Luoghi comuni (10). Sulla scuola

Ieri mattina ad un cambio d’ora ho lasciato una classe al collega d’inglese che mi ha detto: “in terza, Eustachio [nome di fantasia] sta lavorando proprio bene. Alla domanda su che cosa accadde oggi, non si ricordava come si dice ‘scoprire’ e allora ha detto ‘Christopher Columbus travelled to America for the first time’. È stato ancora più bravo che se si fosse ricordato che si dice ‘discover’, perché ha dimostrato di riuscire a trovare comunque una perifrasi corretta”. Io ho concordato con il collega, Eustachio era stato in effetti bravo nel risolvere in maniera creativa un problema.

Non è che io e il collega di inglese siamo mosche bianche, non siamo né Gianni Rodari né il maestro Manzi; molto più semplicemente, all’alunno bravo ma troppo scolastico preferiamo l’alunno che dà prova di saper organizzare le sue conoscenze in maniera personale. E, dicevo, non siamo particolarmente illuminati, tanto è vero che quando agli scrutini finali di terza si deve stabilire se un alunno o un’alunna meritino il 10 e lode, i consigli di classe decidono per la lode quando l’alunno dimostra originalità e personalità, fosse solo per premiare il fatto che non ci ha annoiati con le sue prove scritte e orali.

Inevitabilmente ho pensato a un meme in cui sono incappato ieri:

Per una volta sono andato contro i miei principi e ho cercato di assecondare la litigiosità di Facebook commentando “che stronzata colossale”. Dando un’occhiata a campione alla miriade di commenti ho naturalmente letto commenti simili al mio (se non nella forma almeno nella sostanza), commenti a sostegno del meme e commenti apparentemente equilibrati (ma se una cosa è nel suo complesso una scemenza secondo me bisogna dirlo chiaramente).
Chi si trova d’accordo con il meme, sposa uno dei più classici luoghi comuni sulla scuola, quello per cui:

La scuola italiana è tutta nozionismo e soffoca l’intelligenza. Frase detta preferibilmente da chi non mette piede in una scuola da 30 anni, oppure da chi si lamenta perché maestri e professori si ostinano ad esigere che gli alunni imparino le tabelline e sappiano che Colombo arrivò in America il 12 ottobre 1492. Tra i commentatori del meme di cui sopra, c’è però chi osserva (parole e 3 punti esclamativi testuali) “Si vede che non ci si riferisce al liceo classico!!!” (con tre punti esclamativi), poiché
Come il liceo classico non c’è scuola. Frase amata da chi ha costretto i figli ad andare al classico o li ha illusi fino a far loro credere che quella fosse la scuola adatta a loro (cioè al loro rango sociale). Dopo 4 anni di esami a settembre di latino e greco, una maturità conseguita con il minimo dei voti e migliaia di euro in ripetizioni non viene il dubbio che i figli forse si sarebbero espressi meglio in qualche altro istituto. D’altra parte, ancora per molte persone
Scuola superiore e liceo sono sinonimi. (Lo so che non si dice più scuola superiore ma scuola secondaria di secondo grado, ma suona troppo male). Al di fuori del liceo c’è posto per le vili arti meccaniche, solo il liceo ti eleva spiritualmente e
Il liceo classico ti apre la mente anche se molti non ricordano una parola di latino e ricordano soltanto che gli aprivano un culo così, ma va bene lo stesso, e, addirittura,
Chi va bene di latino è bravo anche di matematica nonostante tanti, per odio dei numeri si siano dati alle declinazioni.

Inoltre, nei commenti, che non ho letto per intero perché erano tantissimi, ho visto emergere più volte una figura che ha ottime probabilità di diventare un nuovo luogo comune:

L’alunno plusdotato. Devo ancora capire se l’alunno plusdotato corrisponda all’alunna “molto brava”, al “genietto”, al “bambino prodigio” perché non mi è mai capitato che nessuno mi sia stato presentato come plusdotato. Ma recentissimamente ho sentito di alunni che a 11 anni vengono accompagnati da un’attestazione che ne certifica le doti fuori dal comune. È vero, il problema dell’alunno molto bravo che rischia di annoiarsi in classe esiste, ma cercherò di resistere al termine “plusdotato”, che si presta a battutacce equivoche e non vorrei che alimentasse troppe speranze di trovarsi in famiglia e in classe un nuovo Mozart.

