Un metodo per la correzione dei temi scolastici

Un’idea ampiamente circolante è che la correzione e la valutazione dei temi scolastici sia qualcosa di estremamente soggettivo che varia da insegnante a insegnante. Si sprecano i racconti su alunni i cui voti nei temi sono crollati o risorti al cambio di professore, nonché quelli su docenti i cui criteri di valutazione rimangono imperscrutabili.

Tutte storie sicuramente vere e che non dovrebbero essere ridotte ad aneddoti perché un professore che corregge in maniera umorale è un insegnante che ha ben poco chiaro il modo in cui deve lavorare. E, forse, molti non addetti ai lavori pensano davvero che la correzione dei temi sia realmente qualcosa di aleatorio.

Non è così.

La valutazione di un testo scritto – quindi non solo un tema, ma anche un riassunto o una relazione, per esempio – è qualcosa di soggettivo ma non arbitrario e, soprattutto, deve essere motivata. Questa è un’ovvietà per qualsiasi insegnante, ma quel che voglio proporre è un metodo che può aiutare sia noi insegnanti a valutare il tema di italiano, sia soprattutto gli alunni a capire quali siano i punti deboli e quali i punti di forza dei loro testi. Premetto che non ho inventato nulla di originale e che senza grande fatica si possono trovare metodi più dettagliati e sicuramente più efficaci, tuttavia il metodo che propongo secondo me ha il vantaggio di essere piuttosto comodo, comprensibile per gli studenti e non troppo vincolante per quel che riguarda la fatidica valutazione numerica.

Partiamo allora da quali aspetti tiene in considerazione il metodo. Ne ho individuati 9, di cui 5 più spiccatamente contenutistici e 4 grammaticali. Li spiegherò cercando di non essere pedante, altrimenti sembrerebbe di leggere le indicazioni nazionali per le competenze.

