Gli insegnanti non hanno ancora imparato a (non) usare Whatsapp

Posso parlare dell’argomento del giorno, cioè della riapertura delle scuole, non solo con quel minimo di competenza che mi deriva dal mio lavoro di insegnante, ma anche con un briciolo di consapevolezza statistica basata su tre figli che frequentano tre istituti diversi e sui resoconti che in questi tre giorni ho ascoltato personalmente da colleghi, alunni e genitori di alunni che frequentano diverse scuole nella città di Genova.

Ci sono scuole che hanno ripreso la didattica tradizionale e scuole che hanno scelto un misto di didattica in classe e didattica a distanza, scuole dove sono stati abbattuti muri per ampliare le aule e altre che hanno sdoppiato le classi, scuole in cui gli alunni abbassano la mascherina mentre son seduti e scuole in cui la mascherina può essere abbassata soltanto per bere o mangiare, scuole in cui tutti devono usare le mascherine chirurgiche fornite dal ministero e scuole in cui ognuno usa la maschera che vuole, scuole in cui si sta in aula e scuole in cui le lezioni si tengono in cortile. La situazione è complessa, caotica se vogliamo, ma è bene sapere che non ci sono paesi in cui si è trovata una soluzione ideale e in cui tutto sta funzionando a meraviglia.

Non scrivo però questo preambolo per assolvere dalle sue responsabilità un governo del quale non ho un’alta considerazione, tanto più che la mia disistima aumenta proprio nei confronti del Capo del Governo e della Ministra dell’Istruzione. D’altra parte, sia chi mi conosce di persona, sia chi ha letto qualche mio pezzo sa che nutro una stima ancora minore sia per il Presidente della Regione Liguria, sia per l’assessore a Comunicazione, Formazione, Politiche giovanili e Culturali. Quanto all’opposizione parlamentare, non condivido praticamente nulla di ciò che dicono e fanno i suoi due esponenti più e troppo in vista. Scrivo queste parole perché non si può non tenere conto del fatto che soprattutto i dirigenti scolastici si sono trovati nella poco invidiabile situazione di fare i conti con materiale che arriva in ritardo o non arriva affatto, lavori edilizi che non sono ancora stati eseguiti e personale mancante. Non sto parlando degli insegnanti che hanno chiesto di non essere impiegati in aula per difendere la propria salute (non conosco la percentuale, ma non sono una legione, a dispetto delle sciocchezze che pochi giorni fa giornali ritenuti seri hanno scritto, alimentando discussioni sui social basate sul nulla), ma parlo degli insegnanti precari che ancora non sono stati assegnati alle scuole per completare l’organico normale. Non intendo l’organico potenziato che è stato previsto per affrontare la situazione eccezionale, ma proprio l’organico che ad ogni inizio di anno scolastico non è mai completo e quest’anno è vergognosamente lacunoso come mai l’ho visto nella mia carriera.

In questa situazione complicata i presidi, o dirigenti scolastici come oggi si deve dire, hanno dovuto compiere delle scelte, cosa che li espone sicuramente al rischio di scontentare qualcuno, se non di commettere dei veri e propri errori.

Il caso vuole che la scuola da un paio di giorni più famosa d’Italia faccia parte dell’Istituto Comprensivo frequentato da almeno uno dei miei figli da 14 anni. In effetti i miei figli hanno frequentato o frequentano un altro plesso, tuttavia penso che la mia prossimità agli eventi sia un’ulteriore ragione per poter dire che parlo con cognizione di causa.
Scrivo un breve riassunto dei fatti:

Nella scuola primaria alcune aule il 14 settembre erano ancora senza i banchi il cui arrivo era previsto per il 15 settembre. Fino a venerdì 11 questa è stata una delle ragioni per cui si è rimasti incerti sulla riapertura o meno dell’Istituto (c’erano e ci sono anche gravi lacune di personale). Il preside Renzo Ronconi ha deciso di far andare comunque a scuola i bambini, con i quali le maestre hanno svolto attività di accoglienza. A un certo punto i bambini, per scrivere o disegnare qualcosa sul diario, hanno appoggiato il proprio materiale sulla sedia e si sono inginocchiati appunto per scrivere. La cosa è durata pochi minuti. Una maestra ha pensato che potesse far piacere ai genitori ricevere una foto che documentasse il rientro a scuola e l’ha scattata e inviata ai genitori. La foto nel giro di pochissimo è finita sui social e il Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, l’ha diffusa con un commento molto duro nei confronti del Governo. La stessa cosa è stata fatta da Ilaria Cavo, assessore regionale a Comunicazione, Formazione, Politiche giovanili e Culturali. La notizia e la polemica hanno assunto rilievo nazionale.