Sempre in questi giorni, mi sono imbattuto in un articolo che propinava una bella sfilza di luoghi comuni sulla scuola. Non trattandosi di un meme, ma appunto di un articolo, la forma non era pedestre, e il titolo sembrava già pronto per essere trasformato in frase ad effetto per i social: “Un ragazzo a scuola è nell’800, torna a casa e si trova nel XXI secolo”.
Dopo un amaro incipit che recita “È una delle poche pacate e sensate riflessioni che restano dell’ultima campagna elettorale”, ma che non capisco bene che cosa c’entri, perché in campagna elettorale secondo me non è parlato di scuola di nessun secolo, l’autore continua così:

Un ragazzo che oggi frequenti un istituto tecnico o un liceo, continua ad esercitare un modello d’apprendimento praticamente identico a quello di due secoli fa.

Uno studente universitario apprende il sapere che l’ateneo gli propone, privo di qualunque riferimento alla realtà del mercato del lavoro e alle condizioni che dovrà affrontare una volta concluso il ciclo di studi.

Max Rigano

L’autore per lo meno distingue tra licei e istituti tecnici e lascia fuori i professionali perché sarebbe stata dura scrivere che i professionali non hanno relazioni con il mondo del lavoro, ma per il resto che cosa fa se non basarsi su alcuni luoghi comuni? Intanto, secondo molti, la scuola guarda fin troppo al mondo del lavoro, per esempio con i (famigerati?) PCTO, i “percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento” altrimenti noti come “alternanza scuola-lavoro”, ma poi perché dovrebbe essere la scuola a svolgere un compito che dovrebbe spettare al datore di lavoro?
L’articolo, che assomiglia più a un redazionale pubblicitario, ma che è firmato da Max Rigano, magnifica il Summer Camp (si vede che “campo estivo” suona troppo da scout e “scuola estiva” richiama l’orribile istituzione) della sua “Soft Skills Academy”, che ho scoperto che ha sede nella mia città.

Imparare a lavorare in gruppo, per esempio, rafforzare la propria consapevolezza, imparare a gestire lo stress, acquisire doti di resilienza, adottare metodi per gestire i rapporti professionali: queste sono le lacune del nostro sistema industriale registrate dalle imprese che sollecitano la formazione ad occuparsi anche di questi aspetti fondamentali.

Ibidem

Dunque:

Le soft skills. Rigorosamente declinate con la “s” del plurale, come vuole l’itanglese che imperversa nelle aziende. I maligni le definiscono come “capacità di comandare, collaborare forzatamente con i colleghi, sopportare fino a fantozzianamente subire. Ma con il sorriso”. Io non sono maligno e non mi va neppure di qualificarle come “fuffa”, perché non penso che lo siano, tuttavia mi auguro che mio figlio a ingegneria impari a fare l’ingegnere, mentre imparerà a gestire i rapporti professionali quando entrerà nel mondo del lavoro. Allo stesso modo, a me interessa che a medicina si impari a curare i malati e non a gestire le relazioni tra primari e infermieri. E, infine, grazie alle hard skills che mi vengono dall’aver studiato filologia italiana, mi sono accorto immediatamente che nell’articolo Max Rigano parla di Silvia, ventiseienne laureata alla Bocconi, che però nel video che accompagna l’articolo si chiama Valeria.

Oh, io non seguo questa pagina, mi ci sono imbattuto di rimbalzo.

9 pensieri riguardo “Luoghi comuni (10). Sulla scuola

  1. Bello!
    (I luoghi comuni, però, non sono tutti fasulli. Il T di Pitagora; che il Presidente del Senato sia un fascista; che le donne siano più abili nel multitasking; e che ci sia una relazione tra il latino e il rigore scientifico sono 4 luoghi comuni ma su ognuno di essi credo che saprei argomentare favorevolmente con qualche efficacia. 😜)

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  2. Il meme è una stronzata, hai perfettamente ragione; però sono anche d’accordo con Magrassi che in fondo a un luogo comune spesso un po’ di verità c’è.
    E’ vero che, generalmente, gli insegnanti apprezzano le reali capacità di comprensione, e, perché no, le doti di originalità e creatività (queste ultime però fino a un certo punto; oltre diventano sospette di insubordinazione); però è anche vero che nella scuola superiore italiana – o almeno nei licei, ho esperienza solo di quelli – gli alunni, o più spesso le alunne, che imparano a memoria capendo poco o niente arrivano tranquillamente al sei, se non al sette. E in tutti gli esami di maturità a cui ho partecipato (e non sono pochi) il “colloquio” di italiano non era gran che diverso da quello del “mio” esame di maturità, quasi mezzo secolo fa.
    Ma volevo raccontare un’altra cosa, a proposito di Cristoforo Colombo che andò per primo in America. Una mia alunna – sveglina, pochissima voglia di studiare, personalità interessante – che ospitava una coetanea inglese, volendo dirle che aveva le mestruazioni e non disponendo del lessico adeguato, se la cavò con: I have my red days. La collega di inglese si scandalizzò (linguisticamente, intendo); io lo trovai geniale.