  1. Ricchezza del contenuto. “Professore ho scritto abbastanza?” “Prima di tutto preoccupati di scrivere bene”. È un dialogo che abbiamo fatto tanto volte, ma abbiamo detto spesso anche “Magari potresti scrivere qualcosa di più”. Visto che parlo di ricchezza del contenuto, qui l’accento è proprio sull’aspetto quantitativo, che naturalmente bisognerà graduare in base all’età, visto che da un alunno all’inizio della prima media non potremo certo aspettarci tante idee quanto quelle che un alunno tirerà fuori nel tema di esame (mi riferisco alle medie, perché è lì che io insegno, ma credo che il mio metodo possa essere interessante anche per un insegnante delle superiori).
  2. Capacità di non andare fuori tema. Attenersi a quanto richiesto dal titolo è molto importante. Non si tratta di tarpare le ali agli alunni, anzi, impostare un tema in modo originale e da un punto di vista inconsueto è qualcosa che va sicuramente premiato, ma è comunque fondamentale che si sappia restare in argomento. Io dico spesso ai miei alunni una cosa del genere: “se un turista ti chiede che strada deve prendere per andare a Sampierdarena e tu gli spieghi splendidamente come si arriva a Bolzaneto, sarai tanto bravo a parlare di Bolzaneto, ma quella persona voleva comunque arrivare a Sampierdarena”. È chiaro che i titoli che assegniamo possono più o meno aiutare gli alunni: un titolo come “Il bullismo” sicuramente non aiuta gli alunni a impostare il tema, uno come quest’altro, che ho trovato in rete su un sito di temi svolti, è invece fin troppo vincolante e suggerisce a mio parere troppe risposte: “Il bullismo è un problema che riguarda ragazzi che diventano vittime dei prepotenti, che non hanno alcun rispetto per gli altri, e che si fanno forza contando sul numero, contando sul proprio gruppo. Dai una descrizione del bullismo e spiega perché alcuni ragazzi provano gusto a rendere infelici gli altri. Esistono delle soluzioni al bullismo? E se sì, quali sarebbero? Non dimenticare di raccontare episodi di bullismo che ti hanno visto coinvolto in prima persona o ai quali hai assistito.”
  3. Ripetitività. Se agli alunni sembra di aver scritto troppo poco, quali strategie vengono loro in mente? Scrivere largo e andare sempre a capo, oppure allungare il brodo. La prima è la più ingenua, la seconda lo è poco di meno. La ripetitività di cui parlo qui non riguarda quindi né il lessico, né le strutture sintattiche (parleremo dopo di chi infila sequenze di frasi che cominciano con Poi… Poi… Poi), ma è quella di chi ripete più volte ciò che ha già detto. Talvolta la ripetizione è giustificabile, per esempio quando a inizio tema si introduce un argomento e poi lo si riprende e approfondisce successivamente, ma spesso la ripetizione di un contenuto è segno di scarsa attenzione e di mancata rilettura critica del propio testo.
  4. Argomentazione e giustificazione di ciò che si afferma. Tutti noi insegnanti siamo abituati a dire che le affermazioni dei temi vanno argomentate e giustificate. Non si può scrivere “per me seguire la moda è stupido”, bisogna spiegare perché la si ritiene una cosa stupida. Altro aspetto chiave dell’argomentazione è la tautologia. La frase “per me la libertà significa essere liberi” oltre a essere sintatticamente scorretta, non dice niente, non aggiunge niente al punto di partenza.
  5. Riferimento pertinente all’esperienza concreta e personale. Spesso nelle tracce dei temi facciamo riferimenti all’esperienza personale, dicendo di partire da essa, oppure raccomandando di tenerla in conto nella stesura del testo. Ovviamente possono esserci testi in cui questo aspetto è irrilevante, oppure non c’entra per niente, ma, soprattutto alle medie, quasi sempre la capacità di riferirsi al proprio vissuto è richiesta.
  6. Struttura del testo. Questo è il primo degli aspetti più spiccatamente grammaticali. Non mi riferisco tanto al livello sintattico, ma a quello di linguistica testuale. Sappiamo bene che un testo deve essere organizzato in maniera coerente e non essere una sequenza di frasi una dopo l’altra senza alcun nesso tra di loro. L’esempio più semplice che si può fare agli alunni è quello della descrizione di una persona: se si scrive che “Pierino ha i capelli biondi e le orecchie a sventola. Pierino è permaloso, ma molto sincero. Pierino è alto e un po’ cicciottello. Pierino ha anche il naso a patata” si commettono una serie di errori nell’organizzazione del testo. Si alternano descrizioni fisiche e descrizioni del carattere, si comincia a descrivere il volto e lo si riprende successivamente perché ci si era dimenticati un particolare. Inoltre si ripete in continuazione il soggetto. Non è che le ripetizioni siano il diavolo, spesso gli alunni si tormentano per evitare di ripetere una parola che potrebbe essere ripetuta serenamente, ma se si esagera e se, soprattutto, sono inutili, è bene imparare ad evitarle. L’italiano ha infatti una struttura morfologica che, a differenza di quella dell’inglese, ci permette di omettere spesso il soggetto, specialmente quello di prima persona singolare.
  7. Correttezza sintattica. Gli errori possibili in quest’ambito sono tantissimi. Si va dall’errata concordanza di genere e numero all’uso scorretto dei pronomi, al vero e proprio anacoluto. La correzione, a livello sintattico, avviene prevalentemente a livello delle singole frasi, ma – vedremo tra poco – non solo. Il livello sintattico è forse quello più importante da insegnare, perché per imparare a scrivere un buon testo è prima di tutto necessario imparare a scrivere delle frasi di senso compiuto. Per questa ragione sono molto importanti gli esercizi di comprensione del testo che spesso assegniamo dopo aver letto un brano d’autore. In questi esercizi, quando non sono semplici quiz a scelta multipla sulla comprensione del testo, si chiede spesso di scrivere qualche riga, magari una sola frase per rispondere a una domanda. Il più delle volte gli studenti rispondono in maniera non solo approssimativa dal punto di vista del contenuto, ma anche linguisticamente sciatta, anzi scorretta: frasi senza soggetto, uso di un tempo verbale diverso da quello della domanda, sintassi impressionistica. Tutti questi difetti vengono poi trasferiti inevitabilmente nei temi. Molti – persino adulti – pensano che l’errore sintattico più grave immaginabile sia scrivere “a me mi”: ebbene, non è così e se tanti lo pensano la colpa è in primo luogo degli insegnanti che hanno dato peso a questo errore e hanno trascurato errori ben più gravi. A parte il fatto che chi si scandalizza per “a me mi” spesso non si accorge che “a me non mi”, “a te ti”, “a noi ci” sono errori perfettamente identici, bisogna dire che questi errori in fondo non ingenerano nessuna incomprensione. Se dico “a me mi” sono tautologico, ripeto un pronome già detto, ma non rendo più oscuro il mio pensiero, anzi, al limite lo rafforzo. Se invece uso il pronome “gli” al posto del pronome “le”, molte volte posso spaesare l’interlocutore che non capisce più a chi mi stia riferendo. Se all’interno di un periodo troppo lungo e mal dominato perdo il soggetto, rischio di scrivere qualcosa di assolutamente incomprensibile. Se, sbaglio il pronome relativo e uso “che” senza criterio, rischio di nuovo di non essere capito. Se passo da una frase all’altra usando scorrettamente i pronomi, divento nuovamente incomprensibile. Ecco che, avendo superato il confine della singola frase, siamo arrivati al confine tra sintassi e testualità, poiché i pronomi devono essere usati con coerenza non solo all’interno della singola frase, ma anche per collegare correttamente una frase all’altra. Sempre a livello transfrastico, un altro elemento da valutare è l’uso di ripetizioni come quella anticipata al punto 3, vale a dire quelle formule come “Dopo… dopo… dopo…” oppure “Poi… poi… poi…” che vengono spesso usate in maniera maldestra.
  8. Correttezza ortografica. Non c’è molto da dire. L’errore ortografico è evidente e cerchiamo sempre di combatterlo, spesso con esiti incerti.
  9. Ricchezza lessicale. A mano a mano che gli alunni crescono, chiederemo loro un lessico sempre più ampio e sempre più preciso, di non usare solamente il verbo fare e il sostantivo cosa e di non usare pedissequamente le parole del titolo del tema. Staremo attenti alle ripetizioni, che però, come ho già detto, non sono necessariamente un male da evitare (nella frase precedente ho usato io stesso delle ripetizioni) e soprattutto correggeremo le improprietà linguistiche. Quest’ultimo è un aspetto molto interessante, perché spesso esse sono frutto di uno scarso bagaglio lessicale, ma certe volte derivano da sperimentazioni degli alunni che personalmente trovo una bellissima cosa. Alcuni tentano un termine “difficile” per impressionare il professore o perché pensano che recarsi sia meglio di andare: io credo invece che l’ossessione per la lingua paludata sia un vizio se non una malattia (i più colpiti sono gli avvocati, che spesso usano una lingua che non è precisa e scrupolosa, ma solamente brutta, ambigua e sgrammaticata). Altri usano un termine improprio perché sono alla ricerca della parola giusta: se questi alunni vengono ben guidati, diventeranno bravi a scrivere e – chissà – in qualche caso bravi scrittori.

