terremoto violentissimo; alla fine della prima settimana i più saggi cominciarono a dire alla tivù e a scrivere un po’ ovunque “io sto dalla parte del terremoto” e il più intelligente e problematico di tutti proclamò “viva le scosse di assestamento”.

A un tale venne un infarto per strada, ma, nella disgrazia, la fortuna volle che si trovasse proprio di fronte a una stazione della Croce Rossa. Un milite corse verso la persona distesa per terra per soccorrerla, ma un passante lo bloccò: “fermo! Non lo sai che l’infarto potrebbe dipendere dal suo sovrappeso?” In effetti, pur non essendo obeso, l’infartuato appariva in leggero sovrappeso. “Ha pessime abitudini di vita, ogni mattina mangia due brioche piene di grassi saturi e a pranzo si ingozza di panini pieni di maionese” disse un altro. “A volte lo vedo fumare” aggiunse un terzo.
“Scusate”, abbozzò il milite, “poi di queste cose gliene parleremo, sempre che io riesca a soccorrerlo”. “Eh, bravo te! E dove lo curano? In un ospedale al quale tagliano i fondi ad ogni nuova finanziaria di fine anno? Prima di soccorrere i cardiopatici parliamo delle rianimazioni chiuse”. Uno che stava osservando la scena dall’inizio, proprio la persona che stava camminando con il moribondo e non aveva mosso un dito commentò: “E poi lo sanno tutti che in fondo è uno stronzo peggio di me.”

Mentre il pullman in autostrada bruciava con dentro la cinquantina di bambini di due classi, si restava indecisi sul soccorrerli o meno. Forse l’autista stava guidando in maniera spericolata e i bambini sembravano molto contenti della cosa. Qualcuno diceva che una madre avesse ricevuto un video dal figlio che mostrava come i bambini incitassero il pilota a superare quante più automobili fosse possibile; altri invece se la prendevano con il fondo stradale pericoloso – perché non avevano usato l’asfalto drenante? C’era poi chi diceva che i viaggi d’istruzione andrebbero aboliti perché gli insegnanti a fronte dell’impegno ricevono un compenso irrisorio, mentre altri sbottavano che gli insegnanti non fanno un cazzo. Perché poi portare i bambini a Lucca a camminare sulle mura quando manco conoscono le mura della propria città? E poi che cosa vanno a fare a Lucca dei bambini che confondono Puccini con Verdi? Non sarebbe stato meglio portarli prima a Busseto e poi a Lucca? Una persona molto ascoltata esternò che le gite scolastiche sono l’anticamera dell’imperialismo perché i ragazzi imparano a contrattare con gli ambulanti senegalesi che vendono braccialetti portafortuna alle scolaresche, anzi si sarebbe dovuta abolire la scuola che insegna dove è Lucca e ignora quale sia la capitale della Costa d’Avorio. Che poi Costa d’Avorio è un nome europeo, come Daimler che inventò l’automobile provocando gli incendi dei pullman.

Una donna è stata stuprata.
– Credo bene, aveva la minigonna. O forse aveva uno sguardo provocante, o perlomeno ammiccava. E poi a quell’ora in giro da sola… –
– Pare che fosse una suora. –
– Ah, te li raccomando i preti, tutti omosessuali repressi. –
– Sei omofoba? (E poi era una suora) –
– Gli LGBTQI+ che non fanno outing sono i peggiori nemici di se stessi. Io so che cosa devono fare per essere felici e dalla parte giusta. –
– Dicevo che era una suora. –
– Come la monaca di Monza. –
– Ma l’altro giorno non parlavi dello sguardo maschilista e cattorepressivo di Manzoni? –
– Certo, però la madre di Manzoni era una tipetta… –
– Mi sto perdendo –
– Hai paura della complessità e cerchi risposte semplici. –
– Io dicevo che una donna è stata violentata e francamente non mi interessa se sia una libidinosa o una suora castissima. –
– La castità è la suprema forma di libidine. –
– Lo stupratore ha confessato e ha parlato di provocazioni. –
– Ecco, vedi? –
– Ma quindi sei dalla parte dello stupratore? Pare tra l’altro che fosse già stato arrestato una volta perché abusava dei figli. –
– Che c’entra, io non sto da nessuna parte. Io guardo come stanno le cose e cerco di capire come ci si arriva. Io so che lo stupratore è un bell’uomo e un bell’uomo al quale nessuno la dà è un uomo che accumula tanta di quella frustrazione che poi per forza deve sfogarla. Io so di una donna che, suora o puttana che sia, non capisce che un uomo deve soddisfare il desiderio. E anche una donna, eh, non credere che io faccia un discorso maschilista. –
– Non so se capisco, comunque lo stupratore ha pure detto che intorno a lui c’erano alcuni uomini e donne che lui non conosceva e che guardavano lui che violentava la donna. –
– Non mi dirai che ce l’hai con i voyeur! Adesso non si può essere liberi di guardare ciò che piace? –
– Però questa donna, in minigonna o con il saio o con i jeans, dice che non aveva voglia di essere violentata. –
-Oh senti, non manipolare la realtà! E poi, insomma, lo sanno tutti che essere donna è il primo passo per essere puttana! –

dal sito Andkronos

5 pensieri riguardo “Il terremoto e altre facili parabole

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