Recensione. Don DeLillo, Punto omega, Einaudi, 2010

Mi ritrovo a scrivere di un altro libro acquistato all’epoca dell’uscita e poi rimasto in libreria per una decina di anni, nonostante l’autore sia tra gli scrittori viventi da me più amati. La scrittura di DeLillo è però talmente densa e richiede un impegno che a volte fa desistere un lettore indolente come me. Così a cavallo di capodanno ho deciso di riaffrontare dall’inizio il libro e di portarlo a termine nel minor tempo possibile. Mi sembrava suggestivo concludere l’anno con un libro che contiene l’ultima lettera dell’alfabeto nel suo titolo, ma questo è in fondo un accidente autobiografico poco interessante, così come non sarà per il gusto dell’autobiografismo che farò riferimento al modo in cui ho letto il libro. Il fatto è che non sarei in grado di scrivere una recensione in qualche modo accademica perché non lo faccio da troppi anni e, in più, liberandomi dall’accademismo, posso sentirmi esentato dal dovere della completezza. Si potrebbero infatti scrivere molte altre cose sul romanzo di DeLillo, magari leggendolo in inglese invece che nella traduzione di Federica Aceto, ma mi sento libero di scrivere solamente le riflessioni venutemi in mente durante la lettura e subito dopo. Ci tengo a precisare che non si tratta di impressioni: il breve romanzo di DeLillo è talmente complesso e in fondo congeniale a un lettore come me, da costringermi ad andare oltre le impressioni di lettura. Ho la presunzione di dire che quel che scrivo sarà frutto di una meditazione non superficiale, non impressionistica.Ho letto il libro con la matita in mano. Non mi capitava da tempo, tantomeno per un romanzo, ma, appena preso il libro in mano, ne ho sentito il bisogno, mi sono costretto a concentrarmi e ho preso con me stesso l’impegno di scrivere qualcosa dopo la lettura.

Il titolo fa ovviamente pensare al successivo Zero K, l’estremo alfabetico nel libro del 2010, l’estremo della temperatura nel libro successivo del 2016. Leggendo il romanzo ci sono altre ragioni per pensare che il terzultimo e il penultimo romanzo di DeLillo (l’ultimo, Silence, è stato pubblicato in America da pochi mesi e in Italia dovrebbe uscire a febbraio come al solito da Einaudi) formino in qualche modo un dittico. Il romanzo si apre con un uomo che osserva una videoinstallazione in un museo e la memoria corre agli schermi che fuoriescono con scene di folle e disastri dentro Convergence, la clinica (o azienda o museo, come definirla?) nel deserto russo in cui i corpi vengono ibernati. Altri motivi che accomunano i due romanzi sono appunto la presenza del mondo russo, la riflessione sul tempo e la sua distorsione, la tensione verso un punto di evoluzione superiore, il problema della nominazione e dell’attribuzione dei nomi propri. Tuttavia si tratta di temi non esclusivi degli ultimi romanzi di DeLillo, come preciserò in seguito facendo riferimento ai romanzi di DeLillo che ho letto.

Il primo capitolo si intitola Anonimato ed è in terza persona. Un uomo, il giorno 3 settembre 2006, si trova per il quinto giorno di seguito a trascorrere tutto il tempo possibile di fronte a una installazione che consiste nella proiezione su un grosso schermo sospeso in una sala del film Psycho di Hitchcock a velocità rallentata. I 109 minuti del film vengono dilatati in 24 ore senza audio e senza colonna sonora. L’installazione non è un’invenzione di DeLillo, infatti alla fine del romanzo una nota avverte che “24 Hour Psycho, una videoinstallazione di Douglas Gordon, è stata esposta per la prima volta nel 1993 a Glasgow e a Berlino. È stata ospitata dal Museum of Modern Art di New York nell’estate del 2006″. Io ho letto però la nota solo alla fine della lettura, perciò nel corso della lettura mi ero preoccupato di capire se lo Psycho di 24 ore fosse un’invenzione dello scrittore oppure no, quindi avevo trovato i dettagli in un comunicato del MoMA, al cui sesto piano evidentemente il newyorkese DeLillo ha avuto modo di passare del tempo di fronte all’opera dell’artista scozzese. Il 3 settembre – lo si dice anche a p. 8 – era il penultimo giorno della mostra e, se mi si concede un’osservazione sicuramente irrilevante, mi ha sorpreso constatare che il 4 settembre 2006 fosse un lunedì. Ho trovato strano che una mostra temporanea si sia conclusa di lunedì, ma non ho controllato se sia un’abitudine del museo.
Qual è l’anonimato a cui fa riferimento il titolo del capitolo? Il più evidente è quello del personaggio interpretato da Janet Leigh: Tutti ricordano il nome dell’assassino, Norman Bates, ma nessuno ricorda il nome della vittima. Anthony Perkins è Norman Bates, Janet Leigh è Janet Leigh. Dalla vittima ci si aspetta che condivida il nome dell’attrice che la interpreta. È Janet Leigh che entra nello sperduto motel gestito da Norman Bates. È trascorso troppo tempo da quando ho visto il bellissimo film di Hitchcock, ma di certo non ricordavo il nome del personaggio interpretato da Janet Leigh e non posso neppure dire se nel film il suo nome venga pronunciato. A poche pagine dalla conclusione leggiamo Cercò di ricordare se il nome del personaggio interpretato da Janet Leigh fosse o no nei titoli di testa. Janet Leigh nel ruolo di… ma il nome non gli era rimasto impresso, se mai lo aveva visto. Ho dovuto controllare su Wikipedia per scoprire che la vittima di Norman Bates si chiama Marion Crane.
Nella dozzina di pagine del primo capitolo incontriamo altre forme di anonimato. Non ha un nome l’uomo che osserva per il quinto giorno di seguito la video installazione: C’era un uomo appoggiato alla parete nord, appena visibile. Così comincia il romanzo e nel resto del romanzo l’identità del personaggio non viene meglio precisata. Rimangono momentaneamente anonimi anche i due uomini che entrano nella sala e attirano l’attenzione dell’uomo che guarda: si tratta di un uomo anziano con l’aria da professore emerito e del più giovane accompagnatore. L’uomo che guarda li immagina come due studiosi di cinema, due accademici armati di categorie concettuali per interpretare l’opera. Tuttavia A un certo punto se ne andarono, di colpo, s’incamminarono verso l’uscita. Non sapeva come prenderla. La prese male. L’alta porta scorrevole si aprì lasciando passare l’uomo col bastone e poi l’assistente. Uscirono dalla sala. Cos’era, si stavano annoiando? Passarono davanti al custode e sparirono. Erano stati costretti a pensare in parole. Era questo il loro problema. L’azione procedeva troppo lentamente per adeguarsi al lessico cinematografico. Sempre che questo avesse un qualche senso. L’infaticabile osservatore di 24 Hour Psycho non sbaglia.

La parte centrale del romanzo presenta l’incontro dei due presunti accademici. Il più anziano, Richard Elster, è un intellettuale che ha lavorato per il Pentagono al tempo della guerra in Iraq iniziata nel 2003. Il suo compito non si capisce bene quale fosse, perché non sembra avere alcuna rilevanza strategico militare e forse neppure strettamente propagandistica. È una testa d’uovo che ha passato del tempo insieme ai vertici politico-militari per dar loro parole e significati. Poche righe prima (p. 31) si legge che Io volevo una guerra haiku, – disse. – Volevo una guerra di tre versi. Non era una questione di livelli di potenza o di logistica. Quello che volevo era una serie di idee legate a cose transitorie. Questa è l’anima dell’haiku. Svelare ogni cosa alla vista. Vedere quello che c’è. Il lavoro di Elster è stato dunque quello di dare un nome alle cose. In qualche modo può ricordare ciò che fa Jeff Lockhart, il narratore di Zero K che attribuisce nomi alle persone che incontra nella clinica di Convergence.

L’altro presunto accademico è in realtà un cineasta ed è la voce narrante del romanzo, esclusi il primo e ultimo capitolo. Jim Finley – questo è il suo nome – è un regista di pellicole che potremmo catalogare più come opere concettuali, piuttosto che come documentari. Il suo primo lavoro è stato un montaggio di immagini di Jerry Lewis tratte dai primi Telethon, 57 minuti di immagini del comico dalle quali avevo eliminato tutti gli ospiti, comici e cantanti, attori, ballerini, bambini disabili, il pubblico in studio, il gruppo musicale. Adesso vuole girare un film in cui Elster parli della guerra in Iraq. Solamente il volto e le parole di Elster. La lunghezza del film dipenderebbe da Elster. C’è un film russo, un lungometraggio, Arca russa, di Aleksandr Sokurov. Un unico piano sequenza , un migliaio fra attori e comparse, tre orchestre, eventi storici e di fantasia, scene di folla, sale da ballo, e a un certo punto, dopo un’ora di film, a un cameriere cade un tovagliolo, ma niente tagli, non si può tagliare, e la cinepresa vola lungo i corridoi, gira gli angoli. Novantanove minuti.

Finley, ha incontrato Elster due volte a New York. La prima volta è stata dopo una conferenza, alla fine della quale lo ha avvicinato per parlargli del suo progetto. La seconda è stata al MoMA, dove lo ha condotto a vedere 24 Hour Psycho. Dopo qualche giorno ha ricevuto un invito per raggiungerlo in una casa sperduta nel deserto vicino a San Diego. Prevede una permanenza di pochi giorni, invece il soggiorno si prolunga in un susseguirsi di silenzi, dialoghi spesso enigmatici, resistenze di Elster, nessuna videocamera accesa, whisky e birre.

Elster ha 73 anni, grosso modo l’età di DeLillo che scrive il romanzo (DeLillo è nato nel 1936). Non voglio suggerire nessuna identificazione tra i due, ma è chiaro che l’asciuttezza degli ultimi romanzi di DeLillo e il pensiero che punta verso significati difficilmente verbalizzabili accomuni lo scrittore e il suo personaggio.

La seconda moglie di Elster, presente nel romanzo solo telefonicamente, è russa, Elster stesso parla il russo e tra le sue letture sono ricordati tre poeti: Pound, Rilke e Žukovskij. Non so dire se l’accostamento dei tre poeti sia casuale, idiosincratico, oppure se abbia qualche altra motivazione.

Degli uomini di potere dei primi anni Duemila viene ricordato solamente Paul Wolfowitz, il vice del segretario alla difesa Donald Rumsfeld, che, se non sono stato poco attento, non viene nominato, così come non è nominato Bush jr. Penso che con Wolfowitz DeLillo abbia buon gioco a servirsi della profezia post eventum. Finley domanda a Elster: Si tratta di un esilio? Sei qui in esilio? Al che segue la risposta di Elster: Wolfowitz è andato alla Banca Mondiale. Quello è stato un esilio, – disse -. – Questo è diverso, un ritiro spirituale. Nel 2007 Wolfowitz fu costretto a dimettersi dalla Banca Mondiale, alla cui presidenza era stato nominato nel 2005. Da allora la sua presenza pubblica è stata molto più limitata.

Elster approva la guerra alla quale ha collaborato: La voglio ancora una guerra. Una grande potenza deve agire. Tuttavia il libro non approfondisce questioni etiche riguardanti la guerra, perché essa rimane in un certo senso lo spunto per il perfetto haiku inseguito da Elster. Come è stato osservato in un’approfondita recensione di Zero K alla cui autrice sono debitore, il punto non è etico, ma estetico. Oltre che estetico, è anche teoretico, è la tensione verso un punto omega. Elster-DeLillo mutua il concetto dal gesuita Teilhard de Chardin: Perché adesso arriva l’introversione. Padre Teilhard lo sapeva, il punto omega. Un salto fuori dalla nostra biologia. Chieditelo. Dobbiamo essere umani per sempre? La coscienza è esaurita. Ora si ritorna alla materia inorganica. È questo che vogliamo. Vogliamo essere pietre in un campo. L’insoddisfazione nei confronti dell’umano fa pensare naturalmente a Nietzsche, ma credo che sia più proficuo spingersi nuovamente verso ciò che accade in Convergence, la clinica di Zero K, che vende una specie di immortalità. Dico “una specie”, perché come ha giustamente osservato la recensitrice, “lo scopo di Convergence non è prolungare la vita, magari all’infinito, ma modificarla, cambiarla radicalmente, farne qualcosa di totalmente nuovo”. Un’aspirazione non troppo diversa dalla Resurrezione, che non è semplice rianimazione di un cadavere. Questo sostrato teologico, rende ancora più pertinente la scelta di rifarsi al punto omega di Teilhard, infatti leggo che nella sua prospettiva cristiana, il punto omega ha tra i suoi attributi quello di essere personale, vale a dire che corrisponde al Logos, quindi a Cristo. La prospettiva cristiana non so se interessi a DeLillo, o meglio gli interessa sicuramente come metafora, senza che ciò significhi automaticamente che la sposi.

Nell’ultimo capitolo, Anonimato 2, ritorna la terza persona e siamo di nuovo nella sala del MoMA. L’uomo continua a riflettere sul film rallentato, ma sente il bisogno di incontrare una persona. A un certo punto la persona, una donna, arriva. Mi domando se non sia questo il suo punto omega. Tuttavia, anche la donna rimane anonima come Janet Leigh: Fu allora che si fece questa domanda. Le aveva chiesto come si chiamava? Non gliel’aveva chiesto. Fece dentro di sé un gesto di rimprovero, il disegno fumettistico di un insegnante che agita il dito davanti a un bambino. Okay, questa è un’altra questione alla quale avrebbe avuto modo di pensare. Pensare ai nomi. Scrivere nomi.

La donna incontrata dall’uomo che guarda è probabilmente Jessie, la figlia di Elster. Dopo alcuni giorni nella casa nel deserto, infatti, arriva la figlia di Elster, una mente eccezionale, lontana da questo mondo nelle parole del padre. Jessie racconta a Finley che il padre le ha parlato di 24 Hour Psycho e che lei è andato a vederlo. Jessie però a un certo punto sparisce e la vana ricerca di lei interrompe i giorni di elucubrazioni di Elster e Finley, fino a quando i due rientrano a New York. Anche per Elster e Finley la misteriosa Jessie è un punto omega personale, l’oggetto di una ricerca impossibile.

Il primo e l’ultimo capitolo sono dunque un preambolo al resto della vicenda, ai giorni nel deserto. 24 ore di tempo dilatato, come in un certo senso abbiamo nel primo romanzo di DeLillo che lessi, Cosmopolis, che narra la vicenda del giovane finanziere Eric Packer che in una giornata all’interno della sua limousine vive un crollo della borsa che sembra concentrare in poche ore un intero ciclo finanziario e l’intera sua vita.

3 pensieri riguardo “Recensione. Don DeLillo, Punto omega, Einaudi, 2010

    1. Son contento che la recensione ti sia piaciuta, mi sarebbe dispiaciuto scrivere qualcosa di grossolano dopo averti citata. A proposito, ti ho qualificata come “recensitrice”, ma ero in dubbio se non fosse meglio “recensora”, che però non mi suonava bene.

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