Dalla teoria alla pratica

Trasferiamo questi principi sul protocollo degli alunni. Per scrivere qualche parola di meno, in fondo al tema riporto una rubrica con le seguenti voci:

  • contenuto
  • in tema
  • ripetitività
  • argomentazione
  • esperienza personale
  • struttura
  • sintassi
  • ortografia
  • lessico

Va da sé che agli alunni spiego (non una volta per tutte, si sa che le ripetizioni sono una parte considerevole del nostro lavoro) il significato delle varie voci.

Rubrica di correzione preparata in fondo al tema da correggere

Posso cominciare con la normale correzione.

Ultima parte del tema con alcune correzioni

A questo punto devo valutare le 9 voci. Consiglio a tutti di sfuggire come la peste l’idea di usare dei voti decimali per le singoli voci: vi trovereste davanti una classe con in mano la calcolatrice per “fare la media”. Sarebbe il fallimento del metodo, una delle cose per me più insopportabili è vedere gli alunni che tirano fuori la calcolatrice appena consegno una verifica corretta. In rete si trovano rubriche non troppo diverse dalla mia, magari più dettagliate, che usano una valutazione da 1 a 5. Altri potrebbero pensare alle lettere che già si usano per la certificazione delle competenze. Personalmente ho scelto una scala che è comprensibile, ma allo stesso tempo sufficientemente vaga per non essere vincolante per la scelta del voto finale. La scala si articola su 5 livelli che mi sembrano talmente trasparenti da non richiedere spiegazioni, se non per il terzo che si potrebbe tradurre in “non troppo corretto, senza infamia e senza lode”:

  • -/+
  • +
  • ++

In alcuni casi scelgo di non valutare una voce e metto un segno /. Quali sono questi casi? Per esempio i temi in cui non è rilevante o non è richiesto il riferimento all’esperienza personale, oppure – questo è estremamente importante – la voce “ortografia” per gli alunni disortografici. La sensibilità, l’intelligenza e l’efficacia didattica dell’insegnante sono fondamentali.


Le 9 voci sono state valutate

Manca solo il voto, che a questo punto dovrebbe essere la cosa meno importante. Alunni e genitori però ci metteranno un bel po’ a capirlo. Di nuovo, molto dipenderà da noi.

Un inconveniente del metodo e le possibili soluzioni

Se dovessi dire qual è il principale inconveniente del metodo direi che è questo: è noioso dover scriver tante volte tutte quelle rubriche. Ecco i diversi modi per farlo:

  1. Il modo che è spiegato dalle foto: si scrive la rubrica, si corregge il tema, si valutano le voci e si dà il voto.
  2. Si scrive la rubrica su tutti i temi prima di cominciare la correzione. È noiosissimo, ma ci si porta avanti con il lavoro.
  3. Si scrive la rubrica via via che gli alunni consegnano il tema (quando si tratta di una prova in classe). È un modo per recuperare del tempo e l’ho già utilizzato.
  4. Metodo ludico: si crea un file con la rubrica ripetuta diverse volte su una pagina e lo si stampa su carta adesiva. Metodo comodo, ma costoso (i fogli adesivi costano) e soprattutto poco ecologico. Non fatelo!
  5. Soluzione elegante e costosa (ma quanto mi piacerebbe): si fa costruire un timbro con le 9 voci. Sarebbe bellissimo!
  6. Soluzione così semplice che mi do dello scemo per non esserci arrivato prima: si dice agli studenti di preparare loro la rubrica prima di consegnare il tema.

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