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    1. Non ho mai insegnato alle superiori, ma d’altra parte capisco che a chi ripete a memoria qualcosa comprendendo poco una sufficienza che premi l’impegno si dà. E, se tutto gira bene e non si vuole scavare, capisco che si arrivi anche al 7, ma i voti alti credo che si riservino a chi ha ragionato, magari con le giuste ingenuità legate all’età e alla cultura in formazione. Anche alle medie accade e a volte, soprattutto per non infierire con i più deboli, evito di far domande appena più difficili per non intaccare la sufficienza raggiunta.

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  3. Alessandro, come mi hai scritto ad un mio post di ieri, affronti luoghi comuni (io li chiamo bias, sbagliando in parte) che circolano nella contrada italica da anni. Il liceo classico come autoselezione del notabilato fascistello italiano (anche ora che sono diventati colorati e de sinistra), il bias (perdonami) sul latino apre la via alla matematica (come tutte i pregiudizi, un cortocircuito scientifico senza alcuna dimostrazione), il vomitevole classismo terronico (che ahimè ha risalito la penisola) che scuola superiore e liceo sono sinonimo, il resto è: servi della gleba. E per ultima le soft skills, tradotto in romanesco: paraculi, cioè non so fare niente, ma lo faccio bene. Quindi concordo su tutto, anche sul fatto che la scuola italiana sia nozionistica a prescindere, ovviamente riferito a quando Reagan e Gorbaciov limonavano insieme. Se posso, giusto per non sembrarti troppo accomodante, nella tua scuola secondaria di primo grado, o in generale in una città che ho sempre reputato a ragione u po’ meglio di tante città, specie a Sud del Tevere, è in “vigore” quell’indirizzamento tipico di 30/40 anni fa, per cui: ragazza o ragazzo bravissimo di buona famiglia gli si consiglia liceo (se figlio di un notabile il classico), ragazzo o ragazza bravo, di famiglia modesta, vai all’ITG, ITC, nel peggiore dei casi all’ITIS. Il resto nella geenna biblica?

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    1. A Genova l’indirizzamento è molto legato ai quartieri. Io abito in un quartiere benestante in cui pochi non hanno i genitori laureati e quindi sembra che per tutti lo sbocco naturale a 14 anni sia quello di iscriversi al liceo. Per fortuna oggi la mobilità tra istituti diversi è più semplice di un tempo, perciò passare da una scuola all’altra non è complicato come un tempo e quindi alcuni che si rendono conto di essere tagliati per scuole diverse cambiano. Per esempio, tra le amiche della mia figlia di mezzo, due che avevano cominciato il liceo si sono poi trasferite una al turistico e l’altra all’agrario e adesso sono più serene. Purtroppo avevano subito l’inerzia del contesto socio-scolastico e non si sono fatte un bel primo anno di superiori (vabbè, due anni fa alle superiori la scuola ha fatto schifo per tutti con la tortura della DAD quasi perenne).
      Nella scuola in cui insegno, invece, la tendenza è quella di non andare praticamente mai al classico (a memoria mi vengono in mente solo tre miei ex-alunni che l’hanno scelto) e molti che ci sembrano tagliati per il liceo preferiscono i tecnici. Ci sono comunque alcuni tecnici molto buoni da cui sono usciti ragazzi che poi hanno frequentato l’università e si sono laureati.

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      1. Ciao Alessandro, grazie per il ritorno. Come sospettavo esiste un indirizzamento per censo, anche a Genova, ma molto meno forte che in alcune realtà meridionali. La ragione sembra prevalere in alcuni episodi che racconti. Evitare che poi i tecnici diventino tutte delle scuole di serie B, credo sia la grande sfida per il futuro. Ovvio che si scontra con le boiate di non pochi politicanti, nati da famiglie bene, e che hanno solo frequentato (mi pare di aver letto anche con risultati modesti) licei prima e università dopo. Ovviamente a 4 passi da casa.

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  4. Sono sempre stata allergica al nozionismo, tuttavia sono anche sempre stata dell’idea che una solida base di “contenuti” sia fondamentale per costruire poi il pensiero critico e le tanto agognate “competenze”. Se non sai niente, se non hai un bagaglio di conoscenze, non puoi discutere, esprimere opinioni e critiche che abbiano un senso. Questo cercavo di insegnare ai miei studenti.

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