Confesso che sicuramente mi fa velo la stima che nutro nei confronti del preside Ronconi, che dirige dal primo settembre la scuola frequentata dalla mia figlia più piccola. Non ci conosciamo di persona, ma una ventina di anni fa io, lui e pochi altri, che da universitari avevamo frequentato le lezioni di storia moderna e i seminari di Claudio Costantini, scrivevamo e ci confrontavamo in un gruppo di discussione via email. Fu una bella esperienza intellettuale e di amicizia per noi che all’epoca eravamo un po’ sparsi per il mondo.

Visto che sull’episodio sono già state spese molte parole, preferisco essere conciso nel presentare le mie idee.

In primo luogo, le spiegazioni date da Ronconi sono state molto civili e soprattutto ricche di attenzione verso i bambini della scuola che dirige. Io condivido la sua scelta di iniziare comunque la scuola il 14 settembre, ma capisco benissimo che altri possano essere stati contrari. Tuttavia non mi sembra grave che per una mattinata i bambini non abbiano avuto i banchi.

A questo proposito trovo davvero disgustosi i commenti di persone che hanno scritto cose del genere “se fossero stati i miei figli lo avrei preso a calci in…”, “se provano a far questo nella scuola dei miei figli…”. Non è disgustoso pensare che Ronconi abbia sbagliato, ma è secondo me indegno di una persona civile esprimersi in certi modi per un episodio che, lo ripeto, non è grave.

Mi sembra invece grave ciò che ha fatto Toti, ma non mi dilungo a scriverne perché ho già letto commenti molto lucidi che tra l’altro mettevano in luce come lui e Cavo non siano del tutto impotenti e senza voce in capitolo di fronte alla situazione della scuola. Tuttavia temo che le critiche ben argomentate nei confronti di Toti siano poco utili perché lui gioca in un altro campo, che è quello dei proclami, non della politica. Mi è capitato pochi mesi fa di scrivere che “una certa, inevitabile, ignoranza è consustanziale al lavoro del giornalista, forse addirittura aiuta, perché chi non sa si fa domande e fa domande per capire qualcosa e riuscire a spiegarlo ai lettori. Il giornalista ignorante […] però è supponente e si crogiola nella sua ignoranza, non cerca di colmarla, ma su di essa erige le sue opinioni.” Sia Toti sia Cavo provengono dal mondo giornalistico.
Una cosa per me è chiara: quello di Toti non è stato uno sbaglio o uno scivolone: no, questo è proprio il suo modo di fare politica.

Infine, ci tengo a dire qualcosa sull’uso delle chat di classe. Al di là degli aspetti aneddotici che tutti conosciamo, il punto fondamentale è un altro: gli insegnanti devono restare fuori dalle chat con i genitori. Non esiste una motivazione ragionevole perché un docente entri a farne parte. È doveroso che i genitori non provino neppure a contattare gli insegnanti per iscriverli a una chat con loro, ma soprattutto è un vero e proprio dovere degli insegnanti quello di restarne fuori. I genitori devono essere contattati tramite i canali istituzionali, oppure con canali informativi monodirezionali come i canali Telegram che permettono una comunicazione broadcast e di non fare conoscere il proprio numero di telefono. Anche i rapporti con i rappresentanti di classe – mi riferisco in particolare alla primaria – devono essere molto cauti, perciò inviare foto degli alunni in classe non si deve fare. Pur con tutte le buone intenzioni dell’insegnante, il destino della foto potrebbe essere quello di venire commentata da un Gasparri qualunque.

Un dirigente scolastico spietato fa inginocchiare sui ceci un alunno di prima elementare

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