Personaggi orrendi: Umberto Galimberti

“Umberto Galimberti di lavoro fa il filosofo che scrive sulla Repubblica”. Questa definizione è di uno dei migliori intellettuali italiani degli ultimi decenni, Tommaso Labranca. Mi verrebbe da dire che questa definizione è perfetta, ma purtroppo sto citando a memoria, perché Labranca la scrisse in uno dei molti siti, blog, pagine Twitter che apriva e chiudeva senza curarsi di mantenere la memoria del suo prezioso materiale. Labranca però non è più tra noi e non sono riuscito a ritrovare la frase originale, quindi i miei lettori devono fidarsi della mia memoria.

Molti anni fa – direi almeno 15 -, al sabato facevo un gioco: aprivo l’ultima pagina del supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica” e leggevo la rubrica della lettera a Galimberti. Gli argomenti proposti al filosofo che scrive sulla Repubblica erano vari, ma la risposta doveva avere un paio di caratteristiche: parlare totalmente di altro rispetto a quanto scritto nella lettera e, soprattutto, contenere l’amara constatazione che “viviamo nell’epoca del dominio della tecnica”. La frase di sapore heideggeriano era il marchio della risposta di Galimberti, inevitabile come una parolaccia e un riferimento a Federer in un articolo di Scanzi (scusate, faccio come Galimberti e mi autocito. Io però lo dico che mi autocito).

Visto che Galimberti è un esperto di psicologia – lo sto dicendo senza ironia, forse -, potrei parlare di coazione a ripetere, se non fosse che la coazione a ripetere dovrebbe essere dolorosa per chi tende a ripetere un comportamento infilandosi in una situazione dolorosa, mentre la ripetizione di se stesso porta Galimberti a pubblicare libri per Feltrinelli e articoli per “la Repubblica”.

Galimberti però non solo ripete se stesso in maniera non proprio limpida quando ricicla i suoi scritti giornalistici in libri e non lo specifica, quando ricopia parola per parola i propri libri e non avverte i lettori con uno straccio di nota. No, Galimberti più di una volta ha copiato gli altri. Proprio copiato. Non è che abbia fatto come Pierre Menard che nel racconto di Borges riscrive il Don Chisciotte, no no, ha fatto come un Vittorio Sgarbi qualunque che prende di nascosto il lavoro altrui e lo spaccia per proprio. Ma su queste vicende i miei lettori possono dilettarsi scrivendo su un motore di ricerca “Umberto Galimberti plagio”.

C’è poi un altro comportamento interessante di Galimberti, che è quello di riportare le parole altrui fraintendendole. Un incidente normale, la nostra vita intellettuale, relazionale, sentimentale è – ahimè – costellata di fraintendimenti, ma se fraintendere humanum est, perseverare è diabolico. A dicembre del 2018, per la milionesima volta, vidi circolare un’allarmante considerazione di Galimberti. Le parole sono queste:

Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1600. Ripetuto il sondaggio vent’anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno. È un problema? Sì, è un grosso problema perché, come ben ha evidenziato Heidegger, noi riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri ai quali non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono le condizioni per poter pensare.

Oggi ho perso qualche minuto per andare a rintracciare la fonte esatta da cui sono tratte le parole, ed è la lettera n. 39 del libro La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo, Feltrinelli 2018. Visto che il libro è stato pubblicato a gennaio del 2018 e che De Mauro morì esattamente un anno prima, non so se la frase “di recente scomparso” sia stato un intervento eseguito in fase di preparazione del libro, oppure se la risposta alla lettrice (il libro è una raccolta di lettere dalla sua rubrica su “D”) risalga al 2017. Lascio ad altri, se ne avessero voglia, la fatica filologica.

Ecco allora quel che scrissi su Facebook nel dicembre 2018:

Lo ammetto, un giorno ho messo un “like” a questa immagine, anche se qualcosa già non mi convinceva. Intanto perché capivo chiaramente che a scrivere queste parole era Umberto Galimberti – e questo di solito non è un buon segno -, poi perché quel passo “Oggi io penso che” denunciava approssimazione e impressionismo. E approssimativo e impressionista lo ero stato anch’io.

Oggi ho rivisto l’immagine e ho pensato a una lettura della scorsa estate. Ho scartabellato un po’, con piacere ho riletto alcune pagine da diversi libri mentre cercavo il punto giusto, e poi guardate un po’: 

“con aria autorevole Galimberti ha comunicato che gli adolescenti italiani d’oggi conoscono soltanto circa seicento parole. Ora, seicento parole italiane è il patrimonio lessicale minimo produttivo di un bambino treenne che viene da famiglie sempre italofone e, non lontano da questa cifra, è anche il patrimonio lessicale italiano di figli di famiglie parzialmente dialettofone. In uscita dal primo ciclo delle elementari bambine e bambini sanno controllare produttivamente e ripetitivamente molti usi delle 2000 parole italiane del lessico fondamentale dell’italiano (quelle che coprono il 90% delle occorrenze di tutti i testi) e, a seconda della bontà dell’insegnamento e della solidità culturale del loro ambiente, posseggono altre migliaia di parole del vocabolario che diciamo di “alta disponibilità” e di quello di rilevante frequenza e comune. Certamente abbiamo bisogno di accertare con maggiore precisione i numeri medi anche di questi anni d’età e dei successivi. Ma le parole dei nostri adolescenti sono migliaia e migliaia. E un quotidiano stimato dovrebbe guardarsi dal diffondere sciocchezze di chi, evidentemente, è del tutto ignaro di questioni linguistiche”. (Tullio De Mauro, L’educazione linguistica democratica, Laterza, 2018, p. 36, ma il saggio originale è del 2006, quindi Galimberti ribadiva la stessa sciocchezza 11 anni dopo essere stato ridicolizzato da De Mauro, visto che si fa riferimento alla scomparsa del linguista, avvenuta nel 2017).

Pubblico quindi l’immagine, ma inserendo un commento in rosso.

Quando vi imbatterete in qualche video in cui, pensoso, Galimberti pontifica sulle tragedie culturali di oggi, magari proprio sulla scuola; quando su sfondi bianchi o colorati troverete frasi a lui attribuite; quando leggerete Galimberti citare qualcuno a sostegno delle proprie idee e dei propri pregiudizi, passate oltre.

7 pensieri riguardo “Personaggi orrendi: Umberto Galimberti

  1. L’unica cosa che ho letto di Galimberti sono state una decina di pagine di un articolo (saggio, capitolo, non so) che mi passò in fotocopia un collega di religione, più o meno come se mi stesse passando il corpo di Cristo.
    Cominciai la lettura e rimasi sbalordita (perplessa, stordita?) dal numero esorbitante di citazioni e relativi nomi di autori, tutti pezzi da novanta di filosofia e assimilati. In pratica il testo di Galimberti era una cucitura di citazioni, una via l’altra. Come ti dico, rimasi perplessa: ero ingenua e non conoscevo il sistema. Ma mi passò (se mai l’avevo avuta) la voglia di leggerlo 🙂

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    1. Neanch’io ho mai letto i libri di Galimberti, ma un po’ di risposte a lettere e un po’ di articoli sì. E quel che ho capito è, appunto, che è “siamo nell’età della tecnica”.
      Comunque De Mauro, proprio sbugiardando Galimberti, riconosceva che il suo “Dizionario di psicologia” era un ottimo libro. Certo, in un dizionario è facile servirsi del lavoro altrui, ma mi fermo, non vorrei essere accusato di diffamazione.

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  2. Ho letto un paio di libri di Galimberti una decina di anni fa: La casa di psiche. Le cose dell’amore. Del primo saggio, salvo un paio di cose: il suo soffermarsi sui simboli e il loro valore, la “scoperta” della psicoanalisi junghiana (considerando che viene dal mondo universitario, scrivere di questi argomenti e’ visto sempre con qualche sospetto) lo reputai alquanto coraggioso. Ovviamente il continuo riferirsi a Jung, non aggiungeva nulla al pensiero di Jung. Nel mio caso avevo gia’ letto diversi libri di Jung, per cui la lettura di questo saggio non aggiunse nulla a cio’ che gia’ avevo studiato. Del secondo libro non ricordo assolutamente nulla… la cosa non e’ un buon segno. Tempo fa l’ho rivisto in un video su youtube, in uno dialogo/confronto con Marco Guzzi (filosofo cattolico). Ad un certo punto mi sono chiesto chi tra i due fosse il cattolico, chi il “pensatore libero”. Galimberti sembrava rimpiangere ardentemente il mondo della Chiesa Cattolica pre concilio, pre rivoluzione industriale, le sue sicurezze, le sue sicumere i suoi dogmi. Restai sbalordito.

    Una settimana fa circa, ho letto un articolo postato da una mia amica su Facebook, in cui il nostro continuava la sua “crociata” sul numero di parole che vengono adoperate da un 18enne di oggi, trovando la soluzione al problema, nell’allungare il numero di anni di scuola dell’obbligo. A questa ennesima baggianata ho deciso di chiudere per sempre con la lettura seppur breve di articoli di Galimberti (gia’ piuttosto rada) o con la visione (rarissima) di video su youtube in cui vi e’ la sua presenza.

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  3. Su quale base scientifica o ricerca, l’autore dell’articolo afferma che i giovani e gli adolescenti di oggi conoscono migliaia di parole ?Insegna ? Ascolta giovani alunni, corregge i loro compiti ?

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  4. mi correggo ” migliaia e migliaia di parole”… I ragazzi conosceranno e useranno anche 2000 parole che costituisce un lessico di base, fondamentale, quello che comprende termini come “mangiare, bere, uscire, cane, cavallo , bagno ecc. “e serve per la comunicazione quotidiana… Vogliamo aggiungere termini che appartengono all’area della nuova tecnologia e va bene, ma per il resto ; Galimberti o non Galimberti, le nuove generazioni risultano, almeno nel campione da me conosciuto direttamente quale insegnante, caratterizzate da una desertificazione linguistica e da un crescente analfabetismo funzionale . Io sono disperata o quasi, anche perché i ragazzi non riescono ad acquisire nuovi vocaboli o a sistemare nella memoria profonda il significato di parole meno banali e meno scontate, per non parlare della sempre più “fantasiosa” ortografia .Se vogliamo tener conto dela classificazione di De Mauro, in classi di 25/30 alunni, solo due o tre evidenziano il possesso di un lessico di alta disponibilità (2000 parole ) o di alto uso (3000 parole) e soprattutto la disposizione e la volontà ad arricchire e consolidare il loro corredo lessicale. Spero che altrove, la situazione sia migliore…

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    1. Prima di tutto, grazie della lettura e del tempo che hai dedicato a scrivere i tuoi commenti.
      Sul fatto che De Mauro non scrivesse a vanvera, ma sulla base di ricerche condotte in maniera seria e su campioni adeguati penso che possiamo concordare. Il dubbio è che però questi dati contrastino con una realtà quotidiana in cui, trovandosi a correggere temi, a leggere e parlare in classe ci si imbatte in una povertà linguistica a volte sconcertante. Anch’io (insegno alle medie) sono preso a volte dallo sconforto. Tuttavia non mi sento di confrontare il modo in cui scrivevano la maggior parte dei miei compagni nel 1986 con il modo in cui scrivono i miei alunni di terza nel 2020. Non so se lei insegna alle elementari, alle medie o alle superiori, tuttavia è doveroso ricordare una cosa: la scolarizzazione superiore di massa, autenticamente di massa, quella che riguarda ben più del 90% dei giovani, è un fenomeno recentissimo. Non è degli anni Ottanta, non è dei Novanta e neppure del Duemila, è proprio dell’ultimo decennio. Quando io ho iniziato il liceo, molti coetanei (magari solo pochi nella zona benestante in cui vivevo e vivo tuttora) abbandonavano presto le scuole superiori. È verosimile che questi dropout siamo quelli, che, una volta avuto in mano uno smartphone, hanno cominciato a inondare i social di sgrammaticature e strafalcioni.
      Con questo non dico che occorra arrendersi di fronte all’ortografia bizzarra e all’incapacità di comprendere un linguaggio che vada appena oltre il significato letterale (o magari di comprendere persino delle banali consegne di esercizi scolastici), sicuramente qualcosa che non funziona c’è e bisogna sia capire che cosa è, sia come affrontarlo. Di sicuro la colpa non è dei pochi libri letti. O meglio: sia la memoria sia le statistiche mi permettono di constatare che 35 anni gli italiani leggevano poco come adesso e che gli adulti leggevano e leggono meno dei giovani